Spazio Franco, riempire i vuoti. Intervista a Giuseppe Provinzano

Intervista a Giuseppe Provinzano, tra i creatori di Spazio Franco a Palermo, luogo di spettacolo e di residenze, e parte della rete Latitudini, che mette in relazione diversi teatri siciliani aperti alla scena contemporanea.

Foto Spazio Franco

Spazio Franco si propone come luogo per la creazione contemporanea, nato nel 2018 dalla vostra Compagnia Babel. Per che cosa lo avete pensato, e sotto quale spinta?

Nel 2016 abbiamo partecipato a un bando del Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio che permetteva a giovani realtà under 35 di poter rivalutare uno spazio a fini culturali attraverso dei progetti. Inizialmente avevamo pensato a tutt’altro spazio e a tutt’altro tipo di intervento: un parco pubblico vicino l’università, il parco Cassarà, al cui interno c’è un anfiteatro di 400 posti; sapendo che a maggio Palermo si spegne e si riaccende soltanto a ottobre, e pensando anche alle nostre attività di compagnia che ci portano in inverno a girare e a rimanere stanziali in estate, avevamo pensato di creare una stagione estiva all’interno di questo parco.

È rimasto un pensiero. Abbiamo vinto il bando ma al momento dell’assegnazione il parco è stato chiuso perché verificato come inagibile, sotto il terreno hanno trovato amianto, polveri sottili… una tragedia ambientale, un fatto di cronaca, e noi siamo rimasti “col cerino in mano”. Ma non ci siamo persi d’animo perché in quel momento storico si era insidiato un nuovo assessore, lo scenografo e regista Andrea Cusumano, che aveva come mission, tra le altre, anche l’idea di rivalutare i Cantieri Culturali alla Zisa; e così ci chiese di rimodulare il nostro progetto su uno di quegli spazi. Chiaramente, il progetto iniziale doveva cambiare visto che lì non c’era un corrispettivo come l’anfiteatro. Rifatta un’analisi del contesto, abbiamo dunque individuato un’altra mancanza nel territorio palermitano, ovvero quella di un luogo che potesse accogliere le compagnie, che potesse offrire uno spazio di residenza per la creazione del contemporaneo, dei nuovi linguaggi e della danza, cosa che in Sicilia avviene molto poco perché la Regione non partecipa al circuito delle residenze. Così abbiamo riaperto un dialogo con la Presidenza del Consiglio che alla fine ha nuovamente rivalutato la bontà della nostra proposta e dunque ha confermato il finanziamento.

È stato un anno cruciale il 2018, perché sono accadute tante cose contemporaneamente a cui ha corrisposto una crescita su più fronti: abbiamo aperto uno spazio, Babel é stata riconosciuta dal FUS come compagnia under 35, il nostro progetto dedicato ai migranti, Progetto Amuní, che aveva ricevuto il finanziamento con Migrarti, aveva anche vinto il premio come miglior spettacolo.

Rispetto a Spazio Franco, quello cui crediamo è che siano migliorate le condizioni di lavoro a Palermo, di Babel innanzitutto ma anche di tante altre realtà che attraversano e vivono lo Spazio. Per quanto dall’esterno emerga solo la programmazione canonica, quello che avviene quotidianamente è un susseguirsi di compagnie che provano a tutti gli orari, tant’è che la nostra programmazione per il suo 70% è formata da spettacoli che nascono qua. In questi due anni, non solo Palermo ma anche in Italia ci si accorge di Spazio Franco e tutte quelle realtà che non trovavano sbocco in Sicilia e fermavano i loro giri a Napoli, trovano nel nostro luogo un nuovo approdo.

Foto Spazio Franco

Dicevi che la Sicilia non rientra nel sistema delle residenze artistiche…

In Sicilia ci sono circa 50 teatri comunali piccoli, medi e grandi che sarebbero perfetti per ospitare delle residenze, come accade in altre regioni. Il problema è di carattere politico: per accedere al sistema di residenze artistiche, è necessario un patto Stato-Regione che alla Sicilia non è mai interessato, ufficialmente perché i termini che pone il Ministero non corrispondono a quelli dello Statuto speciale, poi però abbiamo visto che anche altre regioni con questa particolarità hanno aderito (vedi il Trentino-Alto Adige)…  Non mi è mai sembrato un problema insormontabile, se ci fosse la volontà di trovare un accordo. A livello regionale cerchiamo sempre di portare sul piatto questa mancanza, però in Sicilia si lavora sempre in emergenza e quindi questa questione arriva sempre in seconda battuta. Si dà sempre più importanza all’evento, piuttosto che alla creazione.

Mi racconti allora il vostro essere residenza “non ufficiale”?

Noi non abbiamo fatto in questo momento delle call per residenze perché la richiesta è stata molto spontanea. L’atteggiamento di Spazio Franco è di grande apertura, da noi passa quello che altrove difficilmente potrebbe essere fatto.  Abbiamo deciso di non chiedere fondi per la programmazione perché saremmo costretti a seguire determinati numeri che non ci permetterebbero una certa libertà. Quindi abbiamo fatto questa scelta perché in ogni attività, in ogni pratica che facciamo, vogliamo mettere gli artisti al centro del discorso. Spesso molte compagnie ci contattano perché vorrebbero semplicemente essere programmate e spesso con un atteggiamento random, senza sapere neanche con chi si sta confrontando; poi, entrati in contatto, anche loro si rendono conto di come il nostro luogo possa offrire altre dinamiche. A Palermo in questo momento manca concretamente un posto in cui provare e farlo bene. Noi abbiamo messo a disposizione, grazie al primo finanziamento, non una sala prove ma un vero e proprio teatro che dà la possibilità alle compagnie di immaginare i propri lavori con tutti i crismi e attraverso un sistema che si chiama “Segni di residenza” che mette in relazione un ente produttore che è la singola compagnia con un ente che raccoglie che è Spazio Franco.

In questi due anni c’è stato un altro momento topico, quando nel 2018-19 siamo risultati tra i sei vincitori nazionali del bando Culturability (della Fondazione Unipolis che finanzia progetti culturali in spazi pubblici): loro ci hanno aiutato a sostenere una fetta del nostro lavoro, che in questo caso abbiamo dedicato alle residenze. Quello che ci ha restituito  questa realtà è stata la capacità di analisi di ciò che si è, di quello che manca e di come poterlo ottenere,  difatti siamo cresciuti molto come governance all’interno. E allora noi proponiamo lo stesso modello che ci ha lanciato Culturability – e nello specifico la Fondazione Fitzcarraldo che è stata il nostro tutor in un percorso di crescita – anche alle compagnie in residenza. Non mettiamo soltanto a disposizione la sala prove ma organizziamo dei pitch di produzione in cui proviamo ad analizzare quali sono le necessità della compagnia, le mancanze di progetto, sia dal punto di vista artistico, che tecnico e produttivo, e  così proviamo a capire come possono essere colmati. Ad esempio chiediamo sempre che ogni compagnia abbia un “primo testimone”, un artista che non sia dentro il progetto ma che sia il primo spettatore del percorso di creazione; se mancano dei tecnici noi li mettiamo a disposizione in un sistema virtuoso di “messa a contatto” delle professionalità dello spettacolo dal vivo; stiamo creando una convenzione con l’Accademia di Belle Arti – che ai Cantiari Culturali alla Zisa ha le sue classi di video-art, scenografia e regia – per dei tirocini rivolti agli studenti che possano contemporaneamente permettere a questi di sostenere e conoscere nuove realtà della scena contemporanea in residenza da Franco e che necessitino di integrare il proprio gruppo di lavoro;  dal punto di vista economico-produttivo, oltre a passare la formazione che noi abbiamo dovuto apprendere, cerchiamo sempre di immaginare e inventarci delle collaborazioni, ad esempio abbiamo in residenza due progetti con una tematica che ci ha portato ad avere una relazione con il Palermo Pride, che lavora molto bene sulle produzioni culturali. Perché non sostenerci a vicenda? Alle volte basta solo mettere in rete le idee, esplorarle e svilupparle. Credo che questi aspetti a volte siano più utili che elargire semplicemente un finanziamento.

Foto Spazio Franco

Come si colloca Spazio Franco rispetto agli altri luoghi della città?

Noi fin dall’inizio non abbiamo mai pensato a essere competitor di qualcuno, ma cerchiamo piuttosto di essere come l’acqua, andare a riempire gli spazi vuoti. Allo stesso modo proviamo a colmare quei vuoti, che in Sicilia sono tanti, dunque dobbiamo anche riuscire a non perderci! Poi, i nostri principali referenti sono comunque enti pubblici, largamente finanziati, contro i quali nemmeno sogniamo di metterci a paragone, fosse anche per una questione di risorse, ognuno ha la propria mission e le proprie idee: aver avuto delle idee chiare fin dall’inizio e aver scelto di rintracciare quegli spazi vuoti in cui andare a lavorare, ci ha messo in risalto rispetto al panorama palermitano e siciliano. C’è il Teatro Biondo che é un TRIC, c’è il centro di produzione che è Teatro Libero, ci sono anche altre realtà che lavorano bene ma che “purtroppo” sono tutte legate/ingessate dai numeri che i parametri ministeriali impongono, e pertanto l’attenzione che Spazio Franco pone nei confronti dei processi creativi marca una differenza di gestione e di metodo.  

E rispetto al resto della Sicilia, altrettanto. Noi abbiamo creato un focus, “Scena Nostra”, che si rivolge alla scena contemporanea nostrana laddove per nostrana intendiamo sia gli spettacoli dei più interessanti artisti del territorio siciliano sia quelli che, a livello nazionale, lavorano sui nuovi linguaggi, sull’ibrido, sulla danza. Hai visto presentare My Place di Silvia Gribaudi; mostrare una differente direzione di dove vada il teatro contemporaneo in Italia può piacere o meno, intanto esiste ed é fondamentale conoscerla. Mentre, come sai benissimo, in Sicilia c’è più un approccio legato alla nuova drammaturgia, alla scrittura, per cui creare i confronti tra questi episodi differenti per noi è importante per pensare a una crescita.

Ogni spazio che fa teatro, cultura in qualche modo, deve prendersi la responsabilità di riferirsi alla propria comunità teatrale, comunità che é composta dagli artisti a cui é necessario riferirsi e dal pubblico. E intercettare Dove sta andando, dove e come si trova, come può crescere. Ed è inutile secondo me pensare di arrivare in un territorio e non riferirsi a quella specifica comunità teatrale, non conoscerla, sperare di imporre un modello. 

Quasi come se fossi un mediatore, un facilitatore…

Io ho sempre un po’ di timore a definirmi propriamente “direttore artistico”, perché compio poche scelte laddove preferisco ascoltare gli artisti e i loro progetti. Non amo i direttori che impongono le loro idee, la logica della commissione da eseguire non ha mai portato a una crescita reale dell’artista che se ne fa carico: chiedo su che cosa vogliano lavorare, dove vogliano andare, credo che sia questo il modo migliore per far crescere sul serio qualcuno. Io non faccio quasi mai chiamate per “fare la stagione” ma sto in ascolto, ho un approccio quasi performativo, reagisco agli input che ricevo.  Posso aver detto dei no per mancanza di risorse, di tempo o spazio o perché non c’è linguaggio condiviso, ma se abbiamo dei punti in comune, se stiamo andando verso la stessa “direzione” ho sempre provato a trovare una possibilità, a lanciare il cuore oltre l’ostacolo insieme agli artisti stessi. Mi piace la definizione che dai del direttore come mediatore artistico

Sempre rimanendo all’interno della dialettica con il resto della Sicilia, mi racconti che tipo di rapporto si è instaurato negli anni con la Rete Latitudini?

Proprio in questi giorni c’è stato un direttivo molto importante in cui stiamo provando a crescere davvero. Latitudini è nata come rete ma con molta fatica a dare qualcosa di concreto, creando un piccolo circuito legato al contemporaneo che possa arrivare in quei territori in cui non riesce ad arrivare teatro. Ci sono già diversi spazi  che se ne occupano, come Spazio Franco a Palermo c’è il Clan off a Messina, lo Zo a Catania (città queste in cui passa tanto teatro), ma ci sono anche delle nuove realtà in centro Sicilia: per esempio è nata una stagione a Calascibetta, a Sperlinga, un’altra a Gela, ancora un’altra a Serradifalco, a San Cataldo, a Sambuca, ne stiamo immaginando una  a Sciacca e altre ancora… In Sicilia il contemporaneo avrebbe grande spazio di manovra perché sono pochi gli spazi che se ne occupano, che si interessano di spettacoli di cui gli altri nemmeno si immaginano. Latitudini mettendo in rete registi, compagnie  e da qualche anno anche alcuni spazi che si occupano di contemporaneo, assume il ruolo di facilitatore, anche se il territorio siciliano non aiuta per le distanze, per la loro percorribilità… Fino a qualche tempo fa chi creava in Sicilia presentava il proprio lavoro ma poi si spostava subito, tanto che le eccellenze siciliane sono tali perché innanzi tutto riconosciute fuori dall’isola stessa. Con Latitudini vogliamo invertire questa rotta e capire se questa messa in rete di compagnie e spazi possa rappresentare un’occasione per le tante compagnie siciliane che si occupano di  contemporaneo, e, per chi le ospita provare a organizzare una stagione, delle rassegne, facendo riferimento anche a quanto trova nel proprio territorio. Pur non avendo ancora dei finanziamenti ministeriali stiamo ragionando come Latitudini possa diventare un circuito regionale riconosciuto, e dunque stiamo concentrando gli sforzi per fare almeno la domanda; proporre un modello di circuito differente dalle macchine mastodontiche come quello Pubblico Pugliese, o quello Campano, che sono molto storicizzati e con altre più grosse dimensioni.

Un altro vostro progetto è il festival Mercurio, anche quest’esperienza va verso la creazione di una rete?

Piú che di una rete direi di una comunità che si riconosce in un festival e nella sua direzione. Mercurio é nato pensando a un modello diverso di Festivalragionando sulle direzioni artistiche e sul ruolo degli artisti in queste direzioni. Siamo partiti da un’analisi di contesto sul tessuto festivaliero italiano che ci ha portato a notare come in Italia ci siano più direttori che direzioni. Mi spiego: vediamo direttori, anche molto bravi, costretti a districarsi tra mille paletti e parametri che incidono sulle loro scelte loro malgrado; vediamo altri, meno bravi, che si limitano alla composizione di un “programma che tiri” perdendo la direzione generale; vediamo quei modelli virtuosi che condividono la direzione con la comunità territoriale, cosí come vediamo tanti artisti dirigere festival ma sempre con gli stessi problemi e/o tendenze dei direttori, bravi e meno bravi, di cui sopra. Pertanto, la riflessione é caduta sul ruolo degli artisti (programmati) in queste direzioni, sulla nostra difficoltà a comprenderne e accettarne i meccanismi, domandandoci come potessero essere anche soggetto oltre che l’oggetto di una direzione. Abbiamo dunque provato a spostare il discorso dalla figura del direttore all’atto della direzione, e così è nato il Mercurio Festival, che deve il suo nome sia alla divinità della comunicazione tra gli uomini sia al metallo liquido le cui particelle se troppo vicine si uniscono.

È un modello sperimentale e come tale può riuscire o meno: l’anno scorso abbiamo invitato per l’edizione Zero 14 artisti per un festival multidisciplinare (tra teatro, danza, musica, video, performing art), senza scegliere un determinato progetto bensì il percorso di ciascuno, innescando un confronto vivace che facesse scegliere loro con cosa volessero partecipare. C’è chi ha presentato l’ultimo spettacolo, chi il primo, chi un progetto speciale, altri dei workshop, altri ancora delle lezioni-performance … ognuno ha scelto come raccontare il proprio lavoro/percorso. Altro aspetto innovativo e fondante di Mercurio é la richiesta agli artisti di incidere sulla direzione da dare al Festival invitando, per l’edizione successiva, un altro artista con cui volessero entrare in relazione, a cui volessero passare il testimone. Ognuno sta scegliendo a modo proprio con grande libertà ma godendo del confronto nato all’interno dello stesso festival e non lesinando di continuare a confrontarsi con noi di Babel: devo dire che questa proposta è stata accolta con molto entusiasmo perché responsabilizza ciascuno verso la ricerca di una direzione, perché non si tratta di scegliere soltanto un nome tra i nomi ma riconoscersi nel percorso di un altro artista, non necessariamente della medesima arte, e contemporaneamente verificarne fattibilità e contestualizzazione. Una volta che i “nuovi” artisti avranno accettato l’invito ad “approdare su Mercurio” toccherà a noi di Babel innestare la stessa dinamica dell’anno scorso e assumerne la curatela, laddove ogni artista si prenderà l’onere e l’onore di raccontare il motivo di una scelta e noi di tesserne le fila.  A Mercurio Festival interessa l’artista e il suo percorso più che il prodotto/spettacolo, non ci interessa la dinamica del debutto ne quella da vetrina, lo spettacolo da proporre alla critica o agli operatori che sono bene accetti ovviamente a ragionare e curiosare sull’idea di comunità di artisti che si riconosce in un Festival. Siamo curiosi di scoprire tra qualche anno, a quale innesco avrà portato il nostro invito iniziale a Babilonia Teatri o Mimmo Cuticchio, a Marco D’Agostin o Abbondanza/Bertoni, ai Giorgio Canali o Rappresentante di Lista…

Viviana Raciti

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