Teatrosofia #102. Epicarmo e la commedia pitagorica?

IN TEATROSOFIA, RUBRICA CURATA DA ENRICO PIERGIACOMI – collaboratore di ricerca post-doc e cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento – CI AVVENTURIAMO ALLA SCOPERTA DEI COLLEGAMENTI TRA FILOSOFIA ANTICA E TEATRO. OGNI USCITA PRESENTA UN TEMA SPECIFICO, ATTRAVERSATO DA UN RAGIONAMENTO. Il #102 presenta un’indagine a cavallo tra commedia e matematica, tra Epicarmo e Pitagora.

Teia, L. (2015). Pythagoras’ triples explained by central squares. Australian Senior Mathematical Journal, 29(1), 7–15.

Al commediografo Epicarmo di Siracusa furono riconosciuti molti grandi onori. La tradizione lo considera il leggendario inventore della commedia e un autore che influì parecchio sulla formazione culturale/intellettuale di Platone [Ne parlavamo qua]. Altre fonti gli riconoscono, inoltre, l’onore di essere stato un membro della scuola Pitagorica. Diogene Laerzio sostiene che Pitagora intitolò una sua opera a Epitale, ossia il padre di Epicarmo. Giamblico e un anonimo commentario al Teeteto di Platone si spinsero addirittura più in là. Oltre a riferire che Epicarmo insegnò le verità mistiche e scientifiche del Pitagorismo al figlio Metrodoro, questi lo presentano come un drammaturgo che nascondeva queste dottrine dentro le strutture divertenti e leggere della commedia, sottraendole così alla censura e alla repressione del tiranno Gerone di Siracusa, a sua volta ostile a Pitagora e ai suoi adepti.

L’affidabilità storica della fede pitagorica di questo commediografo è di difficile valutazione. Essa trova, infatti, indizi sia favorevoli che contrari. La conferma della professione di Pitagorismo di Epicarmo deriva da Plutarco, che ci informa che, nel discorso Ad Antenore, il commediografo aveva sostenuto che Pitagora avesse ricevuto la cittadinanza dall’allora nascente comunità dei Romani. La conoscenza di un dettaglio così specifico può essere un indizio di interesse del commediografo verso la vita del filosofo. La notizia che Epicarmo diffondeva le dottrine pitagoriche con le sue commedie sarebbe poi corroborata dalla testimonianza parallela dell’esistenza di alcuni Pitagorici drammaturghi, che usavano il teatro per comunicare al grande pubblico le teorie pitagoriche. Infine, vanno ricordati i due libri dell’opera perduta di Aristotele Sulla poetica secondo i Pitagorici, che ci è noto solo attraverso il catalogo del Peripatetico tardo-antico di nome Tolemeo e il cui titolo può alludere alle controverse opere teatrali di questi filosofi.

Tutte le testimonianze menzionate sono tuttavia isolate e, dunque, la loro veridicità è dubbia. Soprattutto quanto dice Plutarco è ridimensionato dal pensiero che l’Epicarmo storico non avrebbe forse avuto ragione di riferire il conferimento della cittadinanza romana a Pitagora come un evento rilevante. Roma non era all’epoca ancora la grande potenza politica e militare che sarebbe diventata, dunque non sarebbe stato prestigioso concepire Pitagora quale membro di questa comunità.

Una possibile smentita dell’adesione di Epicarmo al Pitagorismo deriva, invece, da un confronto diretto con i testi epicarmei. Nessun frammento delle 52 commedie che vennero rappresentate in tutto o in parte durante la carriera artistica di Epicarmo – e successivamente raccolte in dieci volumi da Apollodoro di Atene – contiene qualcosa di paragonabile a una dottrina sicuramente pitagorica, come la teoria della composizione della realtà in numeri o la metempsicosi. Lo stesso discorso si applica ai drammaturghi sopra menzionati: il perché essi fossero chiamati “Pitagorici” non è chiaro, né trova un riscontro forte nei pochi frammenti che ci sono noti. Un interessante estratto dal libro XIV dei Sofisti al banchetto di Ateneo attesta, poi, come alcuni scrittori attribuirono i loro scritti al drammaturgo siciliano. Tra questi, spicca il flautista Crisonogono, contemporaneo di Alcibiade che accompagnò con il suono del flauto il suo trionfo contro gli Spartani nel 408 a.C. e autore di una Repubblica. Un’altra figura menzionata è un non meglio identificato Axiopisto, che scrisse un Canone e delle Sentenze. Non possiamo così escludere che le dottrine pitagoriche che la tradizione antica attribuisce a Epicarmo appartengano, in realtà, a tali scrittori, che potevano forse aver voluto spacciare le loro idee al prestigioso drammaturgo per farle sembrare altrettanto eccezionali.

Questa ipotesi negativa sembra a sua volta dimostrata dalla constatazione che sono proprio i pochi frammenti della Repubblica di Crisogono a veicolare una dottrina di possibile origine pitagorica. Il flautista scrive che l’umanità ha bisogno per vivere del calcolo e del numero: l’uno sarebbe una facoltà che gli esseri umani apprendono alla nascita, l’altro sarebbe il principio divino che ordina tutto secondo armonia e fa sì che l’umanità impari le arti o le scienze più complesse. Da questi divini insegnamenti, l’umanità sarebbe arrivata a raggiungere l’utile e, quindi, a massimizzare il benessere accessibile in questa vita.

Si potrebbe certo obiettare che un semplice flautista non poteva riferire una dottrina così sottile e insieme densa. D’altro canto, è testimoniato che i Pitagorici più antichi e cronologicamente vicini a Crisogono si interessarono all’arte di suonare il flauto. Si possono qui fare i nomi di Archita ed Eufranore, che addirittura scrissero trattati Sugli auli o Sugli auleti. Il primo Pitagorico ricorse, peraltro, alla descrizione di come vengono emessi i suoni acuti o gravi del flauto per spiegare che esiste una proporzione tra movimento e qualità del suono. Il fatto che Crisogono fosse flautista di professione sarebbe così rovesciato in un argomento a favore della sua fede pitagorica.

Benché la ricostruzione qui condotta esclude Epicarmo dalle fila del Pitagorismo, essa arriva in ogni caso anche a un risultato positivo. Se Crisogono effettivamente veicolò con la sua commedia dal titolo Repubblica delle dottrine pitagoriche, risulta verosimile pensare che dovettero per forza esistere alcuni Pitagorici drammaturghi e una poetica teatrale pitagorica, per quanto non vi può però essere del tutto certi. Sui contenuti stessi del teatro dei Pitagorici non si può invece dire nulla per mancanza di evidenze testuali. Il poco che si può azzardare – sempre sulla scia del precedente accertabile di Crisogono – è che egli faceva del gioco della commedia fosse il mezzo adatto per veicolare il contenuto difficile della metafisica del numero e dell’armonia.

Enrico Piergiacomi

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[Pitagora scrisse il trattato] Elotale (il padre di Epicarmo di Coo) (Diogene Laerzio, libro VIII, cap. 7 = Epicarmo, T7; trad. Marcello Gigante)

 

Epicarmo di Titiro o di Chimaro e di Secide, di Siracusa o di Crasto, città dei Sicani. Costui con Formoinventò la commedia, a Siracusa. Rappresentò 52 drammi, o, secondochediceLicone, 35. Alcunidiconoch’egliera di Coo, di quellichevennero in Sicilia con Cadmo, altrich’era di Samo, altrich’era di Megara di Sicilia. Rappresentavadrammi in Siciliaseianni prima delle guerre persiane (Suda, Lessico, voce E 2766 = Epicarmo, T1)

 

Epicarmo di Elotale, di Coo. Anche costui ascoltò Pitagora. Aveva tre mesi quando fu portato a Megara di Sicilia; di lì poi venne a Siracusa, come dice lui stesso nei suoi scritti. A lui son dedicati questi versi iscritti nella sua statua: “Di quanto supera gli astri del sole il grande splendore, / di quanto supera i fiumi la grande forza del mare, / di tanto, io dico, Epicarmo eccelle in sapienza su tutti, / che questa patria siracusana incoronò”. Scrisse memorie in cui trattò di questioni naturali, di medicina, di questioni morali. Nella maggior parte delle memorie usò di acrostici, mediante i quali rivela che le memorie erano sue. Morì a novant’anni (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, libro VIII cap. 78 = Epicarmo, T9)

 

Dicono che anche Epicarmo sia stato dei suoi [= di Pitagora] ascoltatori esterni, ma che non abbia fatto parte della sua setta. Costui, andato a Siracusa, si astenne dal filosofare apertamente, per paura del tiranno Gerone, ma espose in versi il pensiero di quegli uomini, e così, per scherzo, divulgò, in forma giocosa, le opinioni di Pitagora (Giamblico, Vita di Pitagora, cap. 36, § 266 = Epicarmo, T12; trad. modificata)

 

Metrodoro, 〈fratello〉 di Tirso, trasferì alla medicina la maggior parte degli insegnamenti del padre Epicarmo e di Pitagora. Spiegando al fratello i discorsi del padre, dice che Epicarmo, e, prima di lui, Pitagora, consideravano il dialetto dorico come il migliore (Giamblico, Vita di Pitagora, cap. 34, § 241 = Epicarmo, T13)

 

Epicarmo, avendo frequentato i Pitagorici, rappresentò bene varie scene drammatiche, e in particolare quella sull’uomo che cresce, che trattava con un’argomentazione metodica e affidabile. Ma, in ogni caso, il fatto che si verifichino perdite e aggiunte è ovvio, se invece di rimanere stabile uno diventa più grande o più piccolo; ma se è così, le sostanze diventano differenti in tempi differenti a causa del flusso continuo. E rappresentò comicamente la scena, con l’uomo al quale si richiede il contributo per il banchetto, che nega di essere la stessa persona perché ha avuto alcune aggiunte e alcune perdite; e quando l’uomo che ha fatto la richiesta lo colpisce e viene accusato, a sua volta replica che altro era colui che lo aveva colpito, altro colui che veniva accusato (Anonimo, Commentario al «Teeteto» di Platone, col. 71.12-40 = Epicarmo, fr. 136; ed. e trad. Bastianini-Sedley)

 

I Romani concessero la cittadinanza a Pitagora, come racconta nel discorso Ad Antenore Epicarmo, uomo dei tempi antichi, che fece parte della setta dei Pitagorici (Plutarco, Vita di Numa, cap. 8, § 17 = Epicarmo, T11 e fr. 296; trad. modificata)

 

  1. A) Catalogo delle opere di Aristotele sulla base di quanto un tal Tolemeo riferisce nel suo libro a Gallo. B) Tra i libri famosi menzionati da Tolemeo, questi sono quelli di Aristotele: (…) Sulla poetica secondo i Pitagorici, due libri (Tolemeo Peripatetico, A Gallo sulla vita e le opere di Aristotele, in Ibn Abi Usaybi’a, Vite dei medici, in Gigon pp. 38-40; trad. mia)

 

Ho voluto fare al modo di Apollodoro ateniese e di Andronico peripatetico, il primo dei quali raccolse in dieci tomi le opere di Epicarmo il commediografo, il secondo divise quelle d’Aristotele e di Teofrasto secondo gli argomenti (Porfirio, Vita di Plotino, cap. 24 = Epicarmo, T34, e Apollodoro di Atene, T18 Williams)

 

Il termine hemína lo conoscono gli autori delle composizioni attribuite a Epicarmo, e in quella intitolata Chirone si dice: «e bere il doppio di acqua tiepida, due scodelle [hemínai]». Queste composizioni, falsamente attribuite a Epicarmo, le hanno scritte autori illustri: l’auleta Crisogono, come dice Aristosseno nell’ottavo libro delle Leggi civili, ha scritto quella dal titolo Repubblica; invece il Canone e le Sentenze le ha scritte Axiopisto di Locri, o di Sicione, secondo quanto afferma Filocoro nei libri sulla Divinazione. La stessa notizia è data anche da Apollodoro (Ateneo, I sofisti al banchetto, libro XIV, cap. 59 = Epicarmo, Ti; Aristosseno, fr. 45 Wehrli; Filocoro, fr. 328 Jones; Apollodoro di Atene, fr. 226 Williams; trad. Canfora, leggermente modificata)

 

Il comico Epicarmo parla chiaramente della ragione nella Repubblica, in questo modo: «La vita umana ha bisogno del numero e del calcolo; viviamo mediante il numero e il calcolo: son queste le cose che salvano i mortali». E poi aggiunge esplicitamente: «La ragione governa opportunamente gli uomini, e li salva». E poi: «L’uomo ha il calcolo, e c’è anche la ragione divina. La ragione umana si ottiene alla nascita; quella divina accompagna tutti, insegnando essa stessa le arti ad essi, ciò insomma che giova lor fare. Perché non l’uomo ha trovato le arti; è il dio che gliele insegna: la ragione dell’uomo nasce da quello del dio (Clemente di Alessandria, Stromati, libro V, cap. 14, § 118 = Epicarmo, fr. 240; trad. modificata)

 

Dopo l’esilio, [Alcibiade] rese gli Ateniesi padroni dell’Ellesponto, e catturati più di cinquemila Peloponnesiaci li mandò ad Atene. Al momento di tornare in patria dopo queste imprese, incoronò le triremi attiche con ramoscelli, fasce e bende, fece attaccare a traino le navi catturate e private dei rostri, che erano circa duecento, e quindi salpò conducendo anche navi da trasporto, piene di prede e di armi laconiche e peloponnesiache. La trireme sulla quale egli navigò fino ai cancelli del Pireo precedeva il convoglio con vele di porpora marina; quando fu entrata in porto e i rematori ritirarono i remi, Crisogono, indossato il costume pitico, intonò la “melodia della trireme”; l’attore tragico Callippide dava la cadenza indossando gli abiti di scena. Perciò un bello spirito disse: «Sparta non avrebbe potuto sopportare due Lisandri, né Atene due Alcibiadi» (Ateneo di Naucrati, I sofisti a banchetto, libro XII, cap. 49; trad. Canfora)

 

Alcibiade, desiderando ormai rivedere la patria, ma molto di più volendo essere visto dai suoi concittadini dopo aver vinto tante volte i nemici, salpò con le triremi attiche adorne di parecchi scudi e di molte spoglie, portando con sé molte navi catturate e ancora più numerosi ornamenti prodieri delle navi da lui vinte e affondate. Nel complesso non erano meno di duecento. Quel che Duride di Samo, che afferma di essere discendente di Alcibiade, aggiunge a quanto ho detto, e cioè che Crisogono, il vincitore dei giochi pitici, ritmava con il flauto l’azione dei rematori, e che Callippide, attore tragico, dava gli ordini, tutti e due rivestiti di toga diritta, di sistide e di tutto l’abbigliamento tipico degli agoni, e che la nave ammiraglia entrò in porto con una vela di porpora, come se dopo un’ubriacatura si facesse un corteo dionisiaco, questo non lo hanno scritto né Teopompo, né Eforo, né Senofonte, né era verisimile che tornando dopo l’esilio e così gravi disavventure egli si desse tali arie dinnanzi agli Ateniesi. In realtà egli tornò con timore, e quando approdò non scese dalla trireme prima che, stando sul ponte, vide Eurittolemo, suo cugino, che era lì con parecchi familiari e amici venuti ad accoglierlo, che lo invitavano a scendere (Plutarco, Vita di Alcibiade, cap. 32, §§ 1-2; trad. Magnino)

 

Conosco poi anche altri tipi di auli, come quelli da tragedia, quelli per i mimi di Liside e quelli per l’accompagnamento della cetra; ne parlano Eforo nelle Invenzioni, il pitagorico Eufranore nel suo trattato Gli auli e inoltre Alessone, anche lui nel trattato Gli auli (Ateneo di Naucrati, I sofisti a banchetto, libro IV, cap. 80)

 

Anche tra i Pitagorici furono molti quelli che si dedicarono all’ auletica, come Eufranore, Archita, Filolao e vari altri. Eufranore ci ha persino lasciato un trattato sugli auli, e la stessa cosa ha fatto Archita (Ateneo di Naucrati, I sofisti a banchetto, libro IV, cap. 84 = Archita, fr. 47 B 6 DK)

 

Non ne ha parlato neanche Pirrandro nello studio Sugli auleti, né Fillide di Delo: eppure anche lui ha composto un’opera Sugli auleti, come pure Eufranore (Ateneo di Naucrati, I sofisti a banchetto, libro XIV, cap. 35)

 

Ottime conoscenze mi sembra che abbiano acquisito quelli che si sono dedicati alle matematiche. E non è strano che essi pensassero correttamente sulle proprietà delle singole cose: perché, conoscendo la natura del tutto, non potevano non veder bene anche come sono le cose particolari. Così essi ci hanno fornito chiare nozioni sulla velocità degli astri e sul loro sorgere e sul loro tramontare; e inoltre sulla geometria e sull’aritmetica e sulla scienza delle sfere e soprattutto sulla musica; perché queste scienze sembrano essere sorelle, come quelle che si occupano delle due primissime specie dell’ente, che sono sorelle. Videro dunque, anzitutto, che non ci può essere rumore se non ci son cose che s’urtano tra di loro. E quest’urto dissero che avviene quando, nel loro movimento, le cose si incontrano e si uniscono: perché, quando cose che si muovono in senso contrario si incontrano e si impediscono a vicenda, oppure quando, movendosi nella stessa direzione ma con velocità diversa, sono raggiunte le une dalle altre, allora, urtandosi, producono rumore. Dissero poi che molti suoni noi non li percepiamo, o perché l’urto è debole, o perché avviene a molta distanza, o, alcuni, perché son troppo grandi: così come non entra in vasi stretti quello che uno voglia versarvi, quando sia troppo grande. E dei suoni che possiamo percepire, quelli prodotti da urti rapidi e 〈forti〉 sono acuti, quelli prodotti da urti lenti e deboli son gravi. Così, se uno prende una verga e la scuote lentamente e debolmente, produce, coi suoi colpi, suoni gravi: se invece la scuote rapidamente e con forza, produce suoni acuti. Né soltanto in questo modo possiamo renderci conto che le cose stanno così, ma anche in quest’altro: quando vogliamo, parlando e cantando, mandare una voce forte e acuta, mandiamo fuori l’aria con forza***. E questo avviene nel modo che vediamo per le armi da getto: quelle che sono lanciate con forza vanno lontano, quelle che sono lanciate debolmente cadono vicino: perché, quando vanno forte, l’aria cede di più, quando vanno piano, l’aria cede di meno. Lo stesso accade anche per le voci: quelle prodotte da un forte soffio son forti e acute, quelle prodotte da un soffio debole son deboli e gravi. Che le cose siano così, mostra chiaramente anche questo altro fatto: se un uomo parla con forza, lo udiamo anche di lontano; se il medesimo uomo parla piano, non lo udiamo neanche da vicino. Così anche nei flauti. Il soffio che viene dalla bocca, quando entra nei fori che le son vicini, per la gran forza produce un suono più acuto; quando entra nei fori lontani, produce un suono più grave. È dunque evidente che il movimento rapido produce suoni acuti, quello lento suoni gravi. Lo stesso accade nei tamburelli che si scuotono durante le cerimonie d’iniziazione: scossi piano, mandano un suono grave; scossi con forza, mandano un suono acuto. Così lo zufolo: se uno vi soffia ostruendone la parte inferiore, ci darà un suono 〈grave〉; se lo ostruisce a metà o in qualunque altro punto, manderà un suono acuto: perché il medesimo soffio nel primo caso esce debole per la lunghezza dello spazio che attraversa, nel secondo caso esce forte per la lunghezza minore (Porfirio, Sull’armonica di Tolemeo, p. 56 e ss. = Archita, fr. 47 B 1 DK)

 

[La raccolta complete delle fonti su e dei frammenti di Epicarmo sono raccolte in Kassel Rudolf, Colin Austin (ed.), Poetae Comici Graeci. Vol. I: Comoedia Dorica, Mimi, Phlyaces, Berlin-New York, De Gruyter, 2001. Laddove non diversamente indicato, tutte le rese italiane dei testi antichi sono di Gabriele Giannantoni (a cura di), I Presocratici: testimonianze e frammenti, Roma-Bari, Laterza, 2004. Le altre traduzioni e raccolte di testi sono di:

  • Domenico Magnino (a cura di), Plutarco: Vite parallele. Vol. 2, Torino, UTET, 1992;
  • Fritz Wehrli (Hrsg.), Die Schule des Aristoteles. Band 2: Aristoxenos, Basel, Schwabe, 1967;
  • Guido Bastianini, David Sedley (a cura di), Commentarium in Platonis «Theaetetum», in AA.VV., Corpus dei papiri filosofici. Parte III: Commentari, Firenze, Olschki, 1995, pp. 227-562;
  • Jones, Nicholas F., Philochoros of Athens (328), in Brill’s New Jacoby, General Editor: Ian Worthington (Macquarie University). Consulted online on 18 January 2020 <http://dx.doi.org/10.1163/1873-5363_bnj_a328>
  • Luciano Canfora (a cura di), I deipnosofisti: i dotti a banchetto, introduzione di Christian Jacob, Roma, Salerno, 2001;
  • Marcello Gigante (a cura di), Diogene Laerzio: Vite dei filosofi, Roma-Bari, Laterza, 1962
  • Williams, Mary Frances, Apollodoros of Athens (244), in Brill’s New Jacoby, General Editor: Ian Worthington (Macquarie University). Consulted online on 18 January 2020 <http://dx.doi.org/10.1163/1873-5363_bnj_a244>]

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