Se la morte è omaggio alla vita

Piccoli funerali di Maurizio Rippa è un viaggio nella dimensione funebre, da Edgar Lee Masters a Elvis Presley. All’Angelo Mai. Recensione.

Ph. Alberto Marchetti

La vita umana. Ruota su di un filo circolare che si illude di non concludere in sé stesso e vivere l’eterno di una continuità traspirante; finché qualcosa non intercetta il tempo e definisce una durata, come piccoli nodi su quel filo l’arte e la morte ritualizzano l’acquisizione di coscienza che l’eterno, in fondo, non è cosa umana. Quando allora il teatro – tra le arti quella che riproduce continuamente il ciclo vitale, la durata come spazio compreso tra un’origine e una fine – si misura proprio con la morte, il rito duplica la sua ragione d’esistere, si propaga una definizione del vivere come veicolo di un passaggio di stato, da un prima a un dopo, com’è del resto anche la storia che dagli uomini è descritta in un ciclo continuo: da una causa, la nascita, a una conseguenza, la morte. Fluido è questo pensiero di fronte ai Piccoli funerali che Maurizio Aloisio Rippa ha ideato e portato sulla scena dell’Angelo Mai di Roma.

Un minuto e delicato atto d’amore è Piccoli funerali, composto di parole e di musica. Le parole sono frutto di una rielaborazione che Rippa compie attraverso due opere a carattere funebre: la classica Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master e Cartoline dai morti di Franco Arminio; la musica è tratta dai maggiori capolavori di un dolce Novecento, che la voce di Rippa nobilita di un lineamento raffinato e lucente, come seta ondulata tra le pieghe della chitarra carezzata da Amedeo Monda.

Ph. Alberto Marchetti

La delicatezza muove sul filo tra l’ironia, sottile ma dosata, e la qualità sensibile di un attore che è al contempo autore e parte integrante della vicenda, attraverso la quale forse diventa inevitabile affrontare un coinvolto gesto di esorcismo o, quanto meno, assorbimento dell’idea di dissoluzione. Rippa carica sulle sue spalle paure e misteri che la morte porta con sé, con una eleganza discreta cui lasciare il compito di cucire l’abito, ma con penetrante partecipazione emotiva: si avverte infatti un vibrare improvviso nella voce che richiama le storie alla memoria, perché ognuna di esse è frutto di un affondo intimo dentro di sé, un viaggio nel territorio segreto che l’individuo conserva, in genere, alla vista altrui, fin quando in teatro si possa compiere quel miracolo della dualità, il solo luogo dove la dimensione interiore e quella pubblica possono coesistere, fin quasi a fondersi l’una nell’altra.

Ph. Alberto Marchetti

In una scenografia minimale, fatta di un tavolo e pochi oggetti al lato della scena, la musica che tiene per mano il filo lungo l’intera composizione si imperla alla drammaturgia con palpitante discrezione, celebra e allo stesso tempo delimita la circostanza funebre a qualcosa che non addolora ma coinvolge, vela di una seta pregiata come dovesse mostrare al pubblico una dedizione silenziosa ma sonora, nel rispettoso approdo del commiato. Elvis Presley, Nina Simone, Mercedes Sosa, Eva Cassidy, solo alcune delle voci che passano per le labbra di Maurizio Rippa, il cui amore è pari al talento capace di trasformare una serata dal nome che alcuni potrebbero definire lugubre – Piccoli funerali –, che richiama la morte dal buio oblio in cui si trova per gli uomini che sono al mondo, fino al confine che torna al punto d’origine, la fonte inesauribile cui anche la morte deve saper cedere il passo: la vita.

Simone Nebbia

Angelo Mai, Roma – settembre 2019

PICCOLI FUNERALI

di e con Maurizio Rippa
con Amedeo Monda – chitarra
produzione 369gradi
Spettacolo selezionato per la VI edizione de Teatri del Sacro – Ascoli Piceno 2019

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