Partecipante, organizzatore, attivo. Lo spettatore oggi chi è?

Dopo essere stati presenti alla quarta edizione del Festival dello Spettatore di Arezzo, abbiamo elaborato alcune riflessioni relative alla spettatorialità attiva.

Foto di Mara Giammattei

Potrebbe sembrare un paradosso, ma non esagereremmo di certo se affermassimo che negli ultimi anni si sta registrando una crescita degli spettatori ma non una crescita di pubblico. Potremmo discutere attorno a due tipologie di crescita differenti: l’una di tipo qualitativo esperienziale e relativa al singolo individuo, l’altra concernente un aspetto generico e quantitativo. Com’è possibile? Assistiamo al profilarsi sempre maggiore di occasioni di community e/o people engagement da un lato, ma allo stesso tempo, dall’altro, constatiamo che le presenze a teatro si sono praticamente dimezzate scendendo al valore di 266mila (-49,23%), come dimostrano i dati dell’ultimo annuario 2018 pubblicato da SIAE. Spinta dalle scrupolose normative europee, l’attenzione alle politiche di spettatorialità attiva e arte partecipativa sta investendo ormai gran parte delle progettualità in materia di promozione e formazione, interesse valido non solo per gli Stabili ma anche per compagnie e scuole. Piccole e non.

Foto di Mara Giammattei

Queste alcune riflessioni scaturite di ritorno dalla quarta edizione del Festival dello Spettatore di Arezzo, la prima dopo la conclusione del triennio 2016-2018 e che è stata inoltre occasione per la presentazione de I quaderni del Festival dello Spettatore #1, Atti delle giornate di studio curati da Laura Caruso – anche curatrice del festival sin dalla sua prima edizione – e pubblicati quest’anno da Morlacchi Editore. Un compendio approfondito e trasversale, frutto di un lungo lavoro editoriale di selezione di tutti i contributi raccolti durante le Giornate di Studio organizzate lungo questa triennalità. Il libro è un progetto della Rete Teatrale Aretina fondata nel 2001 e composta da sette realtà operanti nella provincia di Arezzo: Anghiari Dance Hub, Diesis Teatrango, Kanterstrasse, Libera Accademia del Teatro, NATA, Officine della Cultura, Teatro di Anghiari. Nel 2010 esse hanno accolto e promosso il progetto Spettatori Erranti attorno al quale poi nel 2016 Massimo Ferri, Presidente della Rete Teatrale Aretina, ha proposto di creare «un festival che ponesse al centro lo spettatore e il suo ruolo civile». Il lavoro congiunto portato avanti da Ferri insieme a Caruso si è poi focalizzato su delle pratiche che, partendo dal coinvolgimento dello spettatore, arrivano al cittadino: «processi di partecipazione che trovano declinazioni diverse a seconda degli ambiti, diventando modelli di co-progettazione partecipata, di ricerca artistica, di stimolo a nuovi stili di vita aperti alla contaminazione culturale».

Foto di Mara Giammattei

La Giornata di studi 2019 ha avuto come tema quello dei maestri, di scuola e di vita (aspetto di cui ci siamo occupati recentemente) e che ha visto intervenire Chiara Guidi, Giuliano Scabia, Silvia Calamai e Andrea Bocconi, le cui riflessioni sono confluite poi nella mattinata dal titolo Fare il pubblico, alla quale hanno preso parte Mimma Gallina, Antonio Taormina, Andrea Maulini. Con nettezza e senza lasciare adito a fraintendimenti di sorta, è stata la stessa Mimma Gallina ad aver sottolineato come il sogno di Paolo Grassi e Giorgio Strehler sia stato ad oggi disatteso: «Non siamo riusciti a creare un teatro dell’arte per tutti». Se il problema dei “nuovi pubblici” e di come essi debbano essere analizzati attraverso il filtro di rinnovate categorie è stato ampliamente discusso, anche il tema occupazionale è stato al centro del dibattito. Chi lavora oggi in questo teatro? O meglio, come si accede al mondo del lavoro teatrale? Ambito che richiede competenze interdisciplinari, versatili, emotive… A tal proposito, erano presenti alla tavola rotonda anche i ragazzi del Liceo Teatrale Vittoria Colonna che, guidati dal preside Maurizio Gatteschi, hanno potuto confrontarsi su tematiche relative alle professionalizzazioni all’interno del settore culturale e sulle possibilità di sbocchi lavorativi, nonostante sia stato ribadito a più riprese dai relatori l’ormai riconosciuto mismatch tra le competenze apprese nelle facoltà umanistiche e le relative possibilità di lavoro.

Foto di Mara Giammattei

Tuttavia, più o meno giovani spettatori continuano a crescere esponenzialmente diventando protagonisti di progetti under 35, di formazione del pubblico, con numerosi focus sparsi per l’Italia dedicati alle comunità. Quest’ultima edizione del Festival dello Spettatore lo ha confermato, vista inoltre la forte presenza delle realtà locali appartenenti alla Rete Teatrale Aretina, proprio quest’anno coinvolte durante la Grand Reunion degli spettatori. Nella sessione pomeridiana, le distinte scuole hanno avuto la possibilità di far conoscere le proprie pratiche di insegnamento che quotidianamente svolgono nei laboratori e la mattinata successiva è stata invece dedicata alla performance itinerante dei laboratori organizzati nell’ambito di “Messaggi”, la rassegna di teatro educazione curata sempre dalla Rete.

Una scelta rischiosa questa, il cui effetto può essere analizzato su due piani: il primo riguarda l’indiscussa capillarità del festival e il seguito che esso possiede all’interno della comunità aretina; il secondo invece è quello di costituire un contraltare di pratiche e processi che tendono in questo modo a chiudersi in un provincialismo riferito. La Rete possiede di certo un seguito notevole di persone attive teatralmente ma che, per contingenza e esperienza circoscritta a contesti regionali, non possiedono una visione allargata del fare teatro, la quale può soffrire di alcune ingenuità che rischiano di inficiare il carattere nazionale della rassegna. Da qui poi emerge un altro dato, che suscita interesse e interrogativi da parte degli operatori, relativo a come il pullulare di attività teatrali non faccia corrispondere proporzionalmente l’andare a teatro: «Molte delle persone che fanno teatro con noi, poi non vanno a teatro».

Foto di Mara Giammattei

Capelli pettinati, barbe curate, trucco e rossetto, frusciare di vesti e odore di lacca per capelli. Le vie del centro di Arezzo riempite dal vociare del sabato sera che si frappone a quello della Fiera dell’Antiquariato, vengono tratteggiate e unite in un unico filo di persone attraverso la Nelken Line, format che sta trovando diversi esiti in città italiane ed europee e, in questa occasione esito del laboratorio aperto a cittadini e spettatori curato da Valentina Romito e finalizzato a questa “Azione Poetica Urbana” memore dell’insegnamento bauschiano. Un momento di condivisione esperienziale in grado di sedimentare, dando loro corpo e gesto, quei residui di discorsi fatti attorno al tema della spettatorialità attiva e che in questo “movimento” trovano concretizzazione e rappresentazione.

Continueremo ancora per molto a interrogarci sul ruolo dello spettatore, sulla sua cittadinanza attiva in grado farsi comunità. Lo spettatore non rappresenta più o non solo, il pubblico che va a teatro, l’abbonato stagionale, non è più colui che nutre lo “sbigliettamento”; la sua è un’azione partecipativa trasversale, cognitiva e critica che trascende il teatro e che non può più essere calcolata in base alla fruizione spettacolare. E allora lo spettatore oggi, chi è?

Lucia Medri

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