Contemporanea. Alveare di invenzioni femminili

All’interno del festival Contemporanea di Prato, la rassegna Alveare, per questa edizione 2019, si è declinata al femminile nelle performance di artiste quali Chiara Lagani, Licia Lanera, Sara Leghissa e Daria Deflorian.

Quella cosa là – Daria Deflorian – ph Ilaria Costanzo

«Gli uomini imparano dalle donne? Spesso. Lo ammettono pubblicamente? Ancora oggi di rado». A partire dal gennaio 2018, la più schiva, assente, enigmatica protagonista della scena letteraria mondiale, Elena Ferrante, accetta di pubblicare, ogni settimana, un breve articolo sul più rilevante quotidiano britannico, il «Guardian». Per un anno, l’autrice dell’Amica geniale ha accompagnato i lettori nella propria, riconoscibile dimensione, dove la “napoletanità” sembra farsi specchio di una condizione esistenziale transculturale, nella quale un insignificante episodio di vita quotidiana è capace di illuminare, con chirurgica precisione, le aporie, le svolte, le zone d’ombra di una vita intera. Raccolti in un volume pubblicato nel maggio di quest’anno per i tipi di e/o, dal titolo L’invenzione occasionale, i cinquantuno frammenti costituiscono – forse ben più dell’opera narrativa – una chiave d’accesso privilegiata all’universo di Ferrante: soprattutto, essi tratteggiano una fotografia cruda di una condizione femminile «ancora oggi» oggetto di una subalternità inaccettabile, e al contempo perenne soggetto creatore di nuovi percorsi ed eccezionali vie di fuga.

Anche Elena Ferrante ha contribuito, seppure in absentia, alla creazione di Alveare, la rassegna di dodici performance che ha animato per tre serate l’edizione 2019 di Contemporanea, e che per molti anni ne è stata un elemento caratteristico. Nel suo offrire all’osservatore formati spettacolari aperti, in fieri, tappe di un processo creativo ancora in corso oppure lavori site specific originatisi all’interno degli spazi animati dal festival pratese, Alveare ha costituito uno straordinario termometro della temperie artistica attuale, una vetrina – atipica ed opaca, tale da fratturare qualsiasi sguardo diretto in un molteplicità di direzioni e  riflessioni – della scena teatrale nazionale, sia essa rappresentata da artisti emergenti o già affermati. E quest’anno – facendo propria un’esigenza sempre più diffusa e percepita tanto dalla comunità teatrale quanto dalla cittadinanza – sono state artiste donne a comporne l’architettura: come evidenziato dal direttore Edoardo Donatini nella presentazione del festival, a loro è stato affidato «il compito di accompagnarci nella lettura di un tempo e di uno spazio a volte intraducibile, perché composto da nuovi codici, lontani da stereotipi e condizionamenti culturali». A essere tessuta è stata una rete, si direbbe, di “invenzioni occasionali”, di schegge performative che, come i brevi contributi di Ferrante, trovano la proprio origine in un istante privilegiato, determinato e transitorio, ma ciò nonostante in grado di costituire l’incipit di un discorso, ampio e disteso, sull’essenza stessa di un’epoca.

L’invenzione occasionale – Chiara Lagani – ph Ilaria Costanzo

Chiara Lagani – nell’inesausta connessione che la lega a Ferrante, dopo la restituzione scenica dell’epopea di Lila e Lenù in Storia di un’amiciziasi affida non a caso alle parole dell’Invenzione occasionale per affrontare il terreno, «scivoloso» per stessa ammissione dell’artista, dei femminismi contemporanei. Nelle parole di Ferrante, lette da Lagani nella platea del Teatro Magnolfi, risuonano così gli interrogativi e le consapevolezze sorte da un tempo presente inabile, o colpevolmente sordo, all’ascolto di voci di donna, troppo spesso confinate nello spazio della chiacchiera, della frivolezza, o costrette in un «gineceo letterario» per ricorrere alle parole dell’autrice che assegna vuote patenti di femminilità all’arte. E il formato di questa breve conferenza-spettacolo è, non a caso, quella di un dialogo tra due donne: Lagani e Tiziana de Rogatis, massima studiosa dell’opera di Ferrante, affrontano i nuclei concettuali dell’Invenzione occasionale, attraversano le contraddizioni dello sguardo e del discorso pubblico sul femminile, ne offrono un ritratto finalmente irriducibile, non sintetizzabile in equazioni e formule. Se il breve articolo che Ferrante dedica a Wakefield, celebre racconto di Nathaniel Hawthorne, svela quanto siano «i luoghi comuni sul femminile che ci fanno considerare essenzialmente maschili alcuni comportamenti», a spiazzare, felicemente, il lettore e l’ascoltatore è la rivendicazione di un’odiosità, del comportamento e del carattere, che la scrittrice attribuisce come eventuale in qualsiasi donna.

«Possibile, mi dicono a volte, che non conosci nemmeno una stronza? Ne conosco, certo, ne è piena la letteratura e la vita di ogni giorno»: e tuttavia anche questa possibilità ci schiera, o ci dovrebbe schierare, al loro fianco, per farci dire che «tirate le somme, mi sento comunque dalla loro parte».

Nelle tre giornate che il festival ha dedicato ad Alveare si delinea così una collezione di azioni performative che spaziano tra i linguaggi e i dispositivi adottati, che nella loro risultante complessiva sembra delineare un documento programmatico ora accorato e deciso, ora intimo e struggente di impegno civile, stilato da donne per le donne; e per tutti.

Lingua Erotica – Licia Lanera – ph Ilaria Costanzo

Licia Lanera, insieme a Danilo Giuva, con Lingua erotica pone la stringente attualità al centro della scena, sviluppando un cortocircuito drammaturgico tra il barocchismo gaddiano di Eros e Priapo, e la violenza linguisticamente depauperata del discorso alla Camera del dimissionario Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini. Seduti a una scrivania, Lanera e Giuva arringano la platea con gli abiti formali e anonimi di due politicanti, ignorando ciascuno le affabulazioni dell’altro, ma istituendo tuttavia un paradossale scambio dialogico tra l’era fascista e quella odierna, entrambe contraddistinte da una deriva sessuale, sempre più squallida, dell’agone politico.

Have you never been (Il)legal – Sara Leghissa ph Ilaria Costanzo

Sara Leghissa in Have you never been (il)legal? trasporta invece nello spazio protetto del Teatro Magnolfi l’azione di attacchinaggio compiuta nell’aprile di questo stesso anno nel quartiere Soccorso di Prato, inserita nel programma Giardini di Prossimità|Territori Contemporanei. A esser recuperata, ancorché diluita nella sua forza dalla “compressione” in un interno, è qui la dimensione politica del gesto di affissione di un manifesto abusivo, in grado di attivare un’indagine attorno ai confini fluidi perché sottoposti alle sollecitazioni dell’opinione pubblica e alle volontà partitiche della nozione di “rispetto della legge”.

Ma è con Daria Deflorian e il suo Quella cosa là che l’istanza etica e sociale sottesa all’intera proposta di Alveare si sfalda e dilaga in centinaia di ambiti e suggestioni, riverberandosi in un ritratto che è sì l’autobiografia di una donna e di un’artista ma anche la biografia di un tempo e di una comunità. In piedi, appoggiata al boccascena del Magnolfi, Deflorian racconta un episodio del proprio recente passato: la lettura del breve romanzo di Annie Ernaux L’événement, e quel suo rispecchiarsi nel resoconto di un aborto, del dolore, della vergogna. Ricorrendo a un tunneling process di matrice woolfiana, Deflorian si immerge e si disloca nella memoria, si posiziona nelle sue pieghe soltanto per i brevi istanti capaci di conferire loro un senso, e poi di nuovo se ne allontana, collocandosi in un presente che di quei ricordi, di quei sogni o di quegli incubi, porta con sé tracce spesso invisibili. Ecco che la breve esperienza della fine di una gravidanza è una lente attraverso la quale rivivere la propria giovinezza e quell’ardore per l’arte scenica che sembrava poter sfamare più di qualsiasi pasto, ecco la presa di coscienza di quanto la passione per le città la Parigi in cui scopre il romanzo di Ernaux, la Bologna degli studi universitari, la Roma del Pigneto e di questi anni sia tanto straziante quanto necessaria.

Quella cosa là – Daria Deflorian – ph Ilaria Costanzo

È la città, d’altra parte, a colpire Daria con un pugno in pieno petto, che squassa il corpo dell’attrice e schianta il cuore dello spettatore: una, due, tre volte Deflorian si percuote quasi fino a perdere l’equilibrio, mentre scopre, con un riconoscibile stupore, la violenza con cui il suo amore per le strade, per i caffè, per le persone, stava per essere ricambiato. Eppure c’è un’asciutta, quieta consapevolezza a muoverne la voce, l’esito di una pacifica redde rationem con la sé stessa di un tempo che qui, in mezzo al pubblico di Alveare, assume la consistenza di un gesto: l’artista appoggia a terra libri e oggetti, li lascia alle proprie spalle subito dopo averli rammentati. “Quella cosa là”, l’aborto, è ora un imprevisto, ora una necessità, soprattutto una scelta da difendere strenuamente dall’attuale, esplosiva, messa in discussione, per la quale, come scrive Ernaux «si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni fa quella delle mammane», eppure «non si mettono in discussione le leggi e l’ordine mondiale che fanno sì che esistano». Ma “quella cosa là” è anche una curva dell’esistenza di Daria, superata la quale poter scoprire, con commossa gratitudine, come «non sia sempre necessario venire al mondo per vivere».

Alessandro Iachino

Prato, Teatro Magnolfi – Contemporanea Festival – settembre 2019

CHIARA LAGANI
L’INVENZIONE OCCASIONALE
presentazione e letture a cura di Tiziana de Rogatis e Chiara Lagani

LICIA LANERA
LINGUA EROTICA
di e con
 Licia Lanera
con 
Danilo Giuva

SARA LEGHISSA
HAVE YOU NEVER BEEN (IL)LEGAL? Report di una pratica illegal-collettiva
concept
 Sara Leghissa
grafica manifesti 
Marzia Dalfini

composizione dei testi Marzia Dalfini, Sara Leghissa, Chiara Vacirca
in collaborazione con Rita Duina, Margherita Landi, Giulia Landini
cura e promozione Giulia Messia
organizzazione di produzione Eleonora Cavallo

DARIA DEFLORIAN
QUELLA COSA LÀ
un racconto teatrale di e con Daria Deflorian

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