Progetti contro la desolazione: Panorama Roma

A Short Theatre 2019 si è tenuta una nuova apertura di Panorama Roma.  Una riflessione sul possibile impatto futuro di questo progetto.

Stalker. Foto A. Cardinale/ C. Pajewski

Un panorama per stagliarsi in tutta la sua complessità ha bisogno di essere fotografato con perizia e a intervalli regolari. Ma se gli abitanti di questo panorama fossero in movimento? Se il paesaggio fosse costituito dal movimento stesso da cui l’opera d’arte è caratterizzata nel proprio divenire? Da qui viene la complessità di un progetto come Panorama Roma: il percorso ideato da Fabrizio Arcuri e Graziano Graziani si espone così al pubblico in tutta la sua fragilità mentre cerca di scattare la fotografia di una serie di oggetti non identificati; l’attenzione viene posta sui processi artistici e sulla necessità di accogliere lo sguardo dell’altro: spettatori appassionati, artisti, studiosi, osservatori. E qui Panorama è già un pezzo avanti, con quest’ultima edizione se ne contano tre di aperture al pubblico. Un format insomma in parte rodato, che, in attesa di innestarsi in uno spazio vero e proprio, scatta la fotografia complessa di cui sopra e, nel caso dell’ultimo Short Theatre, promuove l’ibridazione dei codici con uno sguardo ben preciso alle ultime tendenze delle arti visive che vedono nella performance uno dei linguaggi maggiormente in grado di azionare processi artistici in diretta connessione con le geografie urbane e i dibattiti globali. Su tutti i progetti presentati, questo orizzonte in comune con l’arte contemporanea performativa è stato evidente per le presenze di Andreco e del collettivo Stalker.

Silvia Rampelli Foto A. Cardinale/C. Pajewski

Il primo è un artista romano, quarantenne, ma dalla carriera internazionale già avviata: negli anni ha saputo far fruttare la laurea in ingegneria ambientale impostando un discorso artistico che tra installazioni e performance si propone di attivare un messaggio dedicato alla cultura ecologista, da qui la volontà, tra le altre cose, di piantare un albero di fico nei pressi dell’ex mattatoio. Stalker invece ha attivato il pubblico in una breve camminata che è terminata in un parco adiacente agli spazi artistici per mostrare un dato nascosto e imprevisto, ovvero la possibilità di entrare in un luogo solitamente chiuso al Monte dei Cocci, dal quale è possibile guardare il quartiere di Testaccio dall’alto. Qui, inoltre, concettualmente la questione si è fatta interessante quando i due artisti hanno mostrato agli altri cittadini il gesto con cui aprire il cancello apparentemente chiuso consegnando, nella performatività dell’operazione, la chiave per una riappropriazione simbolica. Tra gli interventi più preziosi, nello specifico danza e teatro, registriamo quelli di Silvia Rampelli e Fabiana Iacozzilli: la prima si concentra su un dato audio (in nuce tutt’altro che coreografico), straziante per la sua provenienza – una commovente intervista a un anziano paziente di una casa di cura – e con questo cerca di riflettere sulla potenza “performativa” di quella realtà; la regista de La classe, invece, attraverso la lettura di un testo e la rappresentazione di una breve scena a due comunica il tema del suo nuovo progetto, la maternità e le conseguenze sociali spesso inaccettabili. Con l’ospitalità dei giovani di Malombra e della coreografa Martina Donatone si fa invece evidente un tentativo di scoprire nuovi territori e autori; questione centrale vista la difficoltà (ideativa e nel campo dell’innovazione) degli artisti teatrali under 35 negli ultimi anni.

Malombra – De.Lete. Foto A. Cardinale/C. Pajewski

D’altronde ora Panorama Roma deve anche riuscire a sciogliere un importante nodo, ovvero comprendere proprio come entrare in contatto con gli artisti emergenti. Ancora una volta le pratiche di networking e l’attivazione di antenne con una funzione critica sul vasto territorio della Capitale potrebbero essere gli unici antidoti all’utilizzo di pratiche già esistenti (e spesso abusate) come quelle dei bandi e dei concorsi. Uno degli obiettivi del progetto è quello di dare la possibilità ai giovani artisti di sperimentare, di conoscersi e provare gratuitamente o a prezzi simbolici: «Dove può andare oggi un gruppo di attori uscito da un’accademia o da una scuola per provare anche solo a capire se ci sono le basi per un progetto teatrale?», così Arcuri ci spiega una delle urgenze che muovono l’idea di Panorama Roma raccontandoci anche della vorticosa discesa delle domande di partecipazione a un importante premio come Scenario. E infatti basta sfogliare il libro pubblicato dall’Associazione Scenario con il quale viene analizzato il decennio 2007- 2017 per ritrovarsi di fronte a un calo, sul piano nazionale, di più di due terzi del numero dei partecipanti e di quasi due terzi sul monte dei progetti proposti. Insomma, una sorta di emorragia della vocazione teatrale che andrebbe compresa – anche oltre lo storico concorso –  e, se possibile, arginata.

Un momento del talk conclusivo. Foto A. Cardinale/C. Pajewski

Panorama muove i propri passi anche da una urgenza politica imprescindibile per la città di Roma: la mancanza di quei luoghi che potrebbero fungere da catalizzatori di idee in ambito performativo. Spesso, anzi, forse troppe volte, si è scritto qui e si è parlato in sede pubblica del vuoto lasciato dalla chiusura di realtà come il Rialto Santambrogio, ma è venuto il momento di volgere lo sguardo oltre il ricordo, perché la città ormai è mutata profondamente, perché forse non ci sono i presupposti politici e sociali per nuove occupazioni e perché quel rischio tipico delle giovani generazioni è comprensibilmente fuori dall’orizzonte di pensiero dei ventenni o trentenni di oggi. D’altronde gli esempi migliori di questa città sono stati annichiliti dalle politiche securitarie, dal continuo rischio di cristallizzazione in cui alcuni di questi modelli, al limite della legalità, incappavano, senza riuscire a trovare un dialogo e un riconoscimento con le istituzioni cittadine. Anche da tali presupposti prende le mosse Panorama Roma, dalla presa in carico del mutamento, mettendo però in campo una possibilità di rilancio. Un progetto che per ora non ha un luogo fisico, ma che sta lavorando per averlo, alimentarlo e finanziarlo. Nell’idea di chi lo ha in mente si tratterebbe di uno spazio dove far confluire energie diverse sia artistiche che progettuali.
Si tratta dunque di fare rete, questione tra l’altro sempre scottante per i luoghi teatrali romani, anche tra quelli che avrebbero maggiore prossimità per vocazione. E infatti guardando al passato proprio tra gli spazi citati negli incontri di Panorama Roma si trovano virtuosi esempi: nella Capitale ad esempio esisteva Ztl, era una sorta di interfaccia produttiva dedicata alla scena indipendente che fungeva anche da raccordo poi con le istituzioni. Non è un caso che in questa edizione del festival all’ex mattatoio vi siano in programma due artisti passati proprio nelle scorse edizioni di Panorama, Manuela Cherubini e Alessandra Di Lernia, a voler sottolineare la continuità e la necessità di ospitare e produrre proprio quegli artisti di cui si era osservato il percorso nelle aperture precedenti.

Abbinare a questo tipo di slancio un luogo fisico che riesca anche a intercettare finanziamenti europei sarebbe ossigeno per quel pezzo di città che, con dedizione e tra grandi difficoltà, si occupa di arti performative.

Andrea Pocosgnich

Leggi altri articoli di Politiche Culturali a Roma

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here