Il Cappuccetto Rosso senegalese delle Albe. Dedicato a chi racconta

A I teatri della Cupa, festival salentino, abbiamo incontrato Thioro. Un Cappuccetto Rosso senegalese, del Teatro delle Albe. Recensione

Foto Guglielmo Bianchi

In Salento esiste una piccola comunità teatrale: muovendosi tra tre comuni (Novoli, Tripuzzi e Campi Salentina) da cinque anni le compagnie Principio Attivo e Factory Transadriatica collaborano (con l’aiuto dei municipi e del Teatro Pubblico Pugliese) per allestire, tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, I teatri della Cupa. Il festival ha l’ambizione di portare sul territorio alcune importanti proposte nazionali alternandole con lavori made in Puglia. L’epicentro è Novoli, cittadina, a rischio spopolamento giovanile, come tante del Sud Italia. Qui il teatro vive una posizione geografica di potere, ovvero al centro della piazza principale, più in vista della chiesa.

È però a Campi Salentina che abbiamo assistito a una delle serate più vive, pienamente in connessione con la realtà del luogo. Al termine dello spettacolo SOPHIA. Puppets&Comedy di Francisco Obregon,  esempio di teatro comico per attore e pupazzo, il pubblico viene radunato attraverso una processione festosa guidata da un trampoliere. Di fronte alla chiesa, un cerchio, sedie e sgabelli in plastica per ospitare il pubblico, i bambini seduti nel cerchio più interno e prossimo allo spazio scenico. Thioro. Un Cappuccetto Rosso Senegalese sta per cominciare.

L’intuizione efficace del Teatro delle Albe – l’ideazione è di Alessandro Argnani (anche alla regia), Simone Marzocchi e Laura Radaelli – sta nell’appellare i bambini presenti con una seconda persona singolare che si rivela da subito potente strumento immersivo: «Thioro sei tu». Questo costrutto viene utilizzato anche attraverso espedienti ironici e partecipativi; è il caso della descrizione fatta da Marzocchi: Thioro è vestita come i piccoli spettatori, con i capelli raccolti in una coda, la borsetta rosa, la maglietta verde…

La compagine italo-senegalese – Fallou Diop, Adama Gueye, Simone Marzocchi, (ovvero tre performer, di cui due anche musicisti con tromba e percussioni) – si muove con naturalezza tra lo spazio esterno e interno alla scena, allo stesso tempo il diegetico e l’extradiegetico si specchiano l’uno nell’altro; non c’è quarta parete ma uno spazio contiguo del racconto che abbraccia (e viene abbracciato da) una comunità temporanea.

L’accento sulla centralità del racconto è evidente anche nella drammaturgia: la Nonna, che non vive più nello stesso villaggio di Cappuccetto, era conosciuta per le sue storie, il suo ruolo sociale si esplicitava proprio nell’assolvere questa funzione di narratrice. È dunque naturale che nella riscrittura la bambina si rechi dalla nonna non perché questa sia malata e abbia bisogno di un boccone di focaccia e di un bicchiere di vino, come accade nell’originale di Perrault o nella riscrittura dei Grimm, ma proprio perché è Thioro ad aver bisogno di lei, perché ha voglia di farsi raccontare una storia. In Senegal c’è un detto che recita: «Quando muore un anziano è come se bruciasse una biblioteca» / «makk bou lakko xam xam ree», afferma Diop prima di spiegare ai bambini che cosa sia un Griot, il cantastorie africano, immortale come il gigantesco Baobab.

Foto Teatro delle Albe

Per arrivare dalla nonna Cappuccetto/Thioro deve attraversare la savana, sono tanti gli animali più o meno pericolosi che potrebbe incontrare: Foul cambia letteralmente pelle, modella voce e muscolatura per incarnare le bestie che la bambina potrebbe trovarsi sulla strada, fino all’equivalente del lupo nel racconto originale: Buki la iena. Ha fiutato il sangue della ragazza che poco prima si era tagliata un piede – le giovanissime spettatrici hanno intinto i piedi in un rosso vermiglio e lasciato impronte al centro della scena. Anche in questo caso lo slittamento è funzionale a una maggiore complessità dell’antagonista: «Buki la iena è l’animale più furbo e cattivo della savana. […] Si aggira nei cimiteri, tira fuori i morti e poi li mangia. Buki la iena sa parlare come gli uomini. Di notte si avvicina alle capanne dove dormono i pastori e li chiama per nome, quando escono li divora. […] È l’unico animale che ha il coraggio di rubare la caccia del leone. Se la incontri nella savana farà finta di essere tua amica, non ti attaccherà subito, ti lascerà andare, ma quando meno te lo aspetti…». I bambini se lo ritrovano di fronte: cammina carponi, lentamente e inesorabilmente, non possono fuggire dal suo sguardo assetato di sangue, devono affrontare la possibilità della  paura.

Alla rilettura delle Albe, che è un piccolo gioiello per qualità di scrittura, interpretazione, molteplicità di temi e livelli, e per la forza interpretativa dei tre protagonisti (a tratti soprannaturale Foul) si aggiunge poi un’altra favola commovente: Thioro è nato in Senegal, con la compagnia legata a Mandiaye N’Diaye, attore e regista scomparso nel 2014, cinquantenne, in seguito a un infarto. N’Diaye, dopo aver collaborato con il gruppo di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari per una decina di anni, dalla fine degli Ottanta al termine dei Novanta era tornato in patria per fondare il Takku Ligey Théâtre. Questo allestimento è allora frutto di una collaborazione grazie alla quale la pratica di far scontrare e mescolare le culture non è pura istanza retorica ma ricerca artistica vera e propria; nel segno di una tradizione che continua nonostante la scomparsa del suo più conosciuto Griot.

Andrea Pocosgnich

Teatri della Cupa, Campi Salentina, Luglio 2019

Thioro. Un Cappuccetto Rosso senegalese.
ideazione Alessandro Argnani, Simone Marzocchi e Laura Redaelli
con Fallou Diop, Adama Gueye, Simone Marzocchi
organizzazione Moussa Ndiaye
coproduzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, Accademia Perduta/Romagna Teatri, Ker Théâtre Mandiaye N’Diaye
regia Alessandro Argnani

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