Lucia Calamaro. La caduta senza dei

Dialoghi sull’esistenza di matrice filosofica nell’ultimo lavoro di Lucia Calamaro: Nostalgia di Dio, al debutto per la Biennale Teatro 47 di Venezia. Recensione.

Foto di Guido Mencari

L’uomo. Unità di misura e contemporaneamente risultato di ogni ricerca sull’esistente. L’uomo fatto di fango e idee, di corpo e percezione – nasce con il dubbio e lo coltiva in sé, si cala a indagare la natura dell’origine per vocazione essenziale che proprio nell’esistenza si sostanzia, scandisce il tempo unicamente per porre un limite a sé stesso, distribuirsi in equilibrio tra concretezza e astrazione. È dell’uomo il pensiero, così come dell’uomo è l’azione. Ma quando il pensiero supera il confine dell’azione, la dimensione del pensare si rompe e penetra in uno spazio indefinito, là dove solo è Dio. Questa matrice filosofica, questa problematizzazione della vita umana, fa nascere dalla penna di Lucia Calamaro il nuovo Nostalgia di Dio, al debutto assoluto al Teatro Goldoni di Venezia per l’edizione numero 47 della Biennale Teatro, che il direttore Antonio Latella ha scelto di dedicare alle Drammaturgie.

Foto di Guido Mencari

È un campo di tennis, prima di tutto. La pallina cadenza un ritmo omogeneo da un lato all’altro della rete, procede senza scossoni l’evolversi del tempo; eppure una parola, un elemento dirompente ma minuto, sconvolge l’ordine e vi instilla, formalmente, il dubbio; chi sa dire se esistiamo davvero? Per quale motivo Dio avrebbe deciso di crearci? Quattro personaggi legati da un’amicizia reticolare ora accolgono e ora respingono il palleggio del dialogo, come la pallina sul campo da tennis, rivolgono pensieri a sé stessi liberandoli all’ascolto degli altri, senza quasi davvero cercare una risposta, ma confidando nella domanda come bacino primordiale di conoscenza. Francesco (Francesco Spaziani) è agitato, non riesce a calarsi nel ruolo di padre separato, vuole tornare a casa e insiste tardivamente nel volersi affermare come uomo agli occhi della moglie da cui è separato; la moglie Cecilia (Cecilia Di Giuli) dal canto suo cerca di difendere la propria scelta di serenità, ma rivela una nevrosi, l’assurda catalogazione dei rumori, al fine di rivendicare per sé stessa una liberatoria, ma confusa, forma di emancipazione; l’amico Alfredo (Alfredo Angelici) ha scelto di portare fede e, con essa, la croce sulla quale è incisa la vocazione al sacerdozio come sacrificio e rinuncia, al fine di comprendere di più su quanto è incomprensibile; l’amica Simona (Simona Senzacqua) cerca disperatamente di modificare il proprio stato, sta male ma non riesce a compiere gesti maturi verso una qualche indipendenza psicologica ed emotiva.

Calamaro, in una scena quasi del tutto spoglia, compone situazioni reali (una cena tra amici, un pellegrinaggio per le chiese di una Roma sovrastata dalle rovine), le intride di una dinamica relazionale che si addensa di occasioni, precedenti o presenti, a legare i protagonisti; all’interno di questo intreccio prende forma – attraverso due stilemi ormai classici dell’autrice come il dialogo serrato fuori e dentro la vicenda tra i personaggi e il monologo disinvolto fintamente rivolto a un ascoltatore esterno – la volontà di esprimere la propria fragilità interiore al cospetto di un mondo regolato dalle abitudini, al contempo rivelando anche i caratteri depressi, maniacali di questi individui irrisolti.

Foto di Guido Mencari

Come spesso quella dell’autrice di Si nota all’imbrunire o L’origine del mondo è una scrittura rorida, coraggiosamente debordante fino ai confini con l’eccesso, capace di giocare in modo raffinato con certe convenzioni linguistiche in una vicenda invece originale e non stereotipata; ma se tuttavia nei precedenti lavori la caratura dell’impianto aveva espresso una felicità creativa munifica, sorprendentemente in grado di restituire in forma asciutta una retorica piuttosto estesa, la nuova opera si mostra vittima di una ridondanza non finalizzata; pertanto i buoni segnali del primo atto, fertili di una sapiente ironia, si disperdono in una seconda parte disorganica e polverosa, incapace di mostrare le intenzioni dell’autrice in una visione nitida, complice anche la scelta di attori non tutti abili nel sostenere una struttura testuale così complessa.

La nostalgia è un moto interiore attraverso il quale la sensibilità rintraccia i caratteri di un’assenza e li disperde nella propria vita attuale, definendo dunque la dissociazione tra il tempo presente e il tempo passato. Ma la nostalgia di un profumo avvertito nell’infanzia non è lo stesso che la nostalgia dell’origine, quella ricerca di profondità sempre maggiore senza cui la stessa esistenza non saprebbe dichiarare un senso. È quello il luogo del proprio spirito in cui ha sede l’idea di Dio, quella entità in grado di essere interpretazione dell’insondabile, ciò che la mente umana non sa definire; la ricerca di questa flebile, volatile presenza è in coordinato con l’assenza della figura di padre che, postumo alla paternità, cerca continuamente di rivendicarla, pur con paradossali azioni infantili; ma non ha punti di riferimento, il ruolo dominante è perduto, il suo urlo è strozzato da quella voluminosa e soffice escrescenza che è la vita, la domanda si innalza verso l’alto ma senza risposta cade a terra, agli uomini non resta altro da fare che, della caduta, registrare e catalogare il sordo e irrilevante rumore.

Simone Nebbia

Teatro Goldoni, Venezia – Biennale Teatro 47, Luglio 2019

NOSTALGIA DI DIO
dove la meta è l’inizio

prima assoluta (2019)
testo e regia Lucia Calamaro
con Alfredo Angelici, Cecilia Di Giuli, Francesco Spaziani, Simona Senzacqua
luci Gianni Staropoli
scene e costumi Lucia Calamaro
assistente alla regia Diego Maiello
disegno dell’angelo Luca Privitera
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin 2018_2020

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