La meta o il viaggio? Uno sguardo ai processi creativi

A partire dalla lettura del numero 37 (2018) di Stratagemmi, una riflessione sulle opportunità degli artisti e degli operatori tra processo creativo e risultato spettacolare.

Kilowatt 2018. Foto di Elisa Nocentini

«Anche un supermercato può essere espressione di un pensiero specifico, a seconda del percorso che un cliente è invitato ad attraversare». Questa affermazione, volutamente iperbolica, emergeva da una recente conversazione privata intrattenuta con Antonio Latella. Ci trovavamo d’accordo sull’importanza di far dialogare il processo creativo di un artista con le capacità che una struttura che lo ospita (o lo produce) deve dimostrare di avere nel comunicarlo. «Il pubblico – sosteneva il regista e direttore della Biennale Teatro – dovrebbe costantemente percepire di trovarsi all’interno di un pensiero». Da questo punto di vista, così come l’opera si concretizza solo di fronte all’occhio dello spettatore, gli strumenti di decodifica offerti dal contesto che accoglie lo sguardo e l’espressione artistica diventano fondamentali.

Nel numero 37 di Stratagemmi. Prospettive Teatrali si dà conto di un complesso percorso di raccolta di idee e di suggestioni, frutto dell’occasione di A porte aperte – un convegno sui processi creativi tra sguardi, ricerche, residenze, organizzato nell’estate 2018 a Sansepolcro da Kilowatt Festival con le riviste Altre Velocità, Stratagemmi. Prospettive teatrali e Il Tamburo di Kattrin.
Come di consueto in questa pubblicazione, una sezione di Studi introduce al Taccuino, che qui contiene le relazioni portate al convegno. La prima parte, dopo un’introduzione di Stefano De Matteis, allaccia uno all’altro tre interventi che osservano i processi creativi da tre diverse angolazioni: una serrata ricognizione di Roberta Ferraresi sugli studi teatrali italiani, un resoconto partecipe di Rodolfo Sacchettini sulle creatività degli anni Novanta e degli Zero e un’ingegnosa proposta di chiavi di lettura con cui Lorenzo Donati approfondisce le pratiche di audience development e audience engagement.

La relazione del convegno di Kilowatt 2018 si sofferma sul fatto che ciascun passaggio evolutivo che la comunità delle arti performative ha attraversato abbia come riferimento e termometro il mutare dell’ecosistema produttivo e distributivo del teatro. Solo all’apparenza scontata, questa evidenza traccia una mappa complessa di come la creatività degli artisti sia determinata dai rapporti di forza sistemici che la regolano. In questo processo di negoziazione di libertà ed esigenze, tanto l’azione curatoriale quanto la critica – intesa come sguardo analitico, racconto, raccolta di un archivio e impegno nel comunicare le arti verso un pubblico sempre più vasto – sono chiamate a dare forma a metodologie fluide e ritagliate su specifici parametri territoriali, temporali e persino vocazionali.

Se, nel guardare alla scena contemporanea, si sposta l’attenzione dal risultato al processo, emerge un negativo estremamente chiaro delle aporie del nostro sistema, ma anche delle innovative potenzialità di progettazione derivanti da un sempre più consapevole atto di valorizzazione dei meccanismi di creazione. La sfida è quella di declinare la creatività, le sue esigenze e le sue urgenze espressive e politiche in un apparato di dialogo complesso, messo a disposizione di tutti i partecipanti al discorso: artisti, operatori, spettatori, istituzioni.
Quando si va in cerca dei processi creativi, oggi si incontrano innanzitutto le residenze, un settore che soprattutto dal Decreto 2014 (poi 2017) in poi, ha gradualmente conquistato una posizione di preminenza nelle strategie produttive degli artisti, indipendentemente dalla loro anagrafica o dalla longevità del percorso professionale.
Come ben ricostruito negli atti del convegno di Sansepolcro, il sistema delle residenze porta però in primo piano la questione della relazione tra materiali ancora “in progress” e sguardo del pubblico. È difficile individuare una funzione nitida che coniughi libertà per un artista di creare all’interno del contesto che attualmente più di ogni altro glielo permette e disposizione dello sguardo a ricevere elementi di linguaggio non ancora rifiniti, rinunciando dunque alla gratificazione di una forma spettacolare.
Fin dalla stagione, precedente al nuovo Decreto, in cui i festival estivi si facevano spesso vetrine di “primo studio”, “anticamera”, “passo #1, 2, 3”, il momento di apertura al pubblico poneva problemi di comprensibilità per lo spettatore meno avvezzo ai nuovi linguaggi, ma generava anche una certa frustrazione nella critica e negli operatori, a diverso titolo coinvolti nell’azione di accompagnamento, sostegno e diffusione di quei linguaggi. E non dimentichiamo occasioni più recenti, in cui la presentazione di primi materiali, non contestualizzata a dovere, aveva innescato un pur interessante confronto tra artisti e osservatori. Il riferimento è alla Lettera aperta di Michele Pascarella a Roberto Latini e alle relative reazioni (Massimiliano Civica / Roberto Latini), di cui qui veniva offerta (in inglese) un’analisi retorica.

Le attuali residenze creative hanno oggi una funzione strategica ben precisa: l’importanza che detengono per il supporto agli artisti richiede adeguate modalità di scambio tra creazione e fruizione. La capacità di questi contesti di generare le condizioni favorevoli alla crescita dei processi creativi deve puntare a definire innanzitutto, di essi, una forma di autonomia. Ciò che occorre è una linea progettuale che non forzi il work in progress verso la spettacolarizzazione, ma che neppure perda l’occasione di preparare il terreno di fruizione che esso incontrerà raggiunta una forma “finita”. Serve dunque strutturare contesti in cui far crescere una sperimentazione consapevole delle asperità dei sistemi produttivi e distributivi di oggi, ma che si preoccupi di non lasciare che queste ultime finiscano per fagocitare intuito, inventiva e caratteri di ricerca degli artisti.

Questo ci porta a rilanciare la riflessione sui processi creativi anche al di fuori di quei «teatri delle residenze», verso altre forme di restituzione che troppo spesso ci sembrano occludere lo sguardo sui meccanismi di creazione che le hanno generate e che incarnerebbero, forse, la vera funzione di un atto di ricerca. Un esempio è la sfera del cosiddetto “teatro sociale” e “teatro integrato”, un comparto che ha visto una rinascita in questi ultimi anni.
Nei vari territori fioriscono le opportunità di osservare il risultato di progetti di artisti in residenza impegnati a lavorare, in spazi e tempi circoscritti, a contatto con espressività altre, come detenuti, migranti, diversamente abili o semplicemente abitanti del territorio.
Ben consapevoli delle difficoltà che questo rappresenterebbe, ci chiediamo se non sia possibile individuare anche qui una strategia per mostrare il processo che sottende al risultato. Ci vengono alla mente modalità ibride come il lavoro di Chiara Guidi sui cori cittadini – esattamente a metà tra attività sul territorio e forma spettacolare – o il sottile esperimento di Quotidiana.com, che a Trasparenze Festival 2019, con il titolo Sassolini, portava sul palco modenese i partecipanti al laboratorio (Gruppo L’Albatro) impegnati a raccontare – in absentia dei due conduttori – dubbi e perplessità sul medesimo breve percorso appena concluso.

Negli ultimi dieci-quindici anni, anche ma non solo grazie al prezioso strumento di pubblicazione in Rete, una variegata comunità di osservatori si è fatta spazio e ha confermato l’intenzione di seguire il farsi e il diffondersi delle arti sceniche. Attraverso metodologie molteplici e grazie a un forte sincretismo delle esperienze, essa ha interrogato i contesti per ravvivare costantemente una domanda sul ruolo e sulla funzione dello sguardo. Alla comunità della critica è talvolta concessa l’opportunità di osservare i processi creativi dall’interno; presenziare alle prove, discutere con gli artisti prima che il loro lavoro sia pronto per la presentazione a un pubblico più ampio si conferma un grande privilegio e – come la fase storica del Nuovo Teatro ci ricorda – rappresenta un’opportunità di crescita più solida dei linguaggi. Tuttavia, oggi questo tipo di azione risente spesso di un carattere occasionale: se il sistema delle residenze e i progetti di stampo laboratoriale si stanno sempre meglio strutturando nelle modalità e nelle finalità, si potrebbe forse chiarire (e solo dopo favorire) una più costante e sistematica presenza degli osservatori all’interno dei processi creativi. Questo libererebbe la critica dal tentativo di inseguire soltanto una funzione di valutazione (ormai omologata e limitante) e doterebbe artisti e operatori di uno strumento di racconto in tempo reale della fase di creazione, oltre che di supporto nel dialogo con la comunità degli spettatori.

Tornando ai ragionamenti iniziali, dunque, la chiave sta nel rinsaldare il legame tra sensibilità creativa degli artisti e capacità degli operatori di scavare canali chiari verso un dialogo adatto alle specificità dei pubblici. Volendo orientare gli strumenti di un sistema al nutrimento e al sostegno dei processi che esso dovrebbe veicolare, occorre un sempre più consapevole studio dei contesti e delle delicate complessità che li conformano. Il teatro, più che altre arti, ha forse l’opportunità di trovare nel proprio viaggio creativo un’alternativa di senso al raggiungimento di una meta.

Sergio Lo Gatto

disponibile online
STRATAGEMMI. PROSPETTIVE TEATRALI
N. 37 (2018)
Guardando i processi creativi
interventi di (Studi) Stefano De Matteis, Roberta Ferraresi, Rodolfo Sacchettini, Lorenzo Donati; (Taccuino) Maddalena Giovannelli, Emmanuele Curti, Lucia Franchi e Luca Ricci, Daniele Villa, Marco Valerio Amico, Alessandra Crocco e Alessandro Miele, Fabio Biondi, Michela Giovannelli, Federico Bacci, Benedetta Pratelli, Cristina Bastianini, Andrea Vezzini, Graziano Graziani, Andrea Nanni, Alessandro Toppi, Marco Martinelli

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
Previous articleLaboratorio per Attori e Danzatori. #sponsor
Next articleLa musica del corpo, il corpo della musica. #sponsor
Avatar
Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here