Catabasi in forma di pera. Commedia con schianto di Liv Ferracchiati

Commedia con schianto. Struttura di un fallimento tragico, il nuovo spettacolo di Liv Ferracchiati ha debuttato la settimana scorsa al Festival delle Colline Torinesi. Recensione.

foto di Andrea Macchia

Nel titolo e sottotitolo, i due vertici di un ossimoro. Commedia con schianto. Struttura di un fallimento tragico, l’ultimo lavoro di Liv Ferracchiati (prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria, in collaborazione con la compagnia The Baby Walk) ha debuttato al Festival delle Colline Torinesi.
È alla struttura della tragedia antica che S. (Silvio Impegnoso), «autore teatrale, anche regista, anche smarrito, ma soprattutto under 35», si appella nel tentativo di restituire ordine alla propria esistenza impazzita: su quella “cresta dell’onda” che somiglia al limbo di un successo ancora tutto da dimostrare, è alle prese con la scrittura di un testo di cui non sa dire la sinossi, incalzato dal pungolo produttivo, in cerca dell’ispirazione ma anche di qualcuno che lo salvi dal ricordo di una donna che «gli ha praticamente rovinato la vita».

foto di Andrea Macchia

Non resta, forse, che la discesa agli Inferi, alla ricerca del vaticinio (e del conforto) di Aristofane, ma l’iter – dall’impaccio della prima conferenza stampa all’annegamento in piscina in perfetto stile Sunset Boulevard – è lungo, costellato di  intoppi e, appunto, scandito secondo la partizione della tragedia.
Dunque prologo, parodo, episodi, stasimi e esodo (con l’aggiunta della parabasi, sede di un’istanza politica necessaria) per restituire un’intelaiatura alla vita e una nuova donna, A. (Alice Torriani), un’attrice e scrittrice di narrativa incontrata a un meeting di drammaturgia contemporanea europea, prontamente ingaggiata nel cast di questo spettacolo senza trama, nella speranza di riceverne «un po’ di benzina per compiere qualche chilometro letterario».
La drammaturgia rappresenta quindi, per il giovane autore tallonato, il luogo della trascrizione dell’incontro ma anche della sua trasfigurazione, attivando un meccanismo per il quale gli diviene difficile focalizzare la direzione del rapporto tra vita e scrittura: se sia la prima a ispirare la seconda o, viceversa, se sia in funzione creativa che l’esperienza emotiva viene portata a precipitazione. Attorno a S. e ad A., la compagnia sconclusionata composta dai loro alter ego scenici L. e C. (Ludovico RöhlCaroline Baglioni), da E. (Elisa Gabrielli) che non si rassegna al borderò e cerca di conquistarsi un ruolo a furia di capriole e da M. (Michele Balducci) che, chiamato per interpretare un personaggio di trent’anni più vecchio di lui, intanto dispensa consigli da tombeur de femmes. Tutti mangiano pere, perché S., sempre alla ricerca di feticci consolatori, trova rassicurazione nella polpa e nella domestica familiarità del frutto.

foto di Andrea Macchia

Si muovono, all’inizio, in un’atmosfera diradata e lunare, nella penombra di una scena semplice, attraversata dagli scintillii dei loro costumi (dai quali, a suggerire provvisorietà, pendono ancora i cartellini) e immersa nelle note de Les Trois Morceaux en Forme de Poire di Erik Satie, curiosamente concepite in risposta all’accusa che Debussy gli rivolse di non curare l’estetica della composizione, cioè nel mezzo di una crisi creativa risolta attraverso il ricorso a (surreali) categorie formali. Si tratta forse di un cenno ironico, che si accorda a un generale clima di allusività: oltre a quella posta dal gioco meta-teatrale interno, si percepisce il livello ulteriore che connette il fatto scenico all’urgenza, da parte di Ferracchiati, di raccontare la trappola sistemica per la quale, soprattutto per gli under 35, al tempo (di fragilità) necessario alla creazione corrisponde sempre il cronometro di un’urgenza produttiva.

foto di Andrea Macchia

Il linguaggio dello spettacolo – intenzionalmente sparigliato e sostenuto da una regia che si prende la responsabilità di assecondarne gli sbandamenti – pare fondarsi proprio su questo conflitto tra il tempo interno e il tempo esterno, tra un sommerso doloroso e l’esigenza di estinguerlo in un gioco ritmico, tra una drammaturgia che vorrebbe effondere e una regia che, quasi agonisticamente, la perimetra, denunciando i vincoli che subisce ma anche la propria estemporaneità.
Nell’avvicinarsi a spettacoli che trattano una materia che appare prossima all’esperienza dell’autore, si fa spesso ricorso al modello dell’autobiografismo. Stabilire questo tipo di connessione automatica rischia però di collocarci su di un piano di lettura scivoloso perché, come teorizza Philippe Lejeune ne Le pacte autobiographique (1975), il fondamento di queste narrazioni è un’inverificabile fiducia, spesso fraintesa con una presunzione di confidenzialità. In questo caso – ma forse il discorso si potrebbe estendere anche agli spettacoli che compongono La Trilogia sull’Identità di Ferracchiatisembra più opportuno richiamarsi alla categoria dell’auto-etnografia, con riferimento a una modalità di scrittura che impiega, sì, l’esperienza personale ma lo fa in chiave di analisi di un preciso contesto sociale e culturale, esercitandosi a controllare l’equilibrio tra l’elemento sentimentale e la sua duplice collocazione: simbolica da un lato, storicizzata (e per questo “politica”) dall’altro.

foto di Andrea Macchia

In Commedia con schianto la scelta sembra orientata – appena al di sotto della brillante movimentazione scenica e di linguaggi – a stabilire un meccanismo “contro-empatico” che provoca lo spettatore, lasciando baluginare appena la presenza (però fondativa) del materiale drammatico, sfidandolo a riconoscerne la verità all’interno della macchina delle trasfigurazioni e sottraendogli infine, insieme a ogni possibilità di adesione e commozione, persino il sollievo di vederlo rappresentato. Anche il dileggio, che la compagnia degli under 35 mette sempre al centro della propria auto-narrazione, ha una tonalità ambivalente: gli attori sostengono, con la giusta leggerezza e una sapiente gestione del tempo scenico, la sfida di portare una parola di apparente sincerità disarmata restituendone però le ambiguità finzionali, senza mai perdere il contatto tra di loro e la relazione provocatoria con il pubblico.
Apparentemente potrebbe sembrare che la specificità delle meccaniche raccontate (categorie ministeriali, spartizione del FUS, rapporto artisti/critica) escluda dal coinvolgimento gli spettatori “non addetti ai lavori”. La sensazione che aleggia in platea è invece che proprio chi si predispone alla visione assecondandone la natura lieve e beffarda, senza centrare la propria ricezione su un’urgenza che lo riguarda, riesca a coglierne le profondità.

Allo stesso modo, esposti a un dolore che si manifesta par absentia, reduci dallo schianto (tra quello che è ormai detto e quello che si sceglie di non dire) possiamo forse trattenere un’amarezza equivoca, più difficile da scacciare perché non ancora violata da un reale tentativo di affrontarla.

Ilaria Rossini

Teatro Astra, Festival delle Colline Torinesi, giugno 2019

COMMEDIA CON SCHIANTO. STRUTTURA DI UN FALLIMENTO TRAGICO
testo e regia 
Liv Ferracchiati 
con Caroline Baglioni, Michele Balducci, Elisa Gabrielli, Silvio Impegnoso, Ludovico Röhl e Alice Torriani
voce Aristofane Giorgio Crisafi
dramaturg Greta Cappelletti 
assistente alla regia Anna Zanetti
costumi Laura Dondi
scene e ideazione maschere Lucia Menegazzo
realizzazione maschere  Carlo Dalla Costa
ideazione pera-specchio Giacomo Agnifili
scenografa realizzatrice Tamara Milenkovic
luci Emiliano Austeri
suono Giacomo Agnifili
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in collaborazione con la compagnia The Baby Walk


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