Silvia Gribaudi, Humana vergogna. Dalla città al corpo scenico.

Humana vergogna, diretto da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti è la performance conclusiva del progetto La poetica della vergogna, inserito nel programma di Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Recensione.

Foto Lia Zanda
Foto Lia Zanda

Gloriosa ferita e crogiolo dell’occhio ad abbracciare un insieme scalare fuso da un tono d’avorio calcareo che sa di terra e della corrente delle altezze, della vertigine e dell’arsura del Sud, dei silenzi del primo meriggio meridionale e del vociare della sera, che sa dei sussulti di una vocazione internazionale che non riesce e non vuole sconfessare la specificità territoriale. Squarcio arroccato, salite e discese lastricate di chianche colpite dal sole, dai lampioni ambrati nella notte, riflessi di pietre pavimentali strette tra architetture inanellate, immagine di una riconquista, forse pure della commercializzazione che ne consegue. Attraversata da un reticolo di progetti, realtà, individui venuti al richiamo di una riappropriazione di coscienza come apertura e offerta, per i propri figli prima e per i figli del mondo poi: così si consegna Matera a chi vi giunga oggi.

Foto Lia Zanda
Foto Lia Zanda

Andata in scena sotto la direzione di Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti nella Casa Circondariale della città, appena fuori dai confini della parte storica, Humana vergogna è una performance che si offre quale risultato conclusivo e concluso di un più ampio percorso dal titolo La poetica della vergogna, uno dei ventisette progetti di co-creazione selezionati dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019 e poi inseriti all’interno del programma di Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Coordinato da Franco Ungaro con la direzione artistica di Antonella Iallorenzi e promosso da #reteteatro41, (composta da quattro realtà locali: Compagnia Petra-Satriano, Gommalacca Teatro-Potenza, IAC-Matera, L’Albero-Melfi), il processo ha vissuto di circa un anno di dibattiti, laboratori, residenze e scambi, artistici e personali, umani e narrativi a coinvolgere più identità geografiche e creative a diversi livelli: da Massimiliano Civica a Carlos Peňalver, da Jeton Neziraj a Radoslaw Rychcik e Jakub Porcari, fino alla stessa Gribaudi; un asse che ha unito Italia, Kosovo, Macedonia, Giappone per arrivare sino ai detenuti del carcere del centro lucano.
«Un gioco da cui nessuno è escluso, tra il coprirsi e l’esporsi, tra il dentro e il fuori della rappresentazione, tra pregiudizi e valori, tra passato e futuro, tra zone d’ombra e tensione verso la felicità. Il tema della vergogna ci ha messo di fronte alle sfide della contemporaneità che sono insieme sfide individuali e collettive nella direzione del cambiamento, di un ribaltamento possibile dove le vergogne di ciascuno possono diventare fonti di bellezza ed umanità e dove il corpo stesso diventa motore di cambiamento», queste alcune delle parole consegnate alle note che introducono alla messinscena.

Foto Lia Zanda
Foto Lia Zanda

Valicati i confini del cancello e penetrati all’interno del primo muro di sicurezza, si accede a una stanza nella quale un video-racconto del progetto si unisce alla richiesta di rispondere per iscritto su un foglio bianco in cima al quale campeggia la domanda «di cosa ti vergogni?». Solo dopo un agente di polizia penitenziaria accompagna il pubblico diviso in gruppi oltre il secondo muro e fino in sala; qui una corona dorata con la scritta «happy new shame» è pronta all’occorrenza per ciascuno spettatore.
Plichi  di fogli raccolti nei giorni precedenti e contenti le risposte alla domanda di cui sopra passano tra le file, attivando un meccanismo anonimo eppure personalissimo di disvelamento, di empatia o allontanamento rispetto a quanto ognuna di quelle grafie reca con sé: «di parlare in pubblico», «di ballare in pubblico», «della mia statura», «dell’estrema facilità con cui la gente ti giudica», «della mia cicatrice sulla pancia», «delle cose che ignoro», «di appartenere a una parte di umanità che di umano non ha nulla», …
Incisi, lemmi, che aprono e chiudono anzi racchiudono paure, sentori, sensibilità, percezioni, universi del tutto particolari e al contempo estremamente comuni.

La scena è essenziale, la sua organizzazione spaziale chiara, pulitissima: un telo da proiezione al centro, un tappeto da danza bianco, sei neon verticali divisi equamente ai lati tra destra e sinistra per altrettanti fari poggiati a terra. Il sistema performativo generale procede per quadri, sorta di stanze tematiche in cui movimento e parola, musica e verbalità si alternano su nuclei tematici “annunciati” dai titoli che appaiono al fondo. «Manuale per uccidere i cani randagi – Manual for killing stray dogs», «Toccami – Touch me», «La mia memoria – My memory»… sono input didascalici di sintesi, ma anche e soprattutto di elaborazione da cui lo sviluppo delle azioni, dei movimenti, dei pattern singoli o corali sembrano essere desunti o desumere. Verticalità e orizzontalità, assoli o schiere, sincronie o isolamenti, concitazione e controllo: alternanze ritmiche, crescite e decrescite regolari o potenziate con i cali necessari plasmano visivamente e drammaturgicamente il complesso di uno spettacolo “pop” per auto-definizione che quasi fisiologicamente sfonda la quarta parete, si rivolge o punta il dito ai suoi spettatori, sottolinea il passaggio da una scena all’altra. Un complesso estetico adatto a una fruizione trasversale e in cui la volontà di analisi della vergogna trova un certo equilibrio non traducendosi né nell’eccessiva astrazione né in una sterile cucitura ri-presentativa di veri o presunti racconti.

Foto Lia Zanda
Foto Lia Zanda

Da anni ormai Silvia Gribaudi porta avanti un percorso sul significato e sulle possibilità del corpo in una prospettiva più ampia e meno vincolata agli standard della coreografia canonicamente intesa, si pensi al più recente R.osa modellato sulla rotonda fisicità di Claudia Marsicano o all’indagine sull’età che avanza applicata alla danza condotta attraverso What Age Are You Acting? (nato in seno al progetto europeo Act your age), solo per citarne alcuni. Non stupisce allora come i cinque performer denuncino da principio differenti qualità della presenza per avverare progressivamente il medesimo disegno performativo e narrativo senza che ciò significhi asservire la particolarità di ciascuna di esse a una prospettiva di “livellamento” della forma o dell’intenzione del movimento. Ciascuno di loro esiste all’interno di una dimensione la cui coerenza e accessibilità semantica derivano dall’”irregolarità” come nella realtà quotidiana.

Foto Lia Zanda
Foto Lia Zanda

Un intervento dello studioso Alessandro Pontremoli ha accompagnato la conclusione delle repliche, soffermandosi sullo “statuto del corpo”, sul “rapporto tra corpo e potere” e sulla «capacità di reificazione dello sguardo dell’altro, per cui il crinale tra pudore e vergogna è un abisso che si apre da un punto minimale». Così si chiarisce alla mente e allo sguardo di chi scrive il parallelo metonimico tra la performance e il luogo che la ospita. Matera scopre oggi la propria bellezza di urbs, offrendosi al mondo con un programma in grado di trasformarla in civitas consacrata alla cultura. Allo stesso modo – snocciolando complessi, luoghi comuni, verità scomode inconfessate e inconfessabili o fin troppo decantate – quando il sistema anatomico si trasforma con consapevolezza in corpo scenico dietro il velluto di un sipario, nella sala di un carcere o sull’asfalto di una strada si converte etimologicamente in elemento politico, per avverare il teatro e assolvere alla prima delle sue funzioni. E se almeno non dimentica il proprio potenziale di strumento civile, possiamo dire «Questa non è la mia, è [anche] la tua storia».

Marianna Masselli

Matera, marzo 2019

HUMANA VERGOGNA
Invenzione e drammaturgia Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti
Performer e contributi alla creazione artistica Mattia Giordano, Antonella Iallorenzi, Mariagrazia Nacci, Simona Spirovska, Ema Tashiro
Costumi Silvia Gribaudi, Matteo Maffesanti e Lia Zanda
Consulenza per i testi Jeton Neziraj
Direzione tecnica e luci Angelo Piccinni
Musica The Black Keys, Matmos, Hespèrion XXI & Jordi Savall, Philippe Jaroussky, Frank Bretschneider, Scott Ross, Brenda Lee, Sofi Tukker feat. NERVO The Knocks Alisa Ueno e Dennis Wilson and Taylor Hawkins
Contributi artistici di laboratorio Massimiliano Civica, Sharon Fridman/Carlos Peňalver, Radoslaw Rychcik, Jakub Porcari

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