Gustavo Giacosa tra scena e Art Brut. La vita di un colonnello astrale

Al Centro Culturale Svizzero di Parigi la Compagnie SIC.12 ha presentato Nannetti le colonel astral, di e con Gustavo Giacosa e il pianista jazz Fausto Ferraiuolo. Recensione.

foto Ufficio Stampa

Nel IV arrondissement di Parigi, appartato nel cuore del Marais, si trova il Centro Culturale Svizzero, un luogo multiforme e pluridisciplinare che è sede della Fondazione Pro Helvetia, ente svizzero dedito alla promozione e allo sviluppo dell’arte contemporanea elvetica con diverse sedi in tutto il mondo. All’interno di questi spazi, accoglienti e ordinati, è presente una raccolta sala teatrale, attiva come parte di una programmazione culturale più ampia che tocca discipline come la letteratura, la danza, la musica, l’architettura, il cinema, le arti visive e il teatro.

È in questo contesto che la compagnia Sic12 di Gustavo Giacosa, curatore e artista argentino attivo dal 1991 al 2010 con la Compagnia Pippo Delbono, ha presentato Nannetti le colonel astral, un lavoro nato sotto forma di performance nel 2014, quando Giacosa è stato nominato curatore associato della mostra L’Autre de l’Art al Musée d’Art Moderne, Contemporain et Art Brut di Villeneuve d’Ascq (una città della zona metropolitana di Lille). La performance ha poi avuto modo di crescere e di assumere una dimensione scenica nel 2016, quando Giacosa e il pianista jazz e compositore delle musiche originali dello spettacolo, Fausto Ferraiuolo, hanno potuto portare avanti questa ricerca grazie a un invito giunto da parte della Collection de l’Art Brut di Losanna, che in quell’anno festeggiava il proprio quarantennale.

foto di Margot Montigny

La creazione è stata concepita a partire dalle incisioni murarie di Fernando Oreste Nannetti (1927-1994), un uomo che ha vissuto internato all’ospedale psichiatrico di Volterra per nove anni. Lo spettacolo esprime la forza immaginativa del protagonista attraverso il corpo slanciato e flessuoso del suo creatore-interprete che ne assume, su di sé, l’intera identità. Caratterizzato da un testo polifonico, memoria di uno spazio e di un tempo politico oltre che di un uomo in carne e ossa e del suo rapporto col mondo, questa creazione sembra essere allo stesso tempo il racconto di un’esistenza dolorosa come molte altre, l’evocazione di una presenza unica e paradossalmente leggera, fresca, ma anche un’indagine sulla libertà massima delle connessioni della fantasia, capace di spingersi oltre i confini del corpo umano e quelli della conoscenza.

foto di Margot Montigny

Nel movimento corporeo di Gustavo Giacosa, Fernando Oreste Nannetti lo intravediamo, davanti ai nostri occhi, e lo seguiamo, tra incessanti invenzioni verbali, tentativi di rabbia e di rivolta, e lettere indirizzate a una famiglia lontana e ostinata, non si sa se reale o immaginata, ma che di certo non risponde mai. Ci spingiamo fino a trasfigurare la presenza di quest’uomo caoticamente poetico nel corpo del performer il quale, di questi, esprime con cura quasi devozionale la qualità cangiante, misteriosa e imprevedibile. Con il naso coperto da un copri-naso triangolare rosso fuoco, specialmente nella seconda parte della pièce Giacosa, indossando una veste rossa, volteggia e impersona un uomo che la reclusione non riesce a domare, un corpo nel quale le forze della Natura sembrano aver concentrato qualità interstellari. È il corpo di un sofferente, ma che si lascia vedere solo a tratti, perché quello è anche e soprattutto un corpo umano piegato, martoriato dalla solitudine e da una mente che sembra capace di scomparire dentro ragionamenti chiari e parole complesse salvo poi, un attimo dopo, esprimere quella potente fragilità indifesa che è propria dell’infanzia e che ci porta a provare un misto di pena e amore.

foto Ufficio Stampa

Nannetti emerge dal testo e nel movimento del performer in scena come l’incarnazione di una ricca collezione di opposti: scientifico, immaginativo, concreto e soprannaturale, onirico e reale. Tutte queste dimensioni sembrano intrecciarsi in maniera fitta per poi esprimersi nella traccia, sintomo della propria presenza, che Nannetti stesso ha inciso sui muri della corte interna dell’ospedale di Volterra, iscrivendo la propria arte su una lunghezza di circa settanta metri. Lo immaginiamo nello spazio chiuso e spoglio dell’ospedale, alto e magro, mentre tra le mani tiene la punta metallica della fibbia del proprio gilet, indumento dell’uniforme degli internati e strumento che gli permette di disegnare – su pareti prive di libertà – tutta la potenza della propria incontenibile personalità.
Da solo in scena, Gustavo Giacosa si avvale unicamente di un lungo tavolo nero e di una sedia. All’angolo frontale del proscenio è installato un pianoforte a coda, sul quale Fausto Ferraiuolo suona, dal vivo, un elegante contrappunto all’azione; il compositore sottolinea gli accenti, le pause, le attese, le cadute, i gesti riuscendo a comunicare il flusso e l’andamento dei pensieri del protagonista e restituendoli come un continuo scambio di battute tra interno ed esterno. Alla fine, un video sul fondale del palcoscenico ci porta dentro ciò che resta di quel luogo di detenzione psichiatrica: il corpo di Giacosa appare nel video e danza, nel cortile, girando a piedi nudi nella terra della corte interna. I muri di Nannetti sono una mappa interiore, sono il filo d’Arianna che segnala la presenza di un labirinto.

foto Ufficio Stampa

L’Art Brut, citata per la prima volta nel 1949, è «la vera arte, che si trova sempre dove non la si aspetta»: si tratta di una categoria nelle quale rientrano quelle opere che non rispondono alle norme convenzionali dei formati dell’arte e che sono realizzate da persone che non hanno ricevuto una vera e propria formazione artistica. La collezione, oggi conservata a Losanna, è quella in cui Jean Dubuffet, artista francese morto nel 1985 e promotore di questa nuova categoria artistica, ha raccolto le creazioni di coloro che vivono ai margini della società. Si tratta di malati psichiatrici oppure di “folli” (mistici, internati, anarchici, rivoluzionari) cui l’artista aveva iniziato a interessarsi già a partire dagli Anni Venti, quando ebbe conosciuto gli studi di Hans Prinzhorn, un medico che aveva raccolto, nella città tedesca di Heidelberg, un museo di arte patologica.
L’idea di Dubuffet era quella di provare a portare l’arte al di là dei risultati raggiunti dai geni della pittura di inizio secolo, esplorando nuovi territori della creatività artistica. Rispetto a questo desiderio, e a questo proposito, l’anima di curatore e di regista di Gustavo Giacosa si pone in linea di continuità: la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra la follia e l’arte. Il suo lavoro, dialogando con opere multiformi e quasi sempre fuori formato, mette in relazione tanto l’arte visiva e la performance, quanto la sala espositiva e quella teatrale, intessendo uno scambio bidirezionale che dà vita, di fatto, a entrambi gli spazi, portando al loro interno la luce di una nuova prospettiva.

foto di Margot Montigny

Oltre a questo, il mondo affascinante dell’Art Brut ha anche il pregio di portare in superficie delle esistenze che, altrimenti, resterebbero confinate in una zona d’ombra. Pippo Delbono, con cui Giacosa ha lungamente collaborato, esprime e elabora unicamente la componente soggettiva – e quindi scenica – di questa possibilità offerta da chi possiede un corpo o una mente fuori da quelli che sono considerati i canoni. Gustavo Giacosa, invece, rielabora questa componente, aprendola a un dialogo con l’oggetto artistico manufatto. In questo modo, l’opera d’arte non vale solo come espressione di un’interiorità complessa, da un lato, e come traccia di una presenza altrimenti invisibile, dall’altro, ma anche come medium di una relazione. Scena, soggetto e oggetto sono contemporaneamente messi a disposizione del pubblico per far rivivere, nell’arco di un’ora, un uomo che ha vissuto confinato all’interno di una struttura di detenzione psichiatrica, privato della propria libertà, ma capace di pensare un mondo lontano anni luce da qualsiasi altro.

Gaia Clotilde Chernetich

NANNETTI LE COLONEL ASTRAL
ideazione e interpretazione Gustavo Giacosa
musiche Fausto Ferraiuolo
luci Bertrand Blayo
produzione, diffusione e sovratitoli Alessandra Rey
produzione Compagnie SIC.12
coproduzione Théâtre Liberté, Scène National de Toulon, La Grange de Dorigny – Lausanne, Teatro dell’Archivolto – Genova.
con il sostegno di Conservatoires CRR des villes d’Annecy et Chambéry, 3bisf lieu d’arts contemporains-Aix en Provence

La compagnia SIC.12 è sostenuta da : Ministero della Cultura e della Comunicazione (Francia), Conseil régional Provence-Alpes-Côte d’Azur, Conseil Départemental des Bouches-du-Rhône, Ville d’Aix-en-Provence.

In partnership con il Centro di Cultura Italiano.

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Gaia Clotilde Chernetich ha ottenuto un dottorato di ricerca europeo presso l’Università di Parma e presso l’Université Côte d’Azur con una tesi sul funzionamento della memoria nella danza contemporanea realizzata grazie alla collaborazione con la Pina Bausch Foundation. Si è laureata in Semiotica delle Arti al corso di laurea in Comunicazione Interculturale e Multimediale dell'Università degli Studi di Pavia prima di proseguire gli studi in Francia. A Parigi ha studiato Teorie e Pratiche del Linguaggio e delle Arti presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e Studi Teatrali presso l'Université Paris3 - La Sorbonne Nouvelle e l'Ecole Normale Supérieure. I suoi studi vertono sulle metodologie della ricerca storica nelle arti, sull’epistemologia e sull'estetica della danza e sulla trasmissione e sul funzionamento della memoria. Oltre a dedicarsi allo studio, lavora come dramaturg di danza e collabora a progetti di formazione e divulgazione delle arti sceniche e della performance con fondazioni, teatri e festival nazionali e internazionali. Dal 2015 fa parte della Springback Academy del network europeo Aerowaves Europe, mentre ha iniziato a collaborare con Teatro e Critica nel 2013.

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