Atlas of Transitions | HOME. Arte e migrazione, tra confini e integrazione

Fino al 10 marzo Bologna è attraversata dal progetto europeo Atlas of Transitions Biennale, incentrato sul rapporto tra arte e migrazione. Intervista alla curatrice Piersandra Di Matteo.

foto di Enrico De Stavola

Nel primo weekend di programmazione di Vie Festival sono a Bologna a visitare il DAMSLab, luogo nevralgico che tiene insieme la miriade di attività del progetto europeo triennale Atlas of Transitions. Dopo una prima edizione chiamata Right To the City nel 2018, la Biennale quest’anno prosegue sotto il titolo HOME, «un nome comune da cui guardare la migrazione deponendo la retorica dell’eccezionalità», come si legge nel testo introduttivo firmato dalla curatrice Piersandra Di Matteo.
È proprio lei che incontro, tra le mura del DAMSLab, una struttura universitaria che dal 1° al 10 marzo sarà, appunto, la casa di una complessa operazione di disseminazione e integrazione culturale. Attorno a due progetti speciali curati dall’artista cubana Tania Bruguera, la chiamata pubblica Referendum e le dieci lezioni della School of Integration, si intrecciano performance urbane, lecture-performance, conferenze, proiezioni, seminari e workshop (qui il programma completo). Con una forte presenza femminile, la manifestazione mira a coinvolgere l’intera cittadinanza bolognese e le comunità non italiane lì residenti, con lo scopo di mettere in discussioni termini, concetti e retoriche intorno alla migrazione, in un vero e proprio “atlante delle transizioni”. Sediamo a un tavolino, tra pouf foderati di stoffe provenienti dall’Africa Occidentale e Sub-Sahariana, mentre l’allestimento della sala procede a pieno regime e manda in giro frasi in almeno quattro diverse lingue.

HOME – immagine della locandina di Nydia Blas

Qual è l’obiettivo di Atlas of Transitions e della sua Biennale?

Atlas of Transitions Biennale si riferisce alle attività bolognesi e rappresenta il biennio 2018/2020 del progetto europeo che, accanto a Emilia Romagna Teatro Fondazione come capofila, coinvolge undici partner in altri sei paesi – Albania, Belgio, Polonia, Francia, Grecia e Svezia. Il nodo sta nell’investigare la relazione tra arte e migrazione. Da un lato c’è una proliferazione di progetti con i migranti, dall’altro si tratta spesso di declinazioni che non riescono a creare reali zone di meticciato. Il tentativo fondamentale, fin dalla prima edizione, è stato quello di generare situazioni per certi versi minute, relazioni face-to-face, dinamiche di incontro e processi partecipativi. Già nella prima edizione, Right To the City, migranti, rifugiati, richiedenti asilo, minori non accompagnati si sono ritrovati a lavorare con gli abitanti e i cittadini e a creare diverse mappature della città attraverso storytelling, stazioni radio, happening transgeografici che interrogavano la parte visibile e non visibile dello spazio urbano, la clandestinità.

In che modo state dialogando con il territorio?

Tania Bruguera – foto di Michele Lapini

Tutte le pratiche partecipative sono pretesti per l’attivazione di queste forme relazionali dove il migrante non è convocato in quanto migrante, ma in quanto abitante di un territorio che conosce e che attraversa con una propria prospettiva; e così gli altri partecipanti, ciascuno esperto della città dalla propria prospettiva. La dimensione occupata nello spazio pubblico si è fatta ancora più estesa attraverso l’azione dell’artista e attivista cubana Tania Bruguera. Due azioni fondamentali caratterizzano questa edizione. Innanzitutto Referendum, l’attivazione di una campagna referendaria nello spazio pubblico che convoca i cittadini a rispondere a una domanda che riguarda la migrazione: «I confini uccidono. Dovremmo abolire i confini?». Questa domanda è stata elaborata attraverso tre assemblee pubbliche che hanno visto insieme i CAS, i migranti, gli attivisti della città. Assemblee partecipate e vive, al punto da doverne aggiungere una alle due pensate inizialmente. La discussione assembleare è stata mirata a considerare il più ampio spettro possibile rispetto alla nozione: i «confini» non sono solo quelli geopolitici ma anche quelli mentali, psicologici, affettivi, emotivi, esistenziali.
L’altra pratica partecipativa è la School of Integration, ideato da Tania Bruguera nel 2005, che nasce per capovolgere la prospettiva e di lasciare il campo e aprire il microfono a chi davvero ha diritto di parlare, dunque alle comunità straniere che davvero abitano la città di Bologna, per entrare in reale contatto con una trama territoriale di relazioni da setacciare e incontrare.

foto di Enrico De Stavola

Ciascuna comunità si occupa di offrire al pubblico una “lezione” su un frammento della propria cultura. Le comunità hanno scelto di lavorare molto spesso su qualcosa di molto minuto e specifico, come a far passare l’idea che l’integrazione parta davvero dai dettagli. Una cultura “altra” non la si comincia a conoscere dal generale, ma dal particolare.

È bello che si colga questo aspetto. In un progetto di questo tipo è molto alto sempre il rischio del folklore o dell’esoticizzazione. A ogni lezione non sappiamo che cosa accadrà veramente, ma nel dialogare con le comunità, lasciando il campo alle loro scelte, è sembrato importante negoziare una dimensione molto particolare attraverso la quale dare una lettura di un intero mondo. Spesso questa costellazione puntiforme diventa una lente fondamentale di ingresso per un modo di parlare, di pensare, per mettere al lavoro anche la memoria, perché si tratta di persone che non vivono più in quei paesi, dei quali però continuano a raccontare o a preservare delle tradizioni. Molto spesso si tratta di saperi concreti, di conoscenze che hanno molto a che fare con una dimensione laboratoriale.

foto di Enrico De Stavola

Un doppio capovolgimento, quindi: si dà la parola a coloro della cui cultura, pur se estranea a noi, sembriamo sempre pronti a parlare; ma si inverte anche il vettore tra narrazione universale e narrazione particolare. 

Siamo partiti anche dal domandare a noi stessi: se qualcuno ci convocasse a parlare di qualcosa che riguarda l’Italia, che cosa nomineremmo? Non è così semplice. Qualcosa di cui vai orgoglioso del paese di cui sei esperto e che hai voglia di raccontare. Il primo passaggio che facciamo è di rivolgerci a una serie di stereotipi, gli stessi con cui poi all’estero veniamo identificati. È stato allora fondamentale trovare un modo per evitare questa tendenza a stereotipare. Ed ecco che si incontra innanzitutto una grande pluralità. Come l’idea geniale della Cina, che ci porterà, grazie a un’opera di traslitterazione dei fonemi, a cantare in cinese grossi successi della musica occidentale, arrivata lì sulla spinta del mercato. Questo gruppo di ragazzi cinesi ha tradotto tutto il programma e la domanda di voto, è molto politicizzato, si occupa di cinema, sta traducendo Giorgio Agamben e Toni Negri. È una comunità molto interessata agli studi sull’operaismo, che può aiutare a capire come venga guardata la cultura cinese usando un’attitudine critica e di lotta.

f

Come mai avete deciso di declinare così tanto al femminile la presenza artistica?

Quando si parla di migrazione se ne parla spesso in generale, mentre mi sembrava interessante applicare una lente che rendesse più tendenziosa la sua trattazione, andando alla ricerca di possibili lacune del discorso politico e istituzionale, quindi le migrazioni femminili e le violenze di genere che specialmente le donne subiscono nel viaggio.
Sotto c’è anche una riflessione sulle rappresentazioni del corpo femminile e del corpo nero. Benché non sia semplice usare queste espressioni, le artiste sono ragazze che vengono dalla Costa d’Avorio, dal Mali e dal Rwanda, che si portano dietro un ragionamento su quale tipo di relazione si possa stabilire tra corpo nero di chi performa e corpo bianco di chi osserva e tenta di entrare in un rapporto di prossimità. Nadia Beugré, ad esempio, nella performance Quartiers Libres, mostra una danza con grandi livelli di intensità, che rompe la frontalità e usa diverse postazioni; è un lavoro che ti costringe a compiere anche un percorso emotivo, di vicinanza e di allontanamento, di riconoscimento di che cosa storicamente ha significato il colonialismo. Sta allo spettatore capire che tipo di attribuzione dare alla rappresentazione di questo corpo che non si dà limiti, che cerca di varcare delle soglie di rappresentabilità.

Dorothée Munyaneza – foto di Jose Caldeira

Rispetto al tema femminile abbiamo poi realizzato Art + Feminism, un progetto in collaborazione con la Wikimedia Foundation, intitolato: i ragazzi di sei classi di scuola superiore hanno realizzato delle pagine relative ad attiviste di diverse parti del mondo, soprattutto del paese d’origine dei migranti. Hanno studiato, ricercato, tradotto dall’inglese, approfondito le fonti in un lavoro di redazione mirato a colmare il gap di genere che ancora esiste sulle pagine italiane di Wikipedia dedicate alle donne.
Per l’8 marzo abbiamo organizzato This Must Be the Place, una festa-performance-DJset tutta al femminile, un’occasione per occuparci proprio della migrazione femminile, dedicata ai ragazzi e alle ragazze di seconda generazione: insieme all’Associazione Next Generation, che si occupa proprio di integrazioni di quelle che loro amano chiamare «nuove generazioni italiane». L’idea è quella di dare uno spazio inclusivo e aperto, offrendo corpo a delle rappresentazioni senza confini.

foto di Enrico De Stavola

Nel testo della domanda che accompagna il voto di Referendum si legge: «Nella spinta ad attraversare i confini agisce una ricerca di libertà, una rivendicazione di uguaglianza e il suo contenimento e la sua negazione puntano a riprodurre una distribuzione ineguale della libertà di movimento e finiscono per riaffermare il nesso originario tra confine e violenza». Se si abolisce, dunque, l’idea di confine e di limite, si rischia di istituire un rinnovato ordine normativo?

Il testo inizia con: «Il confine limita e connette». Questo testo è allora ambiguo come ambigua è la domanda sull’abolizione dei confini. È una domanda politicamente scorretta: dire che i confini uccidono non è del tutto vero. I confini uccidono in Messico o nel Mediterraneo; i confini separano, creano barriere e impediscono la libertà di circolazione. E tuttavia il confine inteso come processo osmotico è ciò che consente veramente l’incontro con l’altro; la pelle è un confine, senza la pelle saremmo a nervi scoperti. Tania Bruguera ci ha detto che questo progetto ha in sé una matrice immaginifica: è un finto referendum, abolire realmente i confini sarebbe catastrofico. Ma occorre un ripensamento di che cos’è il confine e di che cosa esso mette in campo, lavorando in uno  spazio di frizione.

foto di Enrico De Stavola

HOME sembra mettere in crisi di una retorica dominante. La stessa idea della dimensione immaginifica porta a sviluppare un ragionamento su quella retorica che si finisce, da entrambe le parti, per utilizzare in maniera non del tutto consapevole. Forse proprio l’approccio performativo può in parte salvarci.

I seggi sono venticinque, sparsi davvero in tutta la città; raggiungere questa diffusione era l’obiettivo per non limitarci a parlare con le solite persone, per non “predicare nella nostra stessa parrocchia”. E quello che dici è molto vero anche rispetto alla parola “casa”, che riprende proprio quella retorica che ci dice: «Questa è casa nostra, aiutiamoli a casa loro». «Il migrante è migrante sempre», dice la scrittrice e saggista femminista Sara Ahmed, che abiti un altro paese da uno o da trenta anni. Guarda il caso di Mahmood, straniero anche se è nato in Italia da madre italiana, eccola la retorica. Bisogna fare attenzione alle forme di soggettivazione, a come ci si relaziona con i nuovi spazi che si abitano, a quale forme di meticciato si costituiscono, e in molti dei progetti di HOME compare un riferimento a come ci si racconta, a che cos’è il tracciato della memoria, a come si costruisce e si meticcia.

foto di Enrico De Stavola

Saluto Piersandra Di Matteo e mi avvio verso l’uscita. Nella Piazzetta Pier Paolo Paosolini, dove affaccia il DAMSLab, ora sono parcheggiate diverse auto, cariche di oggetti che verranno allestiti nella navata, per definire lo spazio della Lezione #3 – Ucraina, incentrata sulla decorazione delle uova con un punteruolo speciale chiamato pysachok o kistka, dotato di un imbuto minuscolo contenente una piccola quantità di cera di candela. Nello stesso spazio andrà in scena l’artista estone Kristina Norman, una docu-performance sul mondo delle lavoratrici domestiche.
Mentre mi allontano, penso che forse proprio è l’immagine della casa a rispondere alla domanda del Referendum sui confini. Certi confini sono necessari, anche solo per definire un orizzonte di privacy o di intimità. La casa è qualcosa che protegge, ma che – se non la si vuole trasformare in una prigione – ha sempre bisogno di una porta che lasci uscire. E che lasci entrare.

Sergio Lo Gatto

1-10 marzo, Bologna

ATLAS OF TRANSITIONS. HOME
direzione Claudio Longhi
responsabile di progetto Cosetta Nicolini
a cura di Piersandra Di Matteo
organizzazione generale staff ERT / Arena del Sole
con Konstancja Dunin-Wasowicz, Greta Fuzzi, Angela Sciavilla
collaboratori Silvia Bertolini, Luca Gadler, Simona Zedda
responsabile ufficio stampa Debora Pietrobono
ufficio stampa Silvia Mergiotti
direzione tecnica progetto Vincenzo Bonaffini, Marco Carletti
collaborazione amministrativa Marta Scalvini

HOME è organizzato grazie alla collaborazione di Martina Bedeschini Bucci, Francesca Cavallo, Virginia Ciacci, Giulia Gualandi, Shadi Arabi Homira, Giovanni Mannina, Alice Mazza, Maria Rita Palumbo, Alice Tinti, degli studenti in alternanza scuola/lavoro del Liceo Linguistico Laura Bassi (classe 3L)

HOME è realizzato in collaborazione con Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna e DAMSLab – Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
Previous articleUn teatro per lo spettatore: scritto come il rap
Next articleLove & Money. Tutto il male che hai dentro
Avatar
Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here