Quando il comunismo divenne tragicomico. Gli sposi di Frosini/Timpano

Sui sanguinari e capricciosi dittatori rumeni Ceaușescu, il testo Gli sposi di David Lescot messo in scena da Frosini /Timpano. Recensione.

foto ufficio stampa

Lui e Lei. Nati nel primo dopoguerra in Valacchia, la «vera terra romena», sono figli di contadini, indigenti, due inetti a cui «non piace la scuola» che un po’ per caso aderiscono alla Gioventù Comunista, lì si incontrano e si innamorano, passando il resto della vita assieme – come si dice – nella buona e nella cattiva sorte. Capiamo per gradi che Les Époux di David Lescot sono Nicolae Ceaușescu – dittatore romeno per oltre vent’anni, processato e condannato per genocidio e crimini contro lo Stato nel Natale del 1989 –  e sua moglie, Elena Petrescu – chimica che amava collezionare (con poco merito) lauree honoris causa in tutto il mondo e che fu condannata con il marito.

Ma Gli sposi sono anche Elvira Frosini e Daniele Timpano, in una prosecuzione della loro ricerca dal consueto taglio che intreccia riflessione artistica e civile. I due artisti romani scelgono questo testo del 2016 e, grazie anche a Fabulamundi – Playwriting Europe, all’Institut Français, alla produzione Scarti e alla bella traduzione di Attilio Scarpellini, iniziano a lavorarvi dalla fine del 2017, debuttando ad Armunia / Festival Inequilibrio di Castiglioncello lo scorso luglio e arrivando a Roma a novembre prima al Teatro India e poi, in una matinée per le scuole, al Teatro Quarticciolo. È questa la replica a cui abbiamo partecipato –  semplificata, per esigenze di palco, dalla sottrazione di un video – attorniati da ragazzi del liceo, catturati dalle dinamiche comico-grottesche di questo testo che ben si presta a divenire spunto didattico senza essere mai pedante.
I due attori e un paio di sedie, altro non occorre a questo testo, che alterna un registro “straniato” in cui Daniele Timpano e Elvira Frosini presentano i personaggi e raccontano il susseguirsi delle vicende pubbliche, a registri interpretativi in cui dar direttamente voce e corpo ai coniugi Ceaușescu: balbettii e raucedini melliflue, piglio fintamente accondiscendente e bramosia “arraffatoria”.

Foto Ufficio Stampa

Questo romeno Macbeth e la sua rispettiva Lady riprendono da Shakespeare (effettivamente citato come fonte di ispirazione per il testo) la vertiginosa scalata al potere e la rovina, l’ars manipolatoria della donna che letteralmente guida e detta le azioni del marito, parallelamente a  quelle indicazioni sceniche date al compagno sul palco. Una mano mossa per aria, con nonchalance, un gesto piccolo, di chi non ha quasi bisogno di parlare o agire perché l’altro comprenda come completare la richiesta: è l’intimità che riempie il palco, quella stessa che ha permesso ai personaggi storici di affermarsi al di sopra del proprio popolo, capovolgendo convinzioni etico-politiche in favore di un tornaconto personale.

Questa drammaturgia intrisa di familiarità – con un impianto solidamente poggiato su moduli ripetitivi, straniamento, black humour ben retto dai due artisti – mette in piedi un’epica della Romania forse poco nota alle nuove generazioni, ne smorza la tragicità e evita una condanna a priori. Lescot lascia che siano i fatti a parlare inducendo chi assiste a un continuo riassestamento di distanza/vicinanza nei confronti dei due personaggi: simpatia, compassione nei confronti di questo uomo «un po’ meno dotato degli altri», preso sotto l’ala protettiva dei potenti proprio perché considerato una tabula rasa, terreno vergine su cui edificare, bravo esecutore e poco altro. Ma come ricorda Lei: «Sii una marionetta e sarai tu a manovrare i fili».

Foto franco Rabino

In quella che sarebbe potuta apparire come una rivoluzione dal basso – l’utopia dell’uomo di provincia riuscito ad andare al potere, a intavolare rapporti con Nixon, De Gaulle, a parlare alla cittadinanza, a riformulare uno Stato – scopre il proprio fianco. Progressivamente emergono i lati sinistri di questa narrazione, a partire ancora una volta da dettagli che portano alla luce in maniera progressiva quella sete insaziabile di potere mascherata da comunismo: forchette rubate negli alberghi, la bandiera bucata, l’avidità, la spinta impositiva delle nascite per aumentare la forza lavoro correlata, il debito crescente per soddisfare le proprie ricchezze e il desiderio di modernità occidentale (contraddittorio rispetto alla volontà di preservare la «vera Romania»).

Giunge allora la condanna verso gli «atti inconcepibili per la libertà umana», che hanno portato un paese sull’orlo del disastro. Dopo la narrazione della sentenza e quella del ritrovamento del cane di famiglia sul probabile luogo di sepoltura, l’unico genuinamente affezionato – dopo cioè che giustizia e dolore hanno trovato il  proprio spazio – sulla scena emerge un ultimo distintivo segno, che sembra racchiudere la parabola dei Ceaușescu e rendere ancora più leggibile l’operazione di Frosini/Timpano: una melodia si diffonde nell’aria, trionfante, carica di speranza, di forza, di storia, è l’Internazionale Comunista che, mixata, cede il passo alla dance, al motivetto orecchiabile di Dragostea Din Tei, quello che nel 2003 fece superare il valico dei Balcani. La Romania aveva conquistato l’Europa. Cambia il disco. Su cosa balliamo adesso?

Viviana Raciti

Teatro biblioteca Quarticciolo – novembre 2018

GLI SPOSI
Regia e interpretazione / Elvira Frosini e Daniele Timpano
Testo / David Lescot
Traduzione / Attilio Scarpellini
Disegno luci / Omar Scala
Scene e costumi / Alessandro Ratti
Collaborazione artistica / Lorenzo Letizia
Assistente alla regia / Camilla Fraticelli
Voce off / Valerio Malorni
Progetto grafico / Valentina Pastorino
Uno spettacolo di Frosini / Timpano
Produzione Gli Scarti, accademia degli artefatti, Kataklisma teatro
Con il sostegno di Armunia, Spazio ZUT!, Teatro di Roma, Asti teatro
Nell’ambito di Fabulamundi. Playwriting Europe – Beyond Borders
Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
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Viviana Raciti, siciliana d’origine, dopo gli studi classici si trasferisce a Roma, dove si avvicina al mondo dell’arte attoriale e all’animazione teatrale, per poi preferire la strada della critica. Nel 2015 consegue la laurea magistrale presso l’Università La Sapienza in ‘Saperi e Tecniche dello spettacolo teatrale’ con una tesi dal titolo La produzione drammaturgica di Franco Scaldati. Ordinamento, schedatura e analisi, mettendo per la prima volta in luce l’effettiva entità del corpus di opere dell’autore palermitano. Sempre sulla figura di Scaldati ottiene la borsa di dottorato presso l’Università di Tor Vergata. Dal 2012 è redattrice presso la testata online «Teatro e Critica» scrivendo di teatro, danza e teatro ragazzi, mentre dal 2015 fa parte della redazione della testata culturale «Move in Sicily».