Il teatro alla ricerca di un nuovo lessico. Pubblico, Partecipazione, Immagine, Politica

A partire da una tavola rotonda organizzata dal Festival TTV Riccione 2018, qualche riflessione sul lessico del teatro di oggi.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

Rivolgendo uno sguardo alla storia delle avanguardie artistiche ci si accorge che, per quanto lenti possano essere i processi e legati a più ampi risvolti di storia politica e sociale, quasi sempre i grandi passi avanti e le fratture si concretizzano attraverso un ripensamento del linguaggio. Un nuovo lessico, nuove tassonomie, neologismi, ma anche soltanto il comparire prepotente di certi termini dentro ai ragionamenti teorici, metodologici e artistici.
Gli storici situano, ad esempio, il centro delle innovazioni delle prime avanguardie del Novecento teatrale in una rinnovata attenzione nei confronti del “corpo” sulla scena: spazialità, movimento, presenza, luce, gestione delle masse sul palco guadagnano terreno rispetto alla centralità del testo. Così come, nella seconda avanguardia, l’attore e la sua espressività, un nuovo contatto con lo spettatore e la ricerca di una rinnovata dimensione rituale (pensiamo a Grotowski, a Barba, a The Living Theatre) diventano il campo di battaglia per una rinascita estetica e poetica che abbraccia istanze politiche, rivoluzionarie, spirituali.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

Da qualche anno, nei convegni e nei foyer italiani (più che in quelli internazionali), ci si chiede spesso come mai sia trascorso così tanto tempo dall’ultima volta che qualcosa ha scosso lo sguardo dello spettatore, dall’ultima volta che abbiamo ricevuto quello che Rodolfo Sacchettini ha chiamato «il pugno nello stomaco». Questo forse perché quei foyer sono attraversati principalmente da artisti, operatori e pensatori: in maniera molto diversa, tutte queste categorie vanno sempre in cerca, se non del nuovo, della sua possibilità.
Eppure, guardando appunto alla Storia, ci si rende conto di come quelli dell’innovazione e dell’avanguardia (intesa proprio come incarico di ricognizione che si spinge avanti oltre la prima linea) siano cicli lenti e complessi, non tanto scanditi da un ritmo cronologico prefissato, quanto incoraggiati dall’atto di “stare nel tempo”, di ascoltare ciò che accade intorno e, forse, di prevederlo. Di certo il progresso tecnologico, mai come ora, è votato a una velocizzazione dei processi. Eppure l’arte non è solo comunicazione e strumento, ma grimaldello per forzare quegli stessi processi, per anticiparli, per contraddirli, per smascherarli.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

È passato circa un mese dalle giornate che hanno raccolto a Riccione un folto gruppo di studiosi, critici, artisti e allievi attori. L’Associazione Riccione Teatro (oggi diretta da Simone Bruscia) premia le migliori scritture per la scena: giunto alla 54esima edizione, il Premio Riccione per il Teatro 2017 è stato assegnato a Vitaliano Trevisan (Il delitto del particolare. Ein Kammerspiel), il Premio Tondelli a Pier Lorenzo Pisano (Per il tuo bene), con una menzione speciale a Fabio Massimo Franceschelli (Damn and Jammed). Per la prima volta, poi, è stato assegnato – da una rete di osservatori critici appartenenti agli spazi online Altre Velocità, Stratagemmi. Prospettive Teatrali, Il tamburo di Kattrin e Teatro e Critica – il Premio Speciale per l’Innovazione drammaturgica a Chiara Lagani, fondatrice con Luigi De Angelis della compagnia Fanny&Alexander.
Il TTV Riccione Teatro Festival (alla sua 24esima edizione) si è svolto nel novembre di quest’anno, raccogliendo un compatto e tenace calendario di spettacoli (I Libri di OZ, Him 3D, Storia di un’amicizia), incontri con gli artisti, mostre e dibattiti (Fanny & Alexander Mostra [1996-2018]), oltre a una luminosa lectio magistralis di Chiara Lagani, dedicata alla storia del gruppo romagnolo e a un’auto-interrogazione sul proprio fare artistico, nata da una conversazione con la giuria che lo scorso anno le assegnava il premio.
Per il 3 novembre Graziano Graziani e Rodolfo Sacchettini hanno pensato e curato una occasione di incontro particolare: quattro tavoli hanno ospitato, ciascuno, una coppia di relatori invitata a dialogare su quattro parole chiave, Pubblico (Lorenzo Donati e Renata M. Molinari), Partecipazione (Maddalena Giovannelli e Andrea Porcheddu), Immagine (Rodolfo Sacchettini e Valentina Valentini), Politica (Roberta Ferraresi e Pier Giorgio Giacchè).

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

Ecco che torna la ricerca di un nuovo lessico. Alla presenza anche di un nutrito e attento gruppo di allievi della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro – «laboratorio permanente per l’attore» curato a Modena dal direttore di Emilia Romagna Teatro Fondazione (ERT), Claudio Longhi – la giornata si è snodata alternando riflessioni teoriche e spunti fortemente critici, legati all’attualità della creazione contemporanea.
Perché darne conto – in maniera comunque non esaustiva – a distanza di un mese? Perché proprio queste conversazioni, rese floride da aspetti contraddittori e non pacificati, richiedono tempo per sedimentarsi. Soprattutto richiedono la messa in pratica che arriva solo attraverso la visione.

Se Donati e Molinari hanno offerto un generoso excursus di quelle esperienze che, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, hanno messo in discussione la posizione passiva del pubblico, il frutto più saporito è stato fornito dal ragionare sulla questione dell’«ispirazione», quell’energia misteriosa e sottile che nasce proprio dal contatto con il pubblico. E infatti gran parte degli studi teatrali di questi decenni stanno impegnando pagine e discussioni pubbliche per definire una sorta di “anatomia dello spettatore”, alla ricerca degli inneschi fondamentali, per poi forse scoprire che l’esperienza estetica rifiuta di venir davvero ridisegnata in una mappa leggibile. Si è parlato dello «spettatore come guardia del corpo dell’attore», di come il teatro vada creando, di volta in volta, «un pubblico nuovo», dell’arduo scambio di conoscenze che unisce il performer allo sguardo che lo incontra, alla ricerca di un comune «senso critico». Esso dovrebbe riposare, agitandosi inquieto, innanzitutto negli interstizi dell’opera.

Trigger of Happiness di Ana Borralho & João Galante – foto di Carolina Farina / Short Theatre 12

Se Jacques Rancière insiste sul processo di negoziazione di conoscenza che ratifica il patto di comprensione tra opera e sguardo e prescrive, in maniera fin troppo cartesiana, i passi metodologici per non creare una «super-ignoranza» ma piuttosto una conoscenza condivisa, il discorso sul Pubblico non può che legarsi a quello sulla Partecipazione.
I palcoscenici europei, soprattutto quelli del Sud come Spagna, Portogallo e Grecia, si riorganizzano oggi in vere e proprie agorà di discussione sui processi dello stare in scena e del raccontare la Storia contemporanea – pensiamo a Tiago Rodrigues, a El conde de Torrefiel, a Trigger of Happiness di Ana Borralho & João Galante, tutti a Short Theatre 12. Nella Partecipazione sembra avere un ruolo da protagonista la «responsabilità artistica», chiamata a convocare “l’altro” in una forma specifica condensata in uno specifico ambiente, quello riempito dai contenuti che vengono accolti e discussi da una comunità complessa. I processi dell’arte scenica contemporanea, qui da noi, «coinvolgono e contraddicono» proprio quella fondamentale immunità dello spettatore che aveva disegnato l’era “moderna”. Il cosiddetto «teatro partecipativo» tenta di coinvolgere lo spettatore nella creazione consapevole di una «risposta concreta» ai problemi del mondo di oggi, mette in discussione ogni ipotesi tradizionalista e razionalista e la mescola in un evento che non ha modo, davvero no, di essere esaustivamente registrato nell’immaginario di un’epoca.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

E proprio da Immagine si è passati, molto rapidamente, al termine «immaginario», la capacità – anche qui, partecipata – di creare figurazioni e contesti quasi da zero, sui quali poetica ed estetica potessero incontrarsi nella strutturazione di un nuovo futuro della visione. Valentina Valentini ha consegnato un’esaustiva carrellata di esempi performativi storici in cui l’immagine – spesso muta, commentata da tracce musicali o riconvertita nel tubo catodico o nei pixel di schermi digitali – si è fatta portatrice di senso.
E a noi venivano in mente le musiche di Purcell su cui si intesseva la coreografia di Cafè Müller di Pina Bausch, «pezzo» in cui finalmente le reazioni del pubblico non erano comandate, non erano dettate da una supremazia della creazione, ma piuttosto offerte a una totale autonomia di distruzione del percorso emozionale. Le interferenze tra immagine, teatro e una presunta «grafica della parola», una specie di fantasma o di apparizione del corpo, ancora oggi, potrebbero rendersi disponibili a un atto di emancipazione dello sguardo, laddove la forza dittatoriale dell’interpretazione finalmente si sciogliesse in una nuova materia anti-razionale, una movenza condivisa con gli altri individui in platea portata a creare una «immagine viva», condivisa eppure, in eterno, mantenuta controversa.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

Ecco che emerge la Politica, una corda di violino sempre vibrante in ogni precedente conversazione: la dimensione partecipata (e non partecipativa) ancora oggi dedica al teatro la più grande delle responsabilità, quella di “farsi luogo” di una visione ulteriore. Nel discorso di Ferraresi e Giacchè compariva innanzitutto la cruda relazione delle dinamiche normative, la «morte della polis» che dovrebbe farsi tramite per ragionamenti di sistema, di partecipazione, di separazione dei segmenti di «pubblico con la P minuscola, e di Pubblico con la P maiuscola». Questa dicotomia – leitmotiv dell’antropologo umbro – identifica quel nebuloso recipiente sociale che rassicura i potenti come oligarchi di un discorso collettivo e che invece dovrebbe essere precipito dagli individui come il senso incorruttibile di una responsabilità individuale.

foto di Margherita Cenni / Riccione Teatro

Chi oggi si trovi a lavorare nella cosiddetta «politica dei linguaggi» si trova il cuore dell’attenzione diviso tra la vocazione a raccontare dei contesti di sviluppo (produttivi, distributivi, relazionali) e quella a farsi interprete scomodo delle aporie di un’intera comunità. Diviso tra reale e virtuale, tra foyer, comunità festivaliere e discorso mediatizzato, il dominio dei pensatori del teatro dovrebbe, ci sentiamo di suggerire, sempre farsi principio attivo nel risveglio di una coscienza sociale.
Affinché quei lenti cicli trovino sempre un “terreno critico” dal quale germogliare, ritrovando nel rapporto ravvicinato tra idee e messa in pratica dei processi il fertilizzante necessario al proliferare della ricerca.

Proprio queste, raccolte nella bianca sala di Villa Mussolini a Riccione, saranno state, nel novembre 2018, le energie spese a favore di una consapevolezza. Quella che ci racconta come di quei cicli siamo responsabili tutti. Da chi l’arte la fa o la racconta a chi l’arte l’abbraccia e la registra, in archivi di discorso intangibile che dovrebbero ancora e sempre impegnarsi nel creare occasioni per rimettersi in crisi. Esattamente come questa che abbiamo provato a raccontare.

Sergio Lo Gatto

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.