L’Africa di Serge-Aimé Coulibaly: i vincitori sono già morti

L’apertura di Romaeuropa Festival 2018 affidata allo spettacolo Kirina di Serge-Aimé Coulibaly. Recensione

Foto Philippe Magoni

C’è una battaglia in atto, il palco del Teatro Argentina è diventato una sorta di ring  circolare delimitato da tessuti rossi – sono gli stessi che formano alte torri dai colori sfumati, dal porpora al nero. Due gli sfidanti, entrambi scultorei nei fisici tirati: uno sorretto da muscoli potenti con i quali ruota su se stesso in volo, l’altro più longilineo, flessuoso e in grado di incantare controllando anche solo le falangi di una mano. Attorno al duello, due schieramenti pronti a incitare, bramano sangue, urlano mentre la musica si fa concitata. Volteggi acrobatici si susseguono secondo una ritmica capoeira fino a quando i due eserciti si scontrano frontalmente, il duello diventa una guerra che lascia vittime inermi sul campo, ma anche un vincitore. Una sorta di “uomo nuovo” danza tra i cadaveri, si contorce tra gli spasmi incontrollabili dei muscoli, nel volto una smorfia di folle violenza, si avvicina inquietante al proscenio prima di scomparire nel buio, madido di sudore. Chi vince è già morto, chi resta in piedi dopo lo sterminio non è più umano.

Nel Sudan del Sud, dal 2013, il conflitto tra le due fazioni costringe il popolo civile a fuggire dai vicini di casa di Sudan, Etiopia e Uganda; il Mali è in guerra dal 2012, ormai spaccato a metà tra l’avanzata del deserto e le forze islamiste al nord. La Costa d’Avorio per decenni, fino al 2011, è stata falcidiata dagli scontri, «gli indicatori sono quelli di uno Stato povero: la mortalità infantile (sotto i 5 anni) è al 92,8/1.000, la speranza di vita di soli 59 anni, il 60% degli abitanti al di sopra dei 15 anni è analfabeta, meno di un quarto della popolazione totale ha accesso a servizi sanitari adeguati e poco meno di uno su cinque all’acqua potabile». (atlanteguerre.it). Tensioni e conflitti si registrano anche nella Repubblica di Guinea, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Repubblica Centrafricana. Nella Repubblica Democratica del Congo lo scontro si è polarizzato anche tra il governo e la Chiesa Cattolica, manifestazioni pubbliche sono state represse violentemente e si è registrata la morte e la sparizione di alcuni preti, questo mentre non si fermano i conflitti etnici e quelli tra l’esercito governativo e le bande armate di ribelli.

Foto Philippe Magoni

Più della metà del continente africano è in questa situazione, la fascia centrale, da est a ovest è attraversata da guerre e la United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD, Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione) stima che entro il 2030 potrebbe concretizzarsi l’infausta cifra di 135 milioni di profughi climatici.

Lo spettacolo di apertura di Romaeuropa Festival, Kirina, ideato da Serge-Aimé Coulibaly – coreografo classe 1972 del Burkina Faso, già collaboratore di Alain Platel e di Sidi Larbi Cherkaoui -, non racconta tutto questo, ma lo lascia presagire in quella scena finale che conclude la rilettura di un’ora e mezza di un mito fondativo, la nascita dell’Impero Mandingo nell’Africa Occidentale. Kirina (l’attuale Guinea) è il luogo che fu campo dell’ultima battaglia prima della nuova nascita. Applicheremmo uno sguardo occidentale se inquadrassimo lo spettacolo nel genere operistico, ma siamo comunque di fronte a una forma aperta in cui la performatività dei corpi coesiste con quella musicale e recitativa: alla sinistra dello spazio scenico quattro elementi sonori (un balafon, percussioni, basso e chitarra), due cantanti, la composizione e direzione musicale è dell’astro della world music Rokia Traoré. A tracciare lo spazio, tra danze sfrenate e una ricerca millimetrica sul dettaglio di posture, smorfie e micro movimenti, ci sono dieci interpreti potentissimi per agilità, forza e presenza espressiva.

Foto Philippe Magoni

A Romaeuropa Festival va riconosciuto il coraggio di aprire questa XXXIII edizione del festival cercando nella sponda africana forme e culture in un momento storico nel quale il sentimento più vivo rispetto questo continente è la paura, e va anche sottolineato che questa sponda poi si concretizzerà con altri artisti quali Oumou Sangaré, Omar Rajeh/Maqamat, Angélique Kidjo, fino alla proiezione di The Congo Tribunal, il documentario di Milo Rau nato dall’omonima esperienza teatrale. Ma allo stesso tempo va evidenziato quanto il tentativo di Serge-Aimé Coulibaly rischi di configurarsi come un prodotto da esportazione: se non fosse per l’inquietudine lanciata nel finale la sensazione potrebbe essere quella di trovarci di fronte a qualcosa di atteso e confermativo. Ci sono le sonorità africane riconoscibilissime, le coreografie che di tanto in tanto si mescolano ai linguaggi occidentali della danza contemporanea, dell’hip hop e delle danze urbane, il tribalismo, i riti sciamanici, le liriche di Felwine Sarr in cui si inneggia a guerrieri e onore.

Le proiezioni in bianco e nero poco aiutano una drammaturgia disordinata che, insieme all’idea di partenza e all’utilizzo di decine di comparse, sembra essere un pretesto per creare un sottofondo culturale sbiadito rispetto a quello che invece è il vero centro nevralgico dell’opera: la presenza totalizzante di quei corpi soprannaturali. Kirina vorrebbe, nelle intenzioni del coreografo, farsi simbolo dei popoli africani (e non solo) «in marcia». Nell’intervista contenuta nel programma di sala curata da Chiara Pirri, Coulibaly racconta la genesi ideativa del lavoro riferendosi alle recenti migrazioni di Iracheni e Siriani. C’è sempre qualche popolo in marcia, in fuga, spiega Coulibaly, «oggi sono gli Africani e i Siriani ad arrivare in Europa ma circa cinquant’anni fa erano i popoli europei, ad esempio gli Italiani, a muoversi in massa verso altre mete».
Forse è questa tensione verso la ricerca di una simbologia universale a rendere sbiadita la riflessione e a consegnarci un’Africa proprio come noi europei ce l’aspettavamo.

Andrea Pocosgnich

Kirina

Durata 90′

Ideazione, Coreografia Serge-Aimé Coulibaly
Composizione, Direzione musicale Rokia Traoré
Basato sul libretto di Felwine Sarr
Danzatori Sayouba Sigué, Adonis Nebié, Ahmed Soura, Marion Alzieu, Antonia Naouele, Ida Faho, Jean-Robert Koudogbo Kiki, Daisy Phillips/Giulia Cenni, Issa Sanou Paroliere Ali ‘Doueslik’ Ouédraogo
Cantanti Naba Aminata Traoré, Marie Virginie Dembélé
Musicisti Aly Keita/Youssouf Keita (balafon), Saidou Ilboudo (percussioni), Mohamed Kanté (basso), Yohann Le Ferrand (chitarra) Drammaturgia Sara Vanderieck
Assistente alla coreografia Sayouba Sigué
Scene Catherine Cosme
Costumi Salah Barka
Luci Nathalie Perrier
Video Eve Martin
Tecnico luci, Video, Suono Hermann Coulibaly, Jérémy Vanoost, Ralph M’Fah-Traoré
Direttore di produzione Laure Louvat, Hanna el Fakir Distribuzione Frans Brood fransbrood.com
Produzione Faso Danse Théâtre, Ruhrtriennale
Coproduzione Festival de Marseille (FR), La Villette Paris (FR), les ballets C de la B (BE), Théâtre National Wallonnie-Bruxelles (BE), Romaeuropa Festival (IT), Kampnagel Hamburg (DE), De Grote Post Oostende (BE), Kunstencentrum Vooruit Gent (BE), La Rose des Vents Villeneuve d’Ascq (FR), ExtraPôle Provence-Alpes-Côte d’Azur (FR)
Produzione esecutiva les ballets C de la B (BE)
Ringraziamenti Ankata (Bobo Dioulasso, Burkina Faso), Fondation Passerelle (Bamako, Mali) Supporto Fédération Wallonie-Bruxelles, Wallonie-Bruxelles International, Taxshelter Belgium Foto © Philippe Magoni

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