Pierpaolo Capovilla legge Artaud: un delirio aderente alle cose

promo

Pierpaolo Capovilla, voce della band Il Teatro degli Orrori, in “Interiezioni” uno spettacolo meta-teatrale tra la poesia di Artaud e le sperimentazioni musicali di Paki Zenzero. La cornice è quella di Collemaggio, l’ex ospedale psichiatrico dell’Aquila che ha ospitato il festival Follie d’Estate.

Cinquantadue anni, di cui nove passati in manicomio. Un libro che è diventato uno dei capolavori del Novecento: Il teatro e il suo doppio che ha nel suo centro la follia, vista come necessario antidoto alla “follia dei medici”. Antonin Artaud parla di un attore suppliziato che brucia e fa segni sul rogo, nel 1946 viene pubblicata la sua ultima raccolta poetica Succubi e Supplizi. Parole trascritte dalla fedele dattilografa Luciane Abiet nel manicomio di Rodez, perché Artaud dopo una serie innumerevoli di elettroshock è troppo debole per tenere una penna in mano, ma è sempre feroce quando si tratta di comporre al di là dell’immagine. Privata di qualsiasi ingenuità, infatti, la parola poetica di Artaud martella non tanto un significato parente di metafora, ma una totale vicinanza al reale da parte di un “io” che segue il giudizio implacabile di un delirio aderente alle cose.

«Quando leggiamo questa parola “io” senza sapere chi l’ha scritta abbiamo una parola, se non priva di significato, almeno estrania al suo significato normale» dice Edmund Husserl (in Logische Untersuchungen 1922). A chi appartiene questo “io”? La parola separata dalla voce di chi la pronuncia si allontana dal riferimento concreto a una situazione e frana nella metafora di un soggettivismo astratto. Artaud cerca il suo io e ripete costantemente il proprio nome in questi ultimi scritti poetici; a chi si immerge in questa scrittura in forma mediata (proprio perché parola orale trascritta da altri) non può sfuggire quanto potente sia il valore significante della voce di chi l’ha pronunciata.

Foto di Sara Occhiuzzi

In questo gioco intermediale si situa lo spettacolo “Interiezioni” che Pierpaolo Capovilla (cantautore, bassista, attore, fondatore e leader de Il Teatro degli Orrori) definisce «meta-teatrale in bilico fra poesia e sperimentazione musicale». Lo abbiamo visto in una zona di luce tra le ombre del parco dell’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio a L’Aquila, all’interno di Follie d’Estate, un festival che quest’anno ha ragionato molto sui quarant’anni passati da quella Legge Basaglia che ha portato alla chiusura dei manicomi.
L’11 febbraio 1943 l’attore e poeta era entrato nella clinica di Rodez, il referto parlava di «delirio cronico estremamente lussureggiante», ma già molti anni prima Artaud aveva scritto: «noi non siamo folli siamo dei meravigliosi medici, conosciamo il dosaggio dell’anima, della sensibilità, del midollo, del pensiero. Bisogna lasciarci in pace, bisogna lasciare in pace i malati» («La Révolution Surréaliste» Sûreté générale. La liquidation de l’Opium 1925).

Foto di Sara Occhiuzzi

È in questo territorio dove si creano e ricreano i corpi che la voce di Pierpaolo Capovilla e le musiche di Paki Zennaro liberano la poesia dalle costrizioni del testo scritto per elevarla a canto potente e lussureggiante, contemporaneo e atavico allo stesso tempo. In realtà Capovilla questo lavoro lo sta conducendo già da un po’, con i suoi lavori solisti e quelli portati avanti con Il Teatro degli Orrori (non a caso un nome che è chiaro debito verso il teatro della crudeltà di Artaud). Coniugando la canzone rock carica di un sound ancestrale e chitarre estremamente sature Capovilla in questi ultimi anni ha dato voce ai versi di Pasolini con il reading “La religione del mio tempo” o a quelli di Majakovskij, già in quella eccitata canzone omonima che pur debitrice della lezione di Carmelo Bene, trova un proprio modo per far precipitare a terra i versi di All’amato me stesso, torcendoli attorno a riff schizofrenici e un basso intermittente. Attraverso questa coesione piena di verso, voce e musica, Capovilla si immerge anche nella scrittura di Artaud consapevole che le parole si compiono solo nella voce, che il suono è sua volta un corpo. Non gli serve molto, basta un microfono con asta cui aggrapparsi per creare uno spazio della visione e insieme dell’ascolto. I suoni, fatti di sussurri, grida, gemiti e ringhi ricamano qualcosa che le parole scritte non dicono. Allo spettacolo fa da sfondo un edificio abbandonato dell’ex manicomio, ha finestra aperte su stanze che sono state case di chi ora sente raccontare, attraverso le parole di Artaud e la voce di Capovilla, anche la propria storia.

Prende vita in questo spettacolo la disarticolazione della parola dei più, dimenticati e inghiottiti da circostanze storiche, sociali e culturali cui hanno provato a resistere. Sopravvive lo spazio della poesia, e risuona nella voce di questo colto e intelligente artista dei nostri tempi, un bassista cantante (non lo definirei attore) che sceglie pubblici diversi su cui sgretolare e ricomporre le proprie parole e quelle degli altri. «Solo le mie disperazioni mi fanno sentire ancora vivo» (Il terzo mondo) è un verso molto duro dello stesso Capovilla, che ci porta lontano dai cieli della metafora, e segna l’impronta concreta e reale di segni lanciati sul rogo.

Doriana Legge

30 giugno Festival Follie d’Estate – Parco Ex O.P. Collemaggio – L’Aquila

Interiezioni
PAKI ZENNARO – live electronics, chitarra, campionamenti
PIERPAOLO CAPOVILLA – voce narrante
Conduzione musicale di Paki Zennaro.

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
SHARE
Previous articleIL CORPO SCENICO. Tradizione e innovazione. Residenza Formativa #sponsor
Next articleSpin Time Labs. La necessità di Babele
Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge