La cerimonia dei segreti: I’m within di Dewey dell

Dewey dell ha presentato in prima nazionale a Santarcangelo Festival I’m within, una performance che si interroga sui mondi sotterranei di ognuno, attraverso i gesti di una danzatrice adolescente. Recensione

Foto di Tristan Petsola

Di fronte la vertigine che si accende al cospetto delle nostre paure, pare naturale marginalizzare lo sguardo, chiudere gli occhi, voltare le spalle, ingannare la mente. Quante gocce di vita perse ad arginare il batticuore e assopire i sensi? I’m within, la performance di Dewey dell al debutto a Santarcangelo Festival, ci riporta a quel malessere indeterminato, ma pulsante, che in maniera sotterranea agisce fin da quando si è bambini. Non resta, quindi, che a una giovane danzatrice (Gioia Pascucci), appena adolescente, scolpire il tempo delle paure e degli abbagli, degli stringimenti di cuore e dei senzafiato, per guardarci tutti lì a riflettere su momenti del vissuto che la strategia furba della memoria tende a sotterrare.

Mentre scorro i miei appunti, le pagine ormai asciutte hanno assunto quell’aspetto croccante al tatto e ricordano il caldo misto a umido di quella stanza che ha ospitato lo spettacolo, una della sale di un capannone dismesso dello Spazio Saigi a Santarcangelo.
Uno spazio nudo, sul fondo un telo nero, carico e intessuto di pieghe, tutt’attorno suoni di un mondo acquatico, esclusivamente cetaceo (sono opera sopraffina di Demetrio Castellucci), misurano le basse frequenze fino alla soglia del percettibile uditivo. Un lavoro sulla materialità di corpo, spazio e suono, come spesso accade nei lavori della compagnia cesenate (tra gli ultimi ricordiamo ad esempio Sleep tecnique).

Foto di Tristan Petsola

In I’m within è il corpo – quello di una giovane danzatrice, poi affiancata da una bambina-re – a imporre una fisicità all’interno di un’atmosfera di sogno contaminato dalla paura. Non per questo incubo. Questa destabilizzazione per la quale i gesti significano ciò che fanno ma riescono tuttavia insieme a modellare nuove visioni è naturalmente propria del teatro – ma pare forse superfluo ricordarlo.

Nel semibuio una bambina al centro, non è ancora ragazza ma sembra diventarlo poco a poco con lo scorrere dei gesti; indossa una tuta da lavoro grigia. I suoi movimenti rivendicano l’appropriazione di uno spazio attraverso gesti meccanici, in una personale strategia di territorializzazione e appropriazione per affrontare i propri incubi, e non sfuggirne. Davanti a noi le immagini di quei fantasmi che abitano i ricordi; immagini semplici, a volte abusate, ma riescono a trattenersi alla mente: come quando di spalle la danzatrice si abbraccia, le mani che prima sono protezione si trasferiscono sul collo a soffocare. O quel lenzuolo bianco che prima come fagotto è una bambola da cullare e poi diventa l’abito di un fantasma, il costume che da bambini pochi possono dire di non aver attrezzato per un gioco che alterna riso e paura.

Foto di Tristan Petsola

Paura è anche una parola chiave del festival di Santarcangelo di quest’anno, «può un Festival di performing arts suscitare la sensazione di quando, bambini, ci addentriamo in un bosco di notte?» si chiedono le direttrici Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino. Ma poi il teatro non è esso stesso una terra abitata da fantasmi? Il telo nero sul fondo abbraccia e inghiotte, si fa culla e trono, c’è qualcuno lì dietro che sembra non sciogliere la presa ma poi infine rilascia. Appare poi un re-bambina (Alma Pascucci), con una corona in testa e una bacchetta magica che ha il potere di far rivivere chi muore; prende i suoi giochi, li tira fuori dalla scatola dei ricordi e cade in un profondo sonno. Al risveglio non rimane altro che lanciare il lenzuolo bianco sul fondo nero, un gesto rivoluzionario? Anche se qusto di Dewey dell non è certo un teatro di bambini, vengono in mente le parole di Walter Benjamin, tratte da Programma per un teatro proletario di bambini «In questo teatro di bambini risiede una forza, che annullerà gli atteggiamenti pseudorivoluzionari del più recente teatro borghese. Poiché veramente rivoluzionaria non è la propaganda delle idee, che stimola ora qua ora là ad azioni ineffettuabili e finisce con la prima considerazione a mente fredda fatta all’uscita del teatro. Veramente rivoluzionario è il segnale segreto dell’avvenire, che parla dal gesto infantile».

Ed è certo infine che in sala l’aria è piena dei fantasmi di quei bambini che siamo stati, dei loro gesti spaventati, felici e rivoluzionari.

Doriana Legge 

Santarcangelo Festival 2018

I’M WITHIN
con Gioia e Alma Pascucci
coreografia Teodora Castellucci
musica originale Demetrio Castellucci
disegno luci Eugenio Resta
costumi Guoda Jaruševiciute
cura Agata Castellucci

 

 

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Doriana Legge è docente di Storia del Teatro e Problemi di storiografia dello spettacolo presso l’Università degli studi dell’Aquila. Nel 2014 ha conseguito il dottorato di ricerca in Generi letterari presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli studi dell’Aquila. Dal 2013 fa parte del comitato di redazione della rivista di studi “Teatro e Storia” edita da Bulzoni. Collabora a voci enciclopediche per il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani. Scrive per la rubrica teatrale dell’“Indice dei libri del mese”. È anche musicista e compositrice per cinema e teatro, autrice di sonorizzazioni che portano a indagare le immagini pensando relative drammaturgie sonore. Da gennaio 2017 collabora con Teatro e Critica. Per consultare i suoi lavori e pubblicazioni più recenti: https://univaq.academia.edu/DorianaLegge