Guardare con il corpo. Il teatro fisico di Bad Lambs

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Balletto Civile all’Angelo Mai di Roma con Bad Lambs. Una recensione e un attraversamento di corpi

foto Donato Aquaro

Spesso durante i laboratori di visione ci chiediamo quale sia, realmente, il momento di inizio di uno spettacolo. A prescindere dal momento nel quale la convenzione dichiara che l’atto spettacolare vada osservato, l’interrogativo è da quando l’idea stessa di spettacolo inizi a muovere, a sedimentare impressioni, gesti, movimenti nello spettatore. Proviamo a chiedercelo ancora una volta in occasione di Bad Lambs, spettacolo della compagnia Balletto Civile-Michela Lucenti andato in scena all’Angelo Mai di Roma all’interno di Fuori posto. Festival di Teatri al limite e visto con un gruppo di ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana.

È ormai quasi un anno che all’interno del Centro d’Accoglienza Casilina per richiedenti asilo due progetti si osservano e interagiscono: Spettatori Migranti, percorso di visione e intercultura attraverso la spettatorialità teatrale e la pratica della lingua italiana, e DanceAcrossBorder, laboratorio di teatro fisico rivolto a persone migranti. È con questo gruppo di ragazzi nigeriani e gambiani del laboratorio di teatro fisico che attraversiamo Bad Lambs, digiuni da esperienze di visione di danza o teatro-danza, a riconoscere un linguaggio artistico, culturalmente inedito, sperimentato però già con il corpo.
Quando entriamo per prendere posto lo spazio scenico è abitato dai performer che ci aspettano sul fondo; in controluce si distinguono i profili di corpi diversi, reduci, assecondando la narrazione, di un incidente stradale. Ci sediamo.

foto Donato Aquaro

Nell’incidente il conducente, interpretato da Emilio Vacca, perde la vita. Michela Lucenti, alienata nel dolore, indossa delle cuffie sulla testa e una pelliccia di spasmi sul corpo; Emilio Vacca è un fantasma suicida che non ha più cuore – donato dopo la sua morte all’“idiota” tratteggiato da Maurizio Camilli – si muove e suona ripiegato su sé stesso, senza empatia e risonanza emotiva come il tamburo rotto che porta a tracolla; sono allora Simone Zambelli e Natalia Vallebona insieme ad Aristide Rontini a espandere la scena e i corpi, a dare ritmo e vigore all’interrogativo, alla disperazione. La narrazione è affidata a epifanie, a micro-scene nelle quali il movimento è partitura ritmica astratta sulla quale la parola, la gestualità, l’uso drammaturgico dei materiali scenici e i video onirici di Giorgina Pi si innestano a mantenere un contatto costante con chi guarda.

La drammaturgia di Carlo Galiero è contaminata d’ironia, in un effetto tragicomico che, invece di nascondere, denuncia e denuda l’uomo nella propria natura profonda. Come è possibile sopravvivere alla trasformazione, alla rabbia dello scoprirsi troppo fragili, alla perdita degli affetti, delle braccia, della vista, alla rovina del proprio corpo? La disabilità entra in scena non giustapposta ma “in parte”, e nonostante non si arrivi sempre a una poesia dei gesti, a movimenti immaginifici da parte di tutto il “Circolo dei poeti scapestrati” – gli uomini presenti in macchina al momento dell’incidente – è proprio questo vivere il limite imposto ad alcuni corpi a indicarci brevissimi scorci di pace in contrapposizione alla rabbia, alla disperazione della sorella e del defunto stesso, che non riescono invece trovare quella grazia. È il caso del “miracolato” Giacomo Curti, già sulla sedia a rotelle prima dell’incidente, sdraiato a terra inerme a fare ironia su un formicaio che passa sul suo collo.

I finali si susseguono, diluendone l’efficacia, ma fianco a me, intanto, gli spettatori “vergini” distolgono raramente lo sguardo dalla scena e quando lo fanno si guardano tra loro, annuiscono mentre riconoscono qualcosa che non hanno mai visto con gli occhi.

Quando inizia realmente uno spettacolo? Forse giorni, mesi prima sulle proprie braccia, mani, gambe. Così come tutti abbiamo esperienza della perdita, della malattia e della fragilità, così il corpo e la sua memoria condizionano non solo la messa in scena, ma la visione stessa in maniera diversa per ognuno. Il processo creativo di Balletto Civile, che passa per l’inclusione totale di chi guarda, è amplificato dal riconoscimento.
Ancora una volta, senza tralasciare il percorso narrativo, la compagnia diretta da Michela Lucenti porta in scena il corpo. Chiamando altri corpi a partecipare.

Qui, quei corpi, in una suggestione libera a partire dalla visione.

Luca Lòtano

visto all’Angelo Mai, Roma – marzo 2018

BADLAMBS
Compagnia Balletto Civile-Michela Lucenti
Ideazione, coreografia e regia: Michela Lucenti
Drammaturgia: Carlo Galiero
Assistenza alla creazione: Maurizio Camilli
Assistenza alla coreografia: Giulia Spattini
Cinematografia: Giorgina Pi/Bluemotion
Danzatori: Maurizio Camilli, Giacomo Curti, Ambra Chiarello, Giuseppe Comuniello, Michela Lucenti, Aristide Rontini, Emilio Vacca, Natalia Vallebona, Simone Zambelli
Disegno luci: Stefano Mazzanti
Costumi: Chiara Defant
Una coproduzione: Festival Oriente Occidente, Balletto Civile, Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, FuoriLuogo/Centro Dialma Ruggiero
Con il sostegno del MIBACT

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Luca Lòtano è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Si avvicina al teatro come attore e autore, concedendosi poi la costruzione di uno sguardo critico sulla scena contemporanea. Insegnante di italiano per stranieri (Università per Stranieri di Siena e di Perugia), lavora come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico, all'interno dei quali sviluppa il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; è impegnato in progetti di formazione e creazione scenica per migranti. Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.