Teatro di Rifredi: la fisica del dubbio per Josep Maria Miró

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Al Teatro di Rifredi, in prima nazionale Il principio di Archimede del drammaturgo spagnolo Josep Maria Miró nell’adattamento di Angelo Savelli. Recensione

Foto di Pino Le pera

Alla domanda «come vi presentereste?», Angelo Savelli e Giancarlo Mordini, dopo averci pensato un po’ su, giusto il tempo di riordinare le idee per un quesito apparentemente semplice, rispondono il primo «antropologo» con fare malinconico ma convinto, mentre il secondo, «spettatore», con un leggero cipiglio poi rischiarato dall’entusiasmo.
Dopo la permanenza negli Stati Uniti, la collaborazione italo/americana con il Bread and Puppet Theater dalla quale nasce lo spettacolo La ballata dei 14 giorni di Masaniello di Peter Schumann, e numerose tournée nei maggiori teatri europei (dal Festival D’Avignone, passando per lo Schausplielhaus di Amburgo, El Grec di Barcellona, all’Almeida di Londra…), la compagnia Pupi e Fresedde – nata a Firenze nel 1977 per volontà di Savelli e Pino De Vittorio – sente la necessità di radicarsi e “farsi luogo” e nel 1986 con l’arrivo di Mordini, Francesco De Biasi e Rita Polverini si costituisce come compagnia stabile al Teatro di Rifredi, installandosi nella sede adiacente agli storici locali della Società di Mutuo Soccorso del quartiere fiorentino.

Foto di Pino Le Pera

Viaggi, aneddoti, curiosità e fascinazione per la drammaturgia internazionale con la strenua volontà di portarla in Italia nel proprio teatro, racconti di esperienze, di formazione e di amicizia vengono ripercorsi dalla coppia di registi e autori, e ci si presenta nell’informalità di un dialogo avvenuto attorno a un tavolo da caffè. Nella spiegazione di questo modus operandi che è al tempo stesso vivendi, non si può fare a meno di notare come la dimensione del viaggio sia alla base del pensiero che sottende la direzione del teatro: il “fuori” è finalizzato a essere compreso nel “dentro” del territorio fiorentino e poi toscano. L’entusiasmo per alcuni testi messi in scena nei teatri d’Europa si concretizza nello studio e nel processo finalizzato ad adattare queste stesse opere per portarle in scena al Rifredi.
Oltre ai percorsi e ai progetti di Rifredi Scuola e Rifredi ragazzi, la programmazione rispetta dei criteri di trasversalità: nonostante venga data precedenza all’inserimento in cartellone di spettacoli prodotti dal teatro, non viene trascurata un’attenzione agli artisti toscani e alla drammaturgia contemporanea (Roberto Latini, Emma Dante, Tindaro Granata, Marta Cuscunà, Cristian Ceresoli, Carrozzeria Orfeo). Spettacoli per un pubblico che non consta di abbonati – scelta dichiarata orgogliosamente – ma di una comunità di «parenti, amici, colleghi e spettatori», la stessa che in occasione dell’unione civile di Mordini e Savelli ha reso possibile grazie a 110 donazioni la presenza degli spettacoli Geppetto e Geppetto (Tindaro Granata) e Sorry, Boys (Marta Cuscunà); significativi per la sensibilità delle tematiche affrontate: il primo che racconta il tema delle adozioni per le coppie omosessuali, il secondo, dedicato a quello della violenza sulle donne. Inoltre, le ospitalità esterne di spettacoli rientrano in specifici progetti tematici annuali come quello dedicato al queer theatre.

Foto di Barbara Paveri

Il rapporto tra forma/contenuto e l’architettura drammaturgica sono i due elementi precipui che hanno colpito Mordini e Savelli rispetto a Il principio di Archimede scritto nel 2012 da Josep Maria Miró, tanto da convincerli a ritornare a Barcellona per conoscere l’autore e chiedergli di affidare loro il testo ai fini di un adattamento italiano. Miró, classe 1977, è un drammaturgo e giornalista spagnolo, membro del comitato di lettura del Teatro Nazionale di Catalogna, la cui opera El principio de Arquímedes è stata tradotta in venti lingue e rappresentata dentro e fuori l’Europa. Un lungo processo di studio, adattamento, cura e lavoro durato all’incirca due anni ha portato alla messinscena di questa nuova produzione del Teatro di Rifredi accolta da un pubblico coinvolto rispetto all’argomento dello spettacolo che «dimostra come in uno stato di sospetto la prima vittima sia il diritto alla vita privata». Così la stampa spagnola de El País ha risposto al successo di un testo costruito come fosse una matrioska le cui scene si contengono vicendevolmente in un gioco di tempi che procede avanti e indietro non seguendo un ordine cronologico. Quella logica dell’azione, quasi fosse appunto un principio fisico, è stata riscontrata dallo stesso Savelli nella traduzione del testo dallo spagnolo all’italiano: «era come se le parole scelte accuratamente dall’autore, fossero già di per sé azione» e quindi drammaturgia scenica. «Volevo che gli spettatori si guardassero negli occhi, che avessero davanti il riflesso del loro stare e partecipare a quello che accade» per questo le scene di Federico Biancalani si costruiscono direttamente sul palcoscenico del Teatro di Rifredi. Lì sono montati due spalti che a destra e a sinistra chiudono al centro lo spogliatoio con armadietti sui lati brevi, e i divisori galleggianti a segnare le vasche lungo i lati lunghi. Jordi (Giulio Maria Corso) e Hector (Samuele Picchi) sono due istruttori e, insieme alla  severa direttrice Anna (Monica Bauco), insegnano nuoto presso una piscina. Jordi ha la battuta pronta, è sprezzante delle regole e gli piace giocare, Hector invece è più tranquillo e remissivo, ligio al dovere e attento a non fare passi falsi. Nonostante ciò, come affermerà Jordi «si fa presto a equivocare, a vedere cose che non ci sono» e all’improvviso un innocuo bacio dato a un bambino spaventato dall’acqua getta la scuola  nella tempesta dell’accusa mediatica, portata avanti dai genitori degli allievi, rappresentati in scena da David (Riccardo Naldini), padre di uno dei bambini che frequentano i corsi di nuoto. Quelle «cose da spogliatoio» dette per scherzo in momenti di decompressione dallo stress lavorativo, smaliziate e innocenti, diventano capi d’accusa che battuta dopo battuta portano prima alla sfiducia, al sospetto e poi alla psicosi collettiva. A ciò si aggiunga inoltre la riprovazione dei genitori che fa leva sulla presunta omosessualità dell’istruttore, quasi che questa sia legata inevitabilmente all’accusa di pedofilia.

Foto di Pino Le Pera

Il testo del drammaturgo non lascia scampo e sin dalle prime battute si delinea come un vero e proprio interrogatorio rivolto non solo a Jordi, ma alla società tutta, continuamente posta di fronte al rischio di essere accusata per la propria condotta privata – come riportava attentamente il giornalista spagnolo Marcos Ordonez citato in precedenza – soggetta a violazione a causa anche di un’interattività social (non è un caso che la rivolta dei genitori si accenda attraverso un post su Facebook) che giudica e condanna. L’adattamento di Savelli si delinea attraverso una regia rigorosamente rispettosa del testo originale, che destreggiandosi con precisione nel montaggio delle sette scene restituisce al pubblico la labilità del dubbio. Il sospetto è padrone delle relazioni che intercorrono tra i soli quattro interpreti la cui prova appare tuttavia lievemente sottotono e in alcuni momenti tesa al modello televisivo della recitazione affettata. Il principio d’Archimede è in quest’occasione un fatto vividissimo nelle sue spietate e incontrollabili conseguenze, proprie a «ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (che) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato».

Lucia Medri

Teatro di Rifredi, Firenze – febbraio 2018

IL PRINCIPIO D’ARCHIMEDE

di Josep Maria Miró
traduzione e regia Angelo Savelli
con Giulio Maria Corso, Monica Bauco, Riccardo Naldini, Samuele Picchi
scene Federico Biancalani
luci Alfredo Piras
foto Pino Le Pera

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