Aterballetto, Schechter, Inger. Tentare la purezza

promo

La compagnia Aterballetto si è misurata, al Teatro Morlacchi di Perugia, con le creazioni coreografiche di Hofesh Shechter e di Johan Inger. Recensione

Foto di Viola Berlanda

Sul palco del Teatro Morlacchi di Perugia le luci sono basse e opache. In una fenditura di arancio proiettata sul pavimento è accovacciato un danzatore. È una stasi plastica, senza abbandono. Calano pochi istanti di buio completo e una voce riconsegna gli accenni di questa scena alla dimensione del tempo: «A hundred thousand years ago…». Poi un lievissimo tambureggiare si espande nella fonosfera.
Questi pochi segni – il corpo a riposo ma già fremente di un divenire, la luce a marcare un tempo, il suono percussivo a scandire l’atmosfera di trasformazione tribale – potrebbero bastare a dare un’idea della poetica di Wolf di Hofesh Shechter, coreografo angloisraeliano che il New York Times ha definito «una delle punte di diamante della danza britannica».

Le quinte segnano un’esile geometria a vista e, allo stesso tempo, una compartimentazione liminare dello spazio che mantiene la scena nuda, pronta a essere abitata e conquistata dai tredici interpreti. La partitura coreutica si snoda in moduli brevi: i danzatori, vestiti in abiti semplici e moderni dai colori naturali, si muovono quasi sempre in un disegno corale, organizzato e tensivo. Le poche figure che lo scompaginano (un passo a due di respingimenti sinuosi dentro un rimbombo lontano, un assolo zingaresco, modellato su una delicata introflessione) sono rapidamente ricomposte nella costruzione di falangi danzanti, in una sorta di gioco di ruolo, articolato e sfarzoso per complessità. Utilizzando una figuralità astratta, eppure molto vicina (segnata da qualche accento macabro, perfettamente integrato nel tessuto drammaturgico), i danzatori sembrano muoversi in una dimensione opaca e profonda, mentre i loro volumi – scontornati dalle luci acuminate curate da Shechter – appaiono secchi e quasi ritagliati nello spazio.

Foto di Viola Berlanda

In una giungla di suoni che integra ritmi metallici e tribali a stralci ri-arrangiati di Verdi e Bach e a composizioni firmate dallo stesso coreografo, Wolf stabilisce – in una progressione lenta e fatale – un proprio personalissimo linguaggio, a-logico e primordiale, fondato sulla coralità eppure sempre complicato dall’assertività fragile e ombrosa dei momenti che spezzano la compattezza di questa struttura. Uno degli ultimi quadri coreografici, organizzato secondo un rito di coppie identiche e sincronizzate, si staglia visivamente come un bassorilievo prima di lasciar intuire, al di sotto della superficie suadente, la sottile e violenta ripetitività del movimento che richiama, ad un tempo, l’uniforme meccanica della renovatio alchemica e la logica serrata del sistema degli ingranaggi. Altrettanto ambigua è la percezione dei corpi in scena: la carne è sempre celata dagli abiti, quasi invisibile, eppure la si avverte con forza nel vigore fluido e atletico del movimento, fino a sentire (e rimpiangere) il contatto fisico dei danzatori con la materialità della scena. Questo desiderio, l’anelito a una dimensione solida e viva, si compone nello spettatore quasi per “appropriazione organica”, celebrando la potenza di un nucleo naturale del gesto che preesiste agli apparati di segni che lo vogliono codificare e consegnandoci l’impressione profonda di quell’adieu au langage al quale le note di regia, enigmaticamente, alludono.

Il tempo di un cambio palco e – quando il sipario si riapre, la platea ancora completamente illuminata – un danzatore, immerso in una luminosità color pastello, è intento a srotolare un tappeto, poi lancia un ultimo sguardo minuzioso alla scena, come a verificarne i dettagli. L’ambiente è spoglio ma semi-domestico, qualche pezzo di arredo e molti piccoli punti di luce calda sulle geometrie antracite della scenografia suggeriscono una delicata familiarità, l’agio e l’ampiezza di uno spazio abitabile. Altrettanto familiari gli iniziali rintocchi pianistici del Köln Concert di Keith Jarrett segnano un perimetro suggestivo e leggibile per i primi movimenti della danza. Bliss è, nelle intenzioni del coreografo svedese Johan Inger, un tentativo di raccontare «la relazione con questa musica iconica», cercando la purezza e la spontaneità di un impatto naturale, «senza idee preconcette».

Foto ufficio stampa

E in effetti il concerto, prima di diventare un monumento del jazz, è stato un’improvvisazione, eseguita da Jarrett in condizioni per lui insoddisfacenti (su uno strumento diverso da quello previsto e mal accordato), all’Opera House di Colonia il 24 gennaio 1975. L’intrascrivibile freschezza infusa dall’occasione e dalla sfida a quell’interpretazione lontana è la fonte alla quale il lavoro di Inger e di Aterballetto guarda, senza tentare di mimarne le vibrazioni (e naturalmente senza rinunciare alla preparazione in favore dell’estemporaneità) ma puntando al cuore di uno sforzo di significazione che sappia liberarsi, con delicatezza, dei sistemi (estetici, simbolici, citazionistici) che mediano il rapporto di ricezione di un’opera d’arte.
Quando, nel corso di un misurato e lieve passo a due maschile, il buio scivola finalmente sulla platea, la sensazione è quella di un fiorire quasi magico in un ambiente non ancora del tutto preparato ad accogliere la semplicità di questa grazia.

Foto di Nadir Bonazzi

Sarà nello sviluppo del gioco coreografico – estremamente mosso, fatto di assoli, di figure guizzanti e scambievoli, di duetti che con progressione scanzonata si trasformano in piccole e geometriche partiture corali – che Bliss si definirà come esperienza drammaturgica e performativa densa e leggera, capace di instillare in chi la osserva una inesplicabile commozione. Al tracciato immateriale e ricorsivo della musica si aggiunge la qualità gioconda e terrestre del corpo, “flirting” ma mai lezioso, perché mosso da una vibratilità troppo sincera e guidato da uno studio estremamente accurato del gesto e della sua misura.
La musica si affievolisce per gradi, quando anche l’ultima nota si è spenta e ogni traccia del movimento si è depositata, un danzatore, rimasto solo sulla scena, congeda con il sorriso la platea rapita prima di scivolare via in silenzio.

Due concezioni coreografiche tanto dissimili – la prima segnata da un’animalità potente e oscura, la seconda affine a un inno, profondamente umano, del poco e della grazia – trovano nel loro accostamento la misura di una corrispondenza di pensiero che tenta di disattivare ogni automatismo creativo, performativo ed esegetico in funzione di un rinnovamento del linguaggio. I tredici danzatori si fanno interpreti raffinati di questa ricerca, consegnando al pubblico due lavori che, grazie alla propria attenta intenzionalità, promettono di mantenersi, negli anni, non musealizzabili, ancora preziosi, ancora capaci di agire come una visione.

Ilaria Rossini

Teatro Morlacchi, Perugia – gennaio 2018

Compagnia Aterballetto
maîtres de ballet e maestri ripetitori Sveva Berti, Giuseppe Calanni
pianista e assistente musicale Gabriela Astileanu
danzatori Noemi Arcangeli, Saul Daniele Ardillo, Damiano Artale, Hektor Budlla, Alessandro Calvani, Martina Forioso, Arianna Kob, Philippe Kratz, Ina Lesnakowski, Valerio Longo, Grace Lyell, Ivana Mastroviti, Giulio Pighini, Roberto Tedesco, Lucia Vergnano, Serena Vinzio.

WOLF
coreografia e musica Hofesh Shechter
luci e costumi Hofesh Shechter
additional music Verdi, Bach, ATM and Dance Music by Ophir Ilzetzki
rimontata per Aterballetto da Sita Ostheimer, assistente alla coreografia, Richard Godin, lighting design associate

BLISS
coreografia Johan Inger
musica Keith Jarrett
scene Johan Inger
costumi Johan Inger e Francesca Messori
luci Peter Lundin
assistente alla coreografia Yvan Dubreuil

 

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?
SHARE
Previous articleTeatro delle Briciole cerca 3 attori/attrici
Next articleSelezioni di attori e attrici per i laboratori dei cast di Teatro Libero
Ilaria Rossini ha studiato ‘Letteratura italiana e linguistica’ all’Università degli Studi di Perugia e conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo’ all’Università per Stranieri di Perugia, con una tesi dedicata alla ricezione di Boccaccio nel Rinascimento francese. È giornalista pubblicista e scrive sulle pagine del Messaggero, occupandosi soprattutto di teatro e di musica classica. Lavora come ufficio stampa e nell’organizzazione di eventi culturali, cura una rubrica di recensioni letterarie sul magazine Umbria Noise e suoi testi sono apparsi in pubblicazioni scientifiche e non. Dal gennaio 2017 scrive sulle pagine di Teatro e Critica.