Chroma di Alessandro Sciarroni. Ipnotico, radicale, popolare

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Alessandro Sciarroni porta in Italia la sua nuova creazione, Chroma, un solo sul movimento della rotazione. Visto a Drodesera e ora di passaggio a B.Motion Danza. Recensione.

foto di Alessandro Sala

Le arti performative prevedono un tempo di creazione di diverse misure più ampio di quello di fruizione. La presenza di uno spettatore è essenziale ma istantanea, rappresenta un momento puntuale rispetto a un lungo processo di ideazione e produzione. E ci si domanda spesso, tra gli artisti ma anche all’interno del dibattito critico, se e come lo sguardo di chi osserva e racconta le arti possa dirsi in grado di dare conto di un organismo a volte molto complesso accedendovi in maniera così “rubata”.

Con la danza, poi, tutto si complica: chi non abbia in qualche modo incorporato in sé certi processi di struttura e organizzazione del movimento finisce per andare in cerca di un senso a tutti i costi, seguendo percorsi visivi e affettivi aperti a volte in voragini di astrattezza da richiudere con una normalizzazione del significato, con una spesso forzata ricostruzione narrativa. Se si vuole davvero dar conto di una visione e dialogare con i lettori e gli artisti stessi, si apre un bivio che indica poche direzioni: la sospensione del giudizio; il racconto emotivo; quello estremamente tecnico o l’irritata e irritante denuncia di un’entropia semantica, che spesso dà la colpa a creazioni troppo rarefatte, lontane dal senso comune, refrattarie a ogni concessione popolare, arroccate nella forma estetica di un’arte che resta per pochi.

foto di Alessandro Sala

Poi però accade che alcune opere prendano di petto una parte di questa responsabilità, mettendo a punto un dialogo con lo spettatore al contempo semplice e radicale. E che non lascia dubbi. È accaduto in precedenza e accade di nuovo, con un ulteriore passo avanti, con le creazioni di Alessandro Sciarroni. Il suo solo Chroma_Don’t Be Frightened of Turning the Page, visto alla Centrale Fies in chiusura di Drodesera 37 / Supercontinent e ora a B.Motion Danza, è parte di un più ampio percorso (già avviato con il ciclo Turning) che dedica all’atto del roteare una riflessione sul grado zero del movimento, una pratica fisica che è il contesto a tramutare in pratica performativa.

Nello spazio della Turbina 1, un tappeto di linoleum bianco disegna un quadrato; gli spettatori siedono lungo i quattro lati, oltre una cornice di telo scuro. Un unico segno nero marca il centro esatto del quadrato. Sciarroni, in canottiera, bermuda e calzettoni di lana, entra da un angolo e, con passo misurato, percorre avanti e indietro una diagonale. A testa bassa, sorride mentre conta i passi che servono a coprire la distanza. Solo dopo diverse ripetizioni si nota che la sua camminata sta riducendo l’ampiezza della diagonale, come se dai due angoli una forza spingesse il danzatore verso il centro; il suo voltarsi, comandato da un giro del collo, si fa sempre più frequente, fino a diventare un giro su se stesso.

foto di Alessandro Sala

Per i successivi cinquanta minuti egli non farà altro che ruotare sul proprio asse, cambiando la posizione delle braccia – ora aperte a mo’ di derviscio, ora avvolte a spirale lungo il corpo magro – e aggiungendo un piccolo moto di rivoluzione attorno a una circonferenza immaginaria. La musica che lo accompagna, un tappeto di campanelli e riverberi metallici composto da Paolo Persia guida lo sguardo dello spettatore in una irresistibile perdizione ipnotica. Gettando una visuale periferica sui quattro spalti gremiti, i ventagli prima agitati con forza contro il caldo della sala spengono il proprio oscillare. L’attenzione è saldamente ancorata al centro, risucchiata dalla rotazione che – e questa è forse la chiave – non modifica mai il proprio ritmo.

foto di Alessandro Sala

Mai come in Chroma si rende visibile l’irrinunciabile sinergia che, già dalle performance precedenti, incatena i movimenti organizzati dall’artista marchigiano al complesso e mimetico disegno luci che li incornicia. Questa volta Rocco Giansante (con l’attenta cura in loco di Valeria FotiCosimo Maggini) mette un notevole parco riflettori al servizio di una costruzione plastica che letteralmente scambia la propria linfa con il pattern ripetuto dal danzatore: il morbido piazzato si modifica impercettibilmente; una sagoma circolare appare e scompare come una valvola cardiaca; quarzine ambrate fanno rimbalzare il performer di lato in lato avvicinandolo agli spettatori. Quattro file di led rosso, verde e blu, una per lato, disegnano poi altrettante ombre colorate, talmente corte da annullare l’impressione di quella stessa rotazione che ancora domina il fuoco dello sguardo, come a ricordare che il movimento è sempre tridimensionale e vive della dimensione della profondità. Il poeta Jean Tardieu scriveva: «Per avanzare giro su me stesso / Ciclone dall’immobile abitato».

foto di Eleonora Tinti

In questo millimetrico incastro di tecnica e tecnologia, il corpo riesce a esprimersi senza bisogno di disegnare alcuna narrazione definita che non sia quella della totale potenzialità, in perfetto equilibrio tra essere il movimento ed essere la macchina umana che ne permette la percezione. Insieme alla sequenza iniziale e a qualche sorriso o qualche fronte aggrottata durante la rotazione, l’unico spiraglio di fragile identità Sciarroni se lo concede quando, rallentando fino alla stasi, getta uno sguardo sperduto ai quattro lati del quadrato. Prima che una valanga di applausi lo sommerga, un attimo prima del buio.

Sergio Lo Gatto

Centrale Fies, Drodesera / Supercontinent, luglio 2017

CHROMA_DON’T BE FRIGHTENED OF TURNING THE PAGE
invenzione, performance Alessandro Sciarroni
luci Rocco Giansante
drammaturgia Alessandro Sciarroni, Su-Feh Lee
musica originale Paolo Persia
styling Ettore Lombardi
sviluppo, promozione, consiglio Lisa Gilardino
cura amministrativa Chiara Fava
cura tecnica Valeria Foti, Cosimo Maggini
ricerca Damien Modolo
produzione corpoceleste_C.C.00# e Marche Teatro Teatro di rilevante interesse culturale
co-produzione Le CENTQUATRE(Paris), CCN2 – Centre chorégraphique national de Grenoble, Les Halles de Schaerbeek
la creazione dello spettacolo è stata ospite di Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin un progetto del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Azienda Speciale Villa Manin
con il contributo del Mibact – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
sviluppato come parte di Migrant Bodies presso Centro per la Scena Contemporanea Bassano del Grappa (Italia), La Briqueterie – Centre de Développement Chorégraphique du Val de Marne (Francia), Circuit-Est (Quebéc), The Dance Centre (British Columbia) and HIPP The Croatian Institute for Dance and Movement (Croazia) e come parte di La Biennale di Venezia – Biennale

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.