Chi ha paura dell’Islam? Dal carcere una lezione di dialogo

Un’esperienza nel carcere in cui il dialogo con i detenuti musulmani avviene attraverso la Costituzione, è raccontato nel film Dustur e nello spettacolo Leila della tempesta. Visti a I Teatri del Sacro, Ascoli.

Immagine dal film Dustur

È un personaggio fuori dagli schemi Padre Ignazio De Francesco, si aggira per il festival, I Teatri del Sacro, ad Ascoli, con la sua tunica; è un monaco dossettiano e tiene un laboratorio, nel carcere Dozza a Bologna dove lavora a stretto contatto con alcuni detenuti musulmani. Il progetto è unico perché al centro di questo dialogo c’è la Costituzione. La punta più estrema della gerarchia delle fonti del diritto, quella legge fondamentale che è alla base della strutturazione di qualsiasi organizzazione, come uno Stato, e che ne regola natura e forme basilari viene utilizzata dal monaco come spazio di scambio e riflessione, punto di partenza e di arrivo. In Dustur, film documentario del 2015 di Marco Santarelli (presentato nella rassegna delle Sale della Comunità durante il festival), i detenuti islamici si ritrovano nella biblioteca del carcere per discutere su temi quali la libertà di culto e di pensiero, il significato del lavoro nella sfera privata e sociale. Si parte dalla Costituzione Italiana per poi metterla in relazione con le primavere arabe, uno di loro accenna al fatto che spesso però i buoni principi delle costituzioni sono disattesi. De Francesco su questo però è netto, le regole fondamentali devono essere scritte, la nostra libertà di esseri umani passa anche attraverso questo atto; la presenza delle regole basilari ci permette di misurare quando e dove la realtà quotidiana si distacca da queste.

Immagine dal film Dustur

L’aria si fa tesa tra i detenuti nel momento in cui la riflessione sulla libertà di culto sfocia nel dibattito sulle conversioni, qui iniziano a mostrarsi le diverse anime dell’Islam: accettare o non accettare un amico o un familiare che si converte al Cristianesimo? La complessità fortunatamente ci spinge oltre le solite banali categorie da prima pagina, bisogna volgere lo sguardo oltre i concetti di Islam radicale e Islam moderato.

È materiale infuocato, è inutile prenderci in giro, l’enough is enough di Teresa May dopo la violenza terroristica subita dagli inglesi nelle scorse settimane è vuoto prologo a derive securitarie che ben conosciamo, invece la forza di progetti come quello del carcere di Dozza sta nell’azione sui singoli, il dialogo finalizzato alla comprensione, la messa in crisi delle certezze attraverso la scoperta anche di altri modelli. Non è un caso che questo avvenga in un carcere, luogo spesso di passaggio che può determinare un nuovo corso (se si incontrano insegnanti e percorsi come quelli raccontati nel film) oppure far precipitare definitivamente. D’altronde per Padre Ignazio il carcere «è oggi uno dei punti di maggior trasformazione sociale […]. Se si vuol capire come sarà l’Italia di domani è da qui che bisogna partire»

Foto Silvia Varrani

De Francesco, che a I Teatri del Sacro ha avuto modo di raccontare la sua esperienza anche attraverso un incontro pubblico, è l’autore di un romanzo, Leila della tempesta (2017, Zikkaron), nel quale confluisce una delle storie incontrate in carcere. Alessandro Berti, della compagnia Casavuota ne ha ricavato una versione teatrale portata ad Ascoli (fuori bando) prima nel ridotto del Teatro Ventidio Basso e poi in replica nella sala grande, vista l’enorme affluenza.

Leila è una giovane donna tunisina, è in carcere per traffico di stupefacenti, nel parlatorio incontra una volta a settimana De Francesco. Berti è in giacca nera e agisce per mezzo di una recitazione asciutta, netta; come d’altronde è affilatissima anche quella di Sara Cianfriglia (nei panni di Leila), senza retorica, affettazione o inutili ampollosità. Si muovono su una piattaforma rialzata, al centro un tavolo e due sedie, nessuna musica riempie i silenzi, nessun contrappunto registico ci salva dallo scandire del tempo.

Foto Silvia Varrani

«Tu non sei un fratello, tu sei un cristiano!», De Francesco parla perfettamente arabo (ha passato dodici anni in Medio Oriente) per questo la donna lo crede un musulmano, è da qui che il dialogo attraversa l’assolutezza dei valori religiosi facendo emergere quelli civili. È ancora una volta la costituzione a rappresentare il tramite laico per impostare la relazione. De Francesco naturalmente le proprie ragioni le trova anche nel Corano: intenso il filo rosso con il quale rintraccia insieme a Leila gli episodi in cui per l’Islam la solidarietà è rivolta a tutti, per superare proprio quel rigido “tu non sei fratello” perché non sei musulmano.

La combinazione delle due visioni, quella cinematografica e quella teatrale, ha rappresentato forse il momento più fertile nel lungo programma di Teatri del Sacro, dando dimostrazione di come sia possibile alimentare il dialogo interreligioso attraverso azioni concrete, in maniera profonda e senza pregiudizi, anzi, cogliendo la forza dei valori laici. In una scena di Dustur De Francesco va in visita a Marzabotto con un ex detenuto musulmano; non sono a San Pietro o in un altro luogo in cui far risplendere la fede, ma sono lì, nel cimitero, a ricordare che i nostri valori discendono anche dalla Resistenza, da quel sangue versato.

Andrea Pocosgnich

Dustur
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 2016
Durata 74′
Genere documentario
Regia Marco Santarelli
Soggetto Marco Santarelli
Sceneggiatura Marco Santarelli
Produttore Rino Sciarretta
Casa di produzione Zivago Media e Ottofilmaker
Distribuzione (Italia) Luce Cinecittà

Leila della tempesta
CASAVUOTA
col sostegno di UNEDI – Ufficio Nazionale Ecumenismo e Dialogo Interreligioso.
di Ignazio De Francesco
regia Alessandro Berti
con Alessandro Berti e Sara Cianfriglia
amministrazione Maurizio Sangirardi
ufficio stampa Maria Caterina Bombarda
immagini Daniela Neri

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