Happy Mary. Quando il teatro è Sacro?

Happy Mary, con Laura Magni e prodotto da QL3, è uno degli spettacoli selezionati per I Teatri del Sacro. Recensione

Foto Silvia Varrani

C’è un interrogativo che attraversa anche questa V edizione dei Teatri del Sacro nel nuovo approdo ascolano (dopo le quattro edizioni lucchesi) ed è una riflessione che ci porta a domandarci non solo cosa sia la spiritualità, ma anche quale sia la relazione tra sacro e arti sceniche. Ovvero la modalità con cui questa ricerca influisce nei linguaggi teatrali. Nella prima serata del festival, ho avuto nettamente una prima risposta, un cenno. Non è un caso l’uso della prima persona, perché è nel dischiudersi di un rapporto collettivo e intimo allo stesso tempo che questa piccola epifania si è mostrata.

Foto Silvia Varrani

È accaduto quando Laura Magni si è fermata nel mezzo del racconto teatrale, ha chiesto le luci in sala, è scesa tra il pubblico affermando la propria incapacità a interpretare la Madonna senza il conflitto interiore e umano di una donna che perde il figlio; i riferimenti alle vicende di Giulio Regeni, Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi sono lame che ispezionano ferite incapaci di cicatrizzarsi. Le madri dei morti assassinati per mano dello stato di diritto a cui il diritto è stato negato, sono Madonne di oggi, piangono Cristi messi in croce per esercizio del potere. Sacro è dunque l’attore che dismette i panni dell’interprete, sacro è il suo denudarsi, la ricerca di una verità scenica che passa attraverso la problematizzazione della relazione palco-platea, sacra è l’epifania provocata, il cambio di registro, la caduta nell’abisso.

Foto Silvia Varrani

La vicenda ruota attorno a un’attrice che si trova, nel paesino di origine della famiglia, a dover interpretare la statua della Madonna all’interno di una processione il cui rito prevede che la Vergine incontri il figlio. La linearità della fabula è spezzata da un intreccio scenico che si muove per salti aprendo squarci ironici anche sulla storia della Madonna. Magni – diretta da Roberta Lena – dà voce a tutti i personaggi, come l’onnipresente nonna, l’amico romagnolo di Giuseppe e la Maddalena, mostrando qualità da trasformista decisive in un mondo come il cabaret televisivo al quale l’attrice apparteneva fino a qualche anno fa, così diverso da quello del teatro d’arte.

Per il finale la protagonista accende un arco di luci colorate, due teli laterali si muovono per mezzo di una serie di ventilatori accesi all’occorrenza, una scena scarna ma efficace che nell’epilogo prende vita: la protagonista, con indosso, un bianco abito da Madonna non riesce a tenere a bada la propria natura e rompere la tradizione incarnando più che una statua una Maria gioiosa e portatrice di un messaggio di felicità per gli uomini e soprattutto per le donne – l’altro tema fondamentale che emerge nella drammaturgia (di Lena, Magni e Lorenza Pieri) è relativo al ruolo della donna in relazione all’ortodossia religiosa e sociale. Ma prima di quest’ultima immagine (che forse va rivista almeno negli attimi che precedono la chiusura) Magni dà voce e corpo a un soldato romano, l’episodio, stemperato dalla perfetta cadenza romana, è uno dei momenti più commoventi dello spettacolo: il militare racconta dello sguardo della Madonna, il figlio è appena morto, eppure sul volto di lei appare un sorriso, forse il più alto insegnamento della fede cristiana, il perdono.

Andrea Pocosgnich

Ascoli, Teatri del Sacro, Giugno 2017

Happy Mary
Produzioni Q L3
di Lorenza Pieri
con Laura Magni
regia Roberta Lena
drammaturgia Roberta Lena, Laura Magni, Lorenza Pieri

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