Elio De Capitani. Il Sogno è una persecuzione

Elio De Capitani, regista del Teatro dell’Elfo, riporta in scena a Milano il Sogno di una notte di mezza estate, spettacolo di Shakespeare affrontato lungo l’arco di 35 anni. Abbiamo cercato di focalizzarne i motivi, le occasioni, le differenze di una vecchia nuova sfida.

elio de capitani
Foto Luca Piva – ed. 2010

Elio De Capitani, da quale origine nasce il nuovo allestimento di Sogno di una notte di mezza estate?

È un caso di eterogenesi dei fini: il Sogno per me è una persecuzione. Il primo che facemmo, ormai 35 anni fa, diventò uno spettacolo che cambiò molte nature, fu un musical rock con la regia di Gabriele Salvatores, poi fu un disco con le musiche di Mauro Pagani, con Gianna Nannini, fu insomma un fenomeno pop come ce ne furono pochi. Quello che realizzai io successivamente era invece un atto di rivolta verso tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento, con una forte ispirazione da alcune creazioni di Pina Bausch; era un lavoro più cupo in cui ad esempio Elena veniva stuprata e Ippolita, dopo la cattura, veniva trasformata in donna-oggetto e consegnata a Teseo. Non fu accolto bene, la drammaticità che io vedevo nel Sogno era un viaggio nella consapevolezza (compiuto dalla stessa Elena) con qualcosa di sadiano e la Milano della “belle epoque”, come ci si sentiva allora, non accettava la mia visione, ma era quella l’Europa che io iniziavo a vedere in quegli anni, un’ossessione di interiorità nera che poi sarebbe sfogata nelle guerre interne in varie parti del continente. Poi nel 1997 a Verona mi hanno chiesto di realizzare un nuovo allestimento, così decisi questa volta di farlo nella più assoluta libertà, come un rifugio dalle fatiche dell’impegno; mettemmo insieme un cast eterogeneo, fu una follia e forse proprio per questo divenne un grande successo: avrebbe dovuto esaurirsi in breve, invece iniziammo a farlo ovunque, in luoghi insoliti – ricordo che una volta a Monza, sull’erba di fronte a 4000 persone, durante la messa in scena accadde qualcosa di strabiliante e nelle tende c’era chi faceva l’amore; addirittura un attore che faceva Demetrio, ruolo che interpretava anche nel Sogno di Cecchi appena fatto a Lisbona, trovandosi in una situazione limite iniziò a mescolare le due traduzioni del testo e nonostante questo fu un trionfo.

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Foto Gina Ginammi – Ed. 1997

Che motivo c’è allora di rimetterlo ancora in scena?

Mettere in comune un patrimonio con attori nuovi che replicano i passi fatti da noi, prima di tutto. È un contenitore quasi circense che rimane sempre vivo, nonostante avesse dovuto morire già nel 1997. Ma si tratta anche di motivazioni contingenti, come la proposta arrivata per quest’anno da Opera Lombardia di riallestire il Sogno in parallelo con il loro Midsummer di Benjamin Britten al Ponchielli di Cremona, con prove alternate e cast mescolato. Un’altra follia…ma nel rifarlo ho scoperto che è come una medicina, come rifare lo stesso viaggio di luce.
Da anni poi cerco di lasciare il palco, il mio Bottom, personaggio cardine dell’opera che è come una sonda tra i due mondi, ho cercato di abbandonarlo spesso ma ero sempre costretto a interpretarlo. Quest’anno però finalmente sono riuscito a lasciarlo sulle spalle di un altro attore e sono fiero sia Marco Bonadei, cresciuto in compagnia e ora pronto a caricarsi questo simbolo dell’opera di Shakespeare.

Quale tipo di cambiamenti ha affrontato lo spettacolo nel tempo?

La contaminazione con le tante letture, con il tempo passato, fa affiorare elementi sempre diversi. Lo spettacolo si è evoluto dall’interno quasi in autonomia: nasce inizialmente come puro atto di palcoscenico ma nel tempo si è trasformato assumendo una dimensione in cui il nero e il rosa sono – come spesso nella vita – quasi intrecciati. Proprio per questa forma di lievitazione autonoma e imprevedibile posso parlare di vera e propria persecuzione.
Ma il lavoro di palco non è il solo a modificarsi, poiché il pubblico muta insieme anno dopo anno, avvicina cioè spettatori che poi prendono il Sogno come veicolo e si avvicinano alla programmazione delle nostre sale dell’Elfo, dove si possono vedere anche lavori di compagnie giovani, appena nascenti, alle prime rappresentazioni. Ciò assume un’importanza capitale, politica, considerando che senza un teatro mainstream in salute è impossibile la sopravvivenza di un intero sistema.

Se Elio De Capitani, regista di lungo corso, dovesse dare un’indicazione a un regista giovane che si appresta ad affrontare un classico, quale approccio consiglierebbe?

La prima cosa che dovrà fare è togliersi dalla testa il classico. Perché non è che una nozione abusata, un recinto, una teca in cui certe scoperte luminose sono state rinchiuse. Sono testi incandescenti che la categoria ha raggelato, così non serve altro che tornare a considerarli come delle straordinarie macchine antropologiche che hanno sconvolto la coscienza della propria epoca, prive allora del concetto di classico che le ha cristallizzate, secolarizzate, così com’è accaduto al sacro, recintato dal santo.

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Foto Luca Piva – Ed. 2010

Si legge nel testo Sei sicuro che siamo svegli? / Mi sembra che ancora dormiamo, sogniamo. Cosa preferisce Elio De Capitani? Dormire e sognare, oppure essere sveglio?

Proprio Britten mi fa pensare a una differenza sostanziale: nella sua musica si avverte che tutti e quattro i personaggi vivano l’incantamento, mentre nel testo è solo Demetrio a caderne vittima. Ma io sono sveglio da molto, solo in questo modo mi posso accorgere della direzione del nostro tempo, per esempio è appena uscito un libro (L’America di Elio De Capitani, a cura di Laura Mariani, CuePress, 2016 ndr) in cui viene messa in luce la mia interpretazione di Roy Cohn, Richard Nixon, Willy Loman, Mr Berlusconi, ossia personaggi che rispecchiano – anche in virtù di chi ne resta sconfitto come Loman – quella vitalità carnale della destra che oggi trova nell’America di Trump – di cui Cohn fu consigliere – una nuova forma espressiva. Come teatrante ho il dovere di restare sveglio: viaggio nei mezzi pubblici, giro la città di notte, comprendo il mondo perché lo attraverso, perché lavoro sul subconscio, sulle paure. Niente di ciò che è umano mi è estraneo.
Nel Sogno è invece l’avventura notturna, apparentemente incosciente, in cui si prende consapevolezza della vita vera a contrasto con quella protetta, ma io insisto sulla necessità che quella coscienza notturna sia trasportata in uno spazio vigile. All’inizio il motto dell’Elfo, ripreso dalla campagna per i diritti lgbt, era: “chi non ha il coraggio di sognare non ha la forza di lottare”; oggi siamo costretti a cambiare formula e dire che solo chi ha il coraggio di svegliarsi avrà per lottare la forza necessaria.

Simone Nebbia

SALA SHAKESPEARE | 22 NOVEMBRE – 4 DICEMBRE 2016
MAR-SAB: 20:30 / DOM: 16:00
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di William Shakespeare
traduzione di Dario Del Corno
regia di Elio De Capitani
scene di Calo Sala
costumi di Ferdinando Bruni
musiche originali di Mario Arcari, coro della notte di Giovanna Marini
con Corinna Agustoni, Giuseppe Amato, Marco Bonadei, Sara Borsarelli, Clio Cipolletta, Enzo Curcurù, Loris Fabiani, Lorenzo Fontana, Vincenzo Giordano, Sarah Nicolucci, Emilia Scarpati Fanetti, Luca Toracca, Vincenzo Zampa
luci di Nando Frigerio
produzione Teatro dell’Elfo
con il sostegno di Fondazione Cariplo

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