La misura dell’errore. L’arte intima di Antonio Latella

QUINTA DI COPERTINA. Per Caracò Editore, nella collana Teatri di Carta, esce La misura dell’errore, un’intervista-diario con Antonio Latella curata da Emanuele Tirelli.

foto di Sergio Lo Gatto
foto di Sergio Lo Gatto

Un libretto piccolo, leggero, formato ultra-tascabile, meno di 100 pagine. La misura dell’errore è un prodotto editoriale diverso dal solito, in cui lo scrittore e giornalista napoletano Emanuele Tirelli, classe 1979, si trova a tu per tu con uno dei maggiori registi del teatro internazionale, il conterraneo Antonio Latella.

«Intervista-diario» è la definizione che lo stesso curatore dà di questa forma, incredibilmente agile e leggibile, che prende il lettore e lo accompagna da Napoli a Torino, da Firenze a Vienna, da Basilea a Modena, fino a Venezia, dove Latella è stato di recente nominato direttore della Biennale Teatro.

In uno stile asciutto e amichevole, scopriamo le umili origini di questo genio, figlio di operai e ciabattini, in casa dove «non c’erano libri», lo seguiamo nella sua prima regia a undici anni all’oratorio di una provincia torinese, I vestiti nuovi dell’Imperatore di H. C. Andersen, lo ascoltiamo rievocare progetti futuri da infermiere part-time con il sogno del regista cinematografico, raggiungibile però «solo attraverso una formazione teatrale». Al primo film visto, Via col vento, avrebbe dedicato molto più tardi il successo Francamente me ne infischio. Ma non prima di aver frequentato la scuola del Teatro Carignano di Franco Passatore e poi la Bottega dell’attore dove solo Vittorio Gassman aveva intuito il suo talento. Dalle prime esperienze di attore al primo esperimento di regia, Appeso Sospeso «una follia con dieci attori con un testo firmato da me che omaggiava maestri come Pina Bausch». Poi Favola Nera di Genet, «in un bar minuscolo alle spalle di Campo de’ Fiori, c’erano cinque attori che recitavano schiacciati contro il muro a una distanza minima dal pubblico».

Imparando dai maestri a buttare via tutto quello che aveva studiato se «le alchimie non funzionavano», Latella arriva alla consacrazione internazionale con Porcile al Festival di Salisburgo nel 2003, prima di fare, con una «disastrosa Dodicesima notte», il proprio ingresso allo Stabile dell’Umbria, dove la veste istituzionale è una macchina complessa e molto diversa dagli «scatoloni neri contemporanei dove non c’è niente di bello che ti condiziona».
Tirelli attraversa con grande agilità il discusso progetto di direzione artistica al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, osteggiato da una critica che forse davvero non aveva compreso il senso dell’innovazione. Da lì nasce stabilemobile, si arriva ai grandi successi di oggi, è appassionante seguire la difesa cristallina dell’idea di Natale in casa Cupiello, per chiudere con una feconda parte dedicata alla pedagogia, nella quale il monito principale di Latella agli attori è che «non devono pretendere l’attenzione del pubblico, ma concedersi e conquistarla». Corteggiato da produzioni internazionali, il regista non si trova tuttavia mai a completo agio, si apre alle critiche, tra cui ricorda soprattutto quella della madre a Le lacrime amare di Petra Von Kant: «Mi hai abituata a determinate regie e quando fai certe cose per piacere al pubblico a me non interessa».

Una conversazione posata e anti-celebrativa è quella messa a punto da Tirelli, che in un’ora di lettura regala uno spaccato intimo di una grande personalità del nostro teatro, in una gentile indagine sulle ragioni (mai accidentali) dell’arte.

Sergio Lo Gatto

LA MISURA DELL’ERRORE. VITA E TEATRO DI ANTONIO LATELLA
a cura di Emanuele Tirelli
collana Teatri di carta
Isbn 9788899904005
editore Bologna-Napoli, Caracò, 2016
pp.87
€ 7 (cartaceo); € 4,99 (ebook)

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