Teatro in video. Annibale Ruccello, trent’anni dalla scomparsa

Teatro in video 36° appuntamento. Il 12 settembre 1986 Annibale Ruccello, moriva improvvisamente in un incidente d’auto. Un estratto de Le cinque rose di Jennifer (1980), interpretato e diretto da Arturo Cirillo nel 2006.

Un morso distilla in scena la realtà, muta esseri banali in eroi, regala riflessi di personaggi, di vicende all’ombra del comune quando si solleva il velluto rosso. Pensate a Napoli, alle sue iridescenze, alle contraddizioni e alle opacità, alle eternità, ai meandri più che normali, più che contemporanei. E poi pensate alle sue tradizioni popolari, e a quelle non popolari, al patrimonio drammaturgico, a quello orale. Abbandonate un posto di lavoro ministeriale, tendete il filo che dalla stele disparata di Raffaele Viviani, di Giambattista Basile, di Eduardo De Filippo e Gabriele D’Annunzio si dipana passando per le mani di Luigi Maria Lombardi Satriani, di Roberto De Simone, di Isa Danieli, di Lello Guida, di Vanni Baiano, di Barbara Valmorin, “plasmando le note” e i colori de La cantata dei pastori, prendendo le forme de L’osteria del melograno, de L’asino d’oro, di Ipalta, de Le cinque rose di Jennifer, di un Notturno di donna con ospiti; che disegna il profilo di una Mamma: piccole tragedie minimali e poi quello decisivo, sempiterno di Ferdinando, meraviglioso e orrendo, degradato e degradante, concretissimo e surreale, fra rigurgiti borbonici e piccola borghesia, tra lirica e vernacolo. Unite a un capo, come fanno alcuni, il nome di Annibale Ruccello a quelli di Enzo Moscato e Manlio Santanelli nella cucitura chiamata Nuova Drammaturgia Napoletana. Da antropologo, da studioso ebbe la costanza di ridefinire un passo alla volta la propria identità, divenendo autore, attore, regista, organizzatore e responsabile con la compagnia Il Carro, confluita poi in Teatro Nuovo-Il Carro. Venite a teatro adesso, trent’anni fa: con qualche ritardo anche in Italia il naturalismo sta morendo mentre la commistione dei diversi codici semantici del palcoscenico si sta riformulando e il corpo, l’immagine acquisiscono nuova forza, la scena diviene sempre più permeabile ai mezzi tecnologici. Sappiate però pure di entrare dove la sincronia del contrappasso sta costruendo quasi un tempio, sta recuperando la struttura classica, seppure in modo del tutto personale: un vortice ritualizzato nemmeno troppo per caso in cui il testo, la lingua si fanno suono e senso, matrice fonica e significante, centrale tanto per la forma quanto per la sostanza, sorta di tramite per la trance messianica e mediata verso la rappresentazione.

Marianna Masselli

Nel video un estratto de Le cinque rose di Jennifer (1980), interpretato e diretto da Arturo Cirillo nel 2006.

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Marianna Masselli, cresciuta in Puglia, terminato dopo anni lo studio del pianoforte e conseguita la maturità classica, si trasferisce a Roma per coltivare l’interesse e gli studi teatrali. Qui ha modo di frequentare diversi seminari e partecipare a progetti collaterali all’avanzamento del percorso accademico. Consegue la laurea magistrale con una tesi sullo spettacolo Ci ragiono e canto (di Dario Fo e Nuovo Canzoniere Italiano) e sul teatro politico degli anni '60 e ’70. Dal luglio del 2012 scrive e collabora in qualità di redattrice con la testata di informazione e approfondimento «Teatro e Critica». Negli ultimi anni ha avuto modo di prendere parte occasionalmente a ulteriori esperienze o realtà redazionali (v. «Quaderni del Teatro di Roma», «La tempesta», foglio quotidiano della Biennale Teatro 2013).
Comments
  • Caterina 12 settembre 2016 at 01:32

    Ha dimenticato di citare “Week End”, della trilogia da camera forse il suo testo più bello.

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