Hofesh Shechter a Romaeuropa. Barbarians in cerca d’amore

Barbarians della Hofesh Shechter Company ha aperto il Romaeuropa Festival 2016. Recensione

foto Gabriele Zucca
foto Gabriele Zucca

La 31° edizione di Romaeuropa Festival si è aperta con l’ultima creazione della Hofesh Shechter Company, Barbarians. Creato tra il 2014 e il 2016, questo trittico sull’amore e sulle passioni interrompe, come ha affermato il coreografo durante la conferenza stampa del festival, una carriera in cui il tema politico è stato predominante. Lontano da qualsiasi affermazione scomoda, Shechter approfitta della suggestione offerta dal titolo per indagare l’umano a partire da un impossibile grado zero in cui non ci sono né regole né cultura. Che cosa accade quando tra due persone irrompe l’amore? La risposta del coreografo si situa sul crinale più alto di un tanto pericoloso quanto naturale bivio: si incorre in un’esplosione emotiva, da un lato, cui corrisponde una tendenza all’ordine razionale e strutturale, dall’altro. I corpi, così come lui li ha organizzati nello spazio, sembrano infatti stare nel mezzo, letteralmente, indecisi se impazzire – d’amore, s’intende – o se prendere questo sentimento, e custodirlo gelosamente tra le trame di una tessitura coreografica ordinata e leggibile, che però sembra muoversi un po’ invano.

foto Simona Boccedi
foto Simona Boccedi

A fare da collante alle tre parti c’è un’omogeneità compositiva che sembra puntare su due caratteristiche principali: l’unisono del movimento e la struttura spaziale che non perde mai il suo aplomb di linee e formazioni nette. Il primo effetto, coadiuvato anche dal connubio musica e luci, è quello di un desiderio di disordine, di una sconnessione prima di tutto mentale che però – nonostante gli sforzi – non riesce a realizzarsi. È in questo che emerge l’attualità del lavoro di Shechter perché, come scrive la sociologa Eva Illouz nel suo testo Perché l’amore fa soffrire, si è sempre sofferto d’amore, ma la sofferenza d’amore della modernità è associata a specifiche patologie proprie della nostra epoca: la commercializzazione degli incontri, l’incapacità di fare delle scelte, il rifiuto dell’impegno, la valutazione permanente di sé e dell’altro, la psicologizzazione estrema dei rapporti… tutti questi temi sembrano emergere, forse inconsapevolmente, dal lavoro di Shechter.

foto Gabriele Zucca
foto Gabriele Zucca

A comporre la drammaturgia, oltre alla danza, vi sono le luci potenti e formali di Lawrie McLennan e la musica, che da sempre per Hofesh Shechter ha un ruolo caratterizzante. In questo caso, le note de Les Concerts Royaux di Couperin fanno eco ai suoni elettronici e alle musiche composte dallo stesso coreografo. Un ulteriore elemento portante è quello della confessione, che giunge al pubblico sotto forma di voce off. Una donna e un uomo, che di nome fa proprio Hofesh, conversano sull’amore offrendo così a questa danza non narrativa un contraltare verbale che però sembra programmaticamente sfuggire al punto creando dei momenti che, se fossero organizzati sotto forma di rubrica, entrerebbero di diritto nella sezione “la posta del cuore”. Certo, l’amore è anche questo: banalità. Siamo tutti in cerca di emozioni, siamo tutti umani, fragili e indifesi – a volte – di fronte a quello che proviamo. Ma siamo davvero in qualche modo tutti uguali in amore? Se proviamo a cercare la soluzione a questa domanda nella danza, la risposta drammaticamente è “ni”. E allora ci sorprendiamo in trappola, chiusi in una delle mille contraddizioni che il coreografo quarantenne, israeliano di nascita e inglese di adozione, sembra voler suscitare nei suoi danzatori e nel pubblico.

foto Gabriele Zucca
foto Gabriele Zucca

Rispetto alla composizione in tre parti della coreografia, l’evoluzione dello spettacolo è affidata soprattutto ai costumi che scandiscono livelli diversi di scomodità e di esposizione delle forme. Se nella prima parte, the barbarians in love, i danzatori sono avvolti da pigiamoni bianchi, nella seconda ecco che delle tutine intere giallo-oro sottolineano impietose ogni possibile accenno di forma come una seconda pelle. È soprattutto nella seconda parte – tHE bAD – che l’assetto della scrittura coreografica tenta invano di sfuggire a se stessa. Ogni slancio sembra tornare indietro, costringendo i danzatori a raccogliere la propria danza in una scrittura disciplinata, spesso di gruppo, dove trovano spazio tanto qualche accenno folk quanto una più dionisiaca dancehall. Un guizzo di reale “messa in crisi” ci raggiunge infine nella terza parte, Two completely different angles of the same fucking thing, aperta da un duetto: un danzatore e una danzatrice esplorano l’intimità della relazione umana, i loro corpi si addentrano un po’ di più nel vivo della questione senza tuttavia creare nessuna cesura con le parti precedenti. Nel complesso, un costante cedere all’ordine contrasta nettamente con il desiderio di crisi al quale Hofesh Shechter anela nelle sue intenzioni. Lo spettacolo ci riconsegna, attraverso la sua struttura, una condizione di incertezza emotiva che ci divide: la società tende a standardizzare le relazioni, da un alto, mentre dall’altro l’amore lascia gli individui smarriti, dominati da un’emotività ipertrofica e paralizzante. La stessa incertezza la viviamo sul piano del gradimento di questo spettacolo, dove ciascuno può – in un certo senso – decidere su quale dei due fronti mettere l’accento, oppure accettare che alla fine l’indecisione sia la cifra sia della danza in scena sia del discorso che la nutre. Barbarians ci chiede una piccola contorsione, per saltare al di là del livello del personale gradimento o della personale disapprovazione dell’esperienza chiamandoci effettivamente a osservare quel che resta, quegli “amabili resti” che ci trattengono in uno strano limbo dove il compito che ci viene assegnato è quello di accettare che sempre di più “la verità è una cosa flessibile”.

Eva Illouz, Perché l’amore fa soffrire, Il Mulino, 2015.

Gaia Clotilde Chernetich

Roma, Settembre 2016, Teatro Argentina, Romaeuropa Festival

Barbarians
Durata 115’ con intervallo
Trilogia di Hofesh Shechter
Performance Hofesh Shechter Company

Parte I: the barbarians in love
Danzatori Maëva Berthelot, Chien-Ming Chang, Frédéric Despierre, Yeji Kim, Attila Ronai, Kenny Wing Tao Ho.
Coreografia, Musica Hofesh Shechter
Collaborazione luci Lawrie McLennan
Voce Victoria con Natascha McElhone
Musiche addizionali François Couperin, Les Concerts Royaux, 1722: Jordi Savall & Le Concert Des Nations, (04)

Parte II: tHE bAD
Danzatori Maëva Berthelot, Chien-Ming Chang, Erion Kruja, Attila Ronai, Kenny Wing Tao Ho
Coreografia, Musica Hofesh Shechter con il cast originale Maëva Berthelot, Sam Coren,
Philip Hulford, Kim Kohlmann, Erion Kruja
Collaborazione luci Lawrie McLennan
Sartoria Amanda Barrow
Musiche addizionali Mystikal, Pussy Crook: Tarantula (01) Hesperion XX, Jodi Savall, Paavin of Albarti (Alberti): Elizabethan Consort Music 1558-1603 (98)

Part III: Two completely different angles of the same fucking thing
Danzatori Frédéric Despierre, Yeji Kim
Coreografia Hofesh Shechter con il cast originale Winifred Burnet-Smith, Bruno Guillore, Hannah Shepherd
Collaborazione luci Lawrie McLennan
Musiche addizionali Abdullar Ibrahim, Maraba Blue: Cape Town Flowers (97) Hesperion XX, Jordi Savall, In Nomine V a 5 (White):
Elizabethan Consort Music 1558-1603 (98) Bredren and MC Swift, Control: Control (2014) Hofesh Shechter

Direttore tecnico Paul Froy and Richard Godin
Riadattamento luci Alan Valentine
Fonico Richard Young
Direttore di palco Holly Gould
Co-commissione Sadler’s Wells London, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Théâtre de la Ville – Paris, Berliner Festspiele – Foreign Affairs, Maison de la Danse – Lyon, Festival d’Avignon, HOME Manchester, Festspielhaus, St Pölten (inclusa una residenza di lavoro), Hessisches Staatsballett, Staatstheater Darmstadt / Wiesbaden (inclusa una residenza di lavoro)

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