World Breakers. Quattro pianeti al sole di Centrale Fies

Due giorni a World Breakers, la 36esima edizione di Drodesera a Centrale Fies, Dro. Uno sguardo al programma e qualche riflessione sulle scelte artistiche e curatoriali.

foto di Alessandro Sala
foto di Alessandro Sala

Ci sono quelli radicati nel territorio, le vetrine internazionali, ci sono le lunghe residenze attorno a un luogo chiave e quelli che somigliano all’ultimo o al primo giorno di scuola. Se il sistema italiano dei festival (delle cui varietà e longevità dovremmo andare fieri) ha una particolarità è che, quanto meno tra i maggiori, ciascun evento conserva caratteristiche peculiari.
La prima volta a Drodesera la si vive come una sorta di iniziazione, con i suoi rituali, le sue attese, i suoi momenti di comunità e quelli di raccoglimento intimo. La Centrale Fies sembra un castello, se ne sta appoggiata su un fianco della statale che unisce Trento a Riva del Garda, mezza nascosta dalle fronde degli alberi finché non si attraversa il ponte sul fiume Sarca e la struttura si svela nella sua imponenza, le alte torri merlate, le vetrate opache e le gigantesche porte di ferro. Ogni angolo dell’ex centrale elettrica è stato adattato in modo da creare uno spazio modulare, luoghi aperti, neutri ma non neutri, pervasi da un’atmosfera che è quella del laboratorio aperto, della ricerca scientifica.

Un punto in comune con altre manifestazioni resta, almeno in parte, il pubblico. Non manca infatti lo zoccolo duro di artisti e operatori che si ritrova a parlare, a condividere, a confrontare. Se è vero che quello del target è un punto cruciale del ragionamento, certi commenti appuntiti e relative polemiche potrebbero ammorbidirsi se si considerasse che le arti performative sono quelle che più di tutte chiedono la partecipazione di una comunità, una comunità in grado di parlarsi con gli strumenti della confidenza, in modo che il nucleo si ampli attraverso un passaparola (o un “passavisione”) ragionato. Nel corso di due sole giornate (troppo poche per valutare un intero festival che costa sforzi lunghi un anno) abbiamo però osservato volti conosciuti incrociarsi con spettatori “totali”, così chiameremmo coloro che si avvicinano a quest’arte senza praticarla ma solo per curiosità e passione. Gli abitanti dei paesi circostanti, dunque, sembrano aver segnato questo evento sul calendario. E questo evento, in cambio, si muove verso di loro ricreando in un’area limitata un modello di feudo attivo e partecipato. Da quando il festival si è spostato dal centro alla Centrale, non c’è più un paese da animare, ce n’è un altro da creare, ci sono luoghi e durate che dall’interno si lavora a mettere in connessione e, a volte, in crisi.

foto Dead Meat & RaneFritte / graphic Letizia Filisetti
foto Dead Meat & RaneFritte / graphic Letizia Filisetti

La strategia che ha creato questa sorta di avamposto della ricerca si specchia nelle forme della proposta artistica; quest’ultima, sì, diversa da ogni altra ci sia capitato di vedere.
Quattro diversi pianeti che ruotano attorno allo stesso sole, un astro inquieto e ribollente che emana calore ma che mai del tutto si lascia avvicinare. A questa immagine viene da pensare scorrendo il calendario di World Breakers, titolo che marca la 36esima edizione di Drodesera. Il sole è proprio l’arte performativa, i quattro pianeti sono i quattro mondi del linguaggio che tenta di discuterla.
Il World 1 – curato dalla direttrice artistica Barbara Boninsegna insieme a Filippo Andreatta – è il più simile a una programmazione tradizionale, abitato da alcuni importanti artisti nostrani, ma anche molti nomi internazionali. Il World 2 ospita il quarto volume di Liveworks_Performance Act Award (curato da Boninsegna con Daniel Blanga Gubbay, Denis Isaia e Simone Frangi), un contest tra nove progetti multidisciplinari preselezionati e presentati, dopo una residenza di dieci giorni con budget di produzione, a una giuria internazionale. Il terzo pianeta, Urban Heat, (edificato da Mali Weil, Annika Uprus e Urban Heat labs facilitator Sodja Lotker) è colonizzato da dodici artisti internazionali impegnati in tre giorni di ricerca «tra arte, geografia culturale e attivismo», mentre il quarto mondo si apre a Helicotrema, un festival itinerante di brani audio registrati per l’ascolto collettivo, curato da Blauer Hase e Giulia Morucchio.

Zvizdal / Berlin - foto di Frederik Buyckx
Zvizdal / Berlin – foto di Frederik Buyckx

Quel che emerge anche al ritorno da una visita molto breve sono certe differenze sostanziali che un programma come questo marca rispetto ad altri festival italiani – che ancora risultano più battuti da operatori, artisti, critica e pubblico – e forse una deriva dall’altra. Innanzitutto si nota l’impegno a riformulare il lessico stesso della parola teatro: in una delle ricche interviste realizzate da Dalila D’Amico e Chiara Pirri nel progetto Words Breakers, Alessandro Sciarroni sostiene che questo termine dovrebbe tornare a essere condotto alla propria origine greca, quando, dalla radice semantica teàomai, guardare, si passava subito all’identificazione «di un luogo, più che di un genere». Scorrendo i programmi passati, la scelta di sperimentare formati nuovi (o comunque meno familiari al pubblico italiano) ha portato a ibridare la fruizione frontale e le sue leggi di cornice e durata con moduli di visione non solo più frammentati, ma in maniera più immediata dipendenti da una partecipazione dello spettatore. Andando oltre ogni definizione dei linguaggi, anche in due sole serate è stata evidente la messa in crisi dello sguardo; la forma rizomatica della Centrale come “aggregatore di particelle” ha favorito un ingaggio del singolo fruitore, sottoposto a una continua ristrutturazione della propria presenza.

Postcards from the Future - foto di Andrea Pizzalis
Postcards from the Future – foto di Andrea Pizzalis

La casa di pietra del fratello maggiore, rituale percorso individuale governato da CollettivO CineticO sulla base della consueta legge della casualità e la performance interattiva Postcards from the Future di Teatro Sotterraneo, in cui gli spettatori vengono divisi in players e observers per comporre dei tableaux vivants fotografati poi come cartoline spedite dall’anno 2066, 2616 e 3066, hanno visto non solo il corpo del fruitore come protagonista, ma quello del performer come macchina umana al servizio del suo destino, un destino macabramente passivo, inerte. In modo simile il documentario Zvizdal del gruppo belga Berlin, che proietta su uno schermo bifronte il reportage sugli unici due abitanti rimasti nel villaggio ormai fantasma di Pripyat evacuato in seguito al disastro di Chernobyl, pone gli spettatori di fronte a un destino già compiuto, forse fallendo nel completare il compito critico che in ogni documentario discute il ruolo dell’autore, a metà tra un osservatore ed elemento agente nel ritratto/trattamento della realtà.
Questo gioco d’equilibrio sulla linea che divide realtà e finzione è favorito di per sé da quella frattura (spaziotemporale o concettuale) dei codici convenzionali della fruizione (di cui sono esempi pure Aurora di Sciarroni o il severo Socrate / Il sopravvissuto di Anagoor, anch’essi in programma).

Di World Breakers colpisce dunque la scelta rischiosa di far convivere pianeti differenti, lasciando che lo spettatore li visiti consapevole della loro incoerenza. E questo atteggiamento si rispecchia nelle scelte curatoriali, che rifuggono l’accentramento attorno al pur potente e sicuro pensiero di Barbara Boninsegna, dato in pasto a una piccola scuderia di giovani creativi, raccolta con il duplice scopo di imparare e di insegnare. Colpevole un certo sguardo distante, di rado ci si dispone a un approccio capace di intercettare in tale ambiente un fertile rischio, eppure l’impressione è invece che questa galassia viva delle dinamiche di scambio. Ed è una lezione che il nostro sistema di festival e di stagioni non dovrebbe mai smettere di approfondire.

Sergio Lo Gatto

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.