Teatrosofia #43. Cicerone: pro o contro l’attore?

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Nel numero 43 affrontiamo Cicerone tra apprezzamento e disprezzo sui due più importanti attori del suo tempo: Quinto Roscio e Claudio Esopo.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.



Vittore Carpaccio, Sant'Agostino nel suo studio
Vittore Carpaccio, Sant’Agostino nel suo studio

L’analisi del giudizio ambivalente di Cicerone su Roscio ha potuto mostrare come egli apprezzasse l’amico in quanto uomo virtuoso, ma anche come lo disprezzasse in quanto attore. Il rilievo consente oggi di salvare indirettamente lo scrittore da un’accusa di incoerenza, rivoltagli contro da Aristide Quintiliano, autore di tre libri del trattato Sulla musica.

Costui asseriva, nel libro II del suddetto trattato, che Cicerone si era contraddetto per aver al tempo stesso encomiato Roscio nell’orazione a sua difesa e attaccato la recitazione in musica praticata dall’attore, dietro la maschera di un personaggio di un libro del Sullo Stato (forse il IV, come convengono molti tra gli studiosi specialisti). A detta di Quintiliano, vi sono due soli scenari possibili. O Cicerone fingeva di lodare Roscio nell’orazione ed esprimeva il suo autentico pensiero sulla bassezza dell’arte degli attori nel Sullo Stato, oppure egli fingeva di attaccare gli attori nel Sullo Stato e lodava sinceramente il suo amico, nell’orazione in sua difesa. In entrambi i casi, l’accusa di incoerenza sembra essere inevitabile. Ma poiché abbiamo appunto visto come il talento di Roscio fosse contemporaneamente amato e disprezzato, è possibile risolvere il dilemma e dire, contro Aristide Quintiliano, che in Cicerone convivessero l’amore e l’odio per l’attore, senza che in ciò vi fosse alcuna involontaria contraddizione.
Se questo è vero, ci si può legittimamente anche domandare quanto segue. Che cosa diceva Cicerone di infamante intorno alla musica e all’arte dell’attore, nel libro IV del Sullo Stato? Purtroppo, non è facile dare una risposta precisa e sicura, per il fatto che questo testo – come tutti gli altri volumi del trattato – ci è pervenuto frammentario, in parte grazie al manoscritto vaticano latino 5727 (scoperto nel 1819), in parte attraverso le parafrasi o i frammenti pervenute/i attraverso Agostino, Lattanzio, Giovanni di Salisbury e molti altri autori latini.

Quel che è comunque indiscutibile è che il libro IV del Sullo Stato attribuiva al personaggio di Scipione la critica che il teatro costituisce un enorme pericolo per lo Stato e per l’educazione dei giovani. Sembra che due fossero le accuse principali che egli rivolgeva. Da un lato, Scipione mostrava che la rappresentazione sulla scena degli atti immortali compiuti da dèi ed eroi incitava i giovani, o più in generale il popolo, a commettere a loro volta azioni perverse, prendendo quei personaggi come modelli di comportamento. E pare che qui citasse a suo favore alcuni versi dell’Eunuco di Terenzio, che descrivono un giovane che è spinto a praticare con passione l’adulterio, vedendo dipinta su tela un’impresa adultera di Giove. Dall’altro, Scipione asseriva che la commedia ha un dubbio valore civile e pedagogico. È vero che spesso i poeti comici greci attaccavano individui immorali e dannosi per lo Stato. Tuttavia, anche personalità integerrime come Pericle caddero vittima della satira. Ne segue che la commedia nel migliore dei casi esercita un compito che tuttavia è già assolto dalla magistratura, nel peggiore infanga la reputazione dei cittadini onesti, impedendo loro di contribuire alla società e costringendoli a perdere tempo per rispondere alle accuse. Meglio sarebbe allora bandire del tutto quest’arte, come peraltro accadeva nel buon tempo antico. Infatti, Scipione ricorda come in passato le leggi e i censori riservassero agli attori come ai poeti che praticavano la satira punizioni come l’esilio, la morte e la perdita dei diritti civili. Bella l’epoca in cui l’arte teatrale non riceveva approvazione popolare, mentre era ripagata con umiliazioni e ferite!

Più controversa è invece la questione del giudizio sulla presenza di alcune considerazioni positive sul teatro e sugli attori. Sappiamo del resto che il libro IV del Sullo Stato riportava pure: 1) che le rappresentazioni teatrali possono essere piacevoli, edificanti, o piacevoli ed edificanti insieme, almeno per gli spettatori che sanno ben giudicare e ascoltare (Giovanni di Salisbury); 2) una raffinata definizione della commedia come «imitazione della vita, specchio del cosmo, immagine della verità» (Donato); 3) il racconto di alcuni aneddoti di attori che furono chiamati dallo Stato in qualità di ambasciatori e politici giovevoli (Agostino).
Cosa pensare di queste tre argomentazioni positive? Esse erano formulate dal cupo personaggio di Scipione, oppure da un suo interlocutore, più accomodante verso il teatro e gli attori? Se è vero il primo caso, in che contesto erano collocate? Scipione partiva da loro per poi criticarle? Oppure, le usava come possibili contro-obiezioni al suo discorso avverso al teatro, che avrebbe in seguito confutato? O ancora, costituivano alla fine il pensiero da lui abbracciato, sicché Scipione partiva con l’esporre i suoi pregiudizi negativi sul teatro e infine, per vie a noi sconosciute, arrivava a rovesciarli in senso positivo? Se invece quelle tre argomentazioni erano messe in bocca da Cicerone a un altro interlocutore, di quale personaggio si trattava? E in che modo si poneva costui nei riguardi di Scipione? L’ignoto personaggio le usava come obiezioni al suo discorso? O magari era Scipione ad attaccarle, dopo averle sentite pronunciare? O infine, l’ignoto personaggio proponeva un’alternativa al discorso di Scipione, cosicché il lettore si trovava a decidere se dare l’assenso a una delle due prospettive, oppure se sospendere il giudizio su entrambe?

La perdita irrimediabile dei libri del Sullo Stato non permette di risolvere in alcun modo questa batteria costante e inquieta di domande dentro le domande. Forse però l’ipotesi più plausibile è purtroppo quella più cupa che si può immaginare. Visto che il Sullo Stato assume Scipione quale portavoce delle idee chiave del trattato, come è dimostrato per esempio dal fatto che è a tale personaggio che è consegnato il messaggio morale conclusivo del trattato (ad esempio, la ricompensa dei giusti in cielo, nel famoso Sogno di Scipione del libro VI), si può presumere che il giudizio di Cicerone sarebbe stato quella della risoluta condanna del teatro.
Ciò offre un’ulteriore conferma che autori di eccezione possono spesso incorrere in conclusioni ingiuste e azzardate, perché animati da un eccessivo amore per il “politicamente corretto”, come si è visto ad esempio già a proposito di Solone. La politica è spesso incapace di capire fino in fondo il teatro, e coloro che coltivano la prima si sentono spesso in diritto di umiliare il secondo, temendo il suo potenziale dissacrante e sovversivo.

Enrico Piergiacomi

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Non si deve biasimare qualsivoglia godimento, né la musica è fine a se stessa, sebbene la commozione dell’animo secondo il carattere, e lo scopo che essa si prefigge è di giovare alla virtù; il che sfuggì ed a molti altri ed al personaggio che nei libri politici del romano Cicerone parla le questioni attinenti alla musica; io infatti non gli farei dire di tali cose: come infatti uno potrebbe insistere nell’ingiuriare la musica e criticare come spregevole un’arte che distingue tra loro i pregi e i difetti di ritmi e di armonie? Egli così ammirava un uomo fino allora fattosi conoscere con la sola musica, e per di più questa comune e dappoco, l’attore Roscio da dire che egli era apparso tra gli uomini per disegno divino. E se qualcuno dicesse che, quanto egli scrisse ne Lo Stato, lo enunciò sinceramente, le parole su Roscio invece per un secondo fine, nulla ci impedirebbe di capovolgere questa stessa argomentazione. Ma per quanto concerne le presenti considerazioni, qualcuno potrebbe senz’accorgersi piuttosto negare valore all’oratore anziché lodarlo; sarebbe infatti meno degno di fede in riferimento alla ricerca della verità od alla esattezza del giudizio, colui che parla obbedendo ai pregiudizi della piazza o secondo una sua predeterminata intenzione, ma non in servizio di concetti veraci. Ma io credo che non avrebbe biasimato la retorica a causa di quelli fra i retori che sono corrotti. Così se alcuni artisti per compiacere al volgo cantano musica dappoco, la colpa non è da imputarsi all’arte (Aristide Quintiliano, Sulla musica, libro II, cap. 6)

Esamina un po’ i libri stessi di Cicerone Sullo Stato, dai quali ha succhiato i sentimenti di cittadino amatissimo della patria, secondo i quali per i cittadini leali non v’è limite o misura alcuna nel giovare ad essa. Esaminali bene, ti scongiuro, e considera con quanti elogi è esaltata la parsimonia, la morigeratezza, la fedeltà al vincolo coniugale, la castità, l’onestà e la probità dei costumi. (…). Infine dottissimi pensatori indagarono ed esposero per iscritto nelle loro discussioni familiari un tipo ideale dello Stato e della città terrena, quale brillava nella loro mente, più che insegnarlo e formarlo nella pratica della loro attività pubblica. Ebbene essi, per formare il carattere dei giovani proponevano quali modelli da imitare, non tanto i loro dèi, quanto piuttosto i personaggi da loro reputati egregi e lodevoli. Proprio così: quel giovane di una commedia di Terenzio, alla vista di una scena dipinta sopra una parete, in cui era rappresentato un adulterio del re degli dèi, rinfocolò la passione, da cui era trascinato, anche con le sollecitudini ricevute da un esempio sì autorevole. In realtà egli non sarebbe scivolato nel desiderio di un’azione turpe, né sarebbe precipitato nel commetterla, se avesse preferito imitare Catone invece di Giove. Ma in qual modo avrebbe potuto fare ciò, dal momento che nei templi era costretto ad adorare Giove anziché Catone? Ma forse non dovremmo prendere da una commedia quest’esempio per dimostrare chiaramente la corruzione e la sacrilega superstizione dei pagani! Allora leggi e ricorda quanto saggiamente in quegli stessi libri Sullo Stato si espone la convinzione che le descrizioni e le azioni sceniche delle commedie non dovrebbero incontrare tanto favore, se non fossero state conformi ai costumi di chi le approvava. In tal modo l’autorità dei personaggi tanto segnalati nello Stato e anche teorici dello Stato ci conferma che gli individui scostumati diventano peggiori coll’imitare gli dèi falsi e bugiardi (Agostino, Epistole, lettera 91, §§ 3-4)

E invano gridava Cicerone che trattando dei poeti ha detto: «Appena loro sono giunte la richiesta e l’approvazione della massa come se fosse un autorevole e saggio maestro, addensano folte tenebre, introducono grandi timori, accendono dannose passioni» (Agostino, La città di Dio, libro II, § 14)

Che cosa abbiano pensato del fatto i vecchi Romani ce lo attesta Cicerone nell’opera Sullo Stato in cui Scipione, uno dei dialoganti, dice: «Le commedie non avrebbero potuto presentare nei teatri la propria infamia se non l’avesse tollerato il modo di vivere». I Greci antichi si attennero a una certa coerenza con la cattiva reputazione che ebbero, giacché da loro fu concesso per legge che la commedia manifestasse espressamente il tema e l’individuo cui lo applicava. Perciò, come dice Scipione Africano in quell’opera, «chi non ha raggiunto, anzi chi non ha insultato, chi ha risparmiato? E vada pure se ha insultato cittadini disonesti, sediziosi nell’amministrazione, un Cleone, un Cleofonte, un Iperbolo. Ammettiamolo, sebbene cittadini di quella risma è meglio che siano bollati dal censore che da un poeta. Ma che Pericle, dopo essere stato a capo della città in pace e in guerra con grande autorevolezza per molti anni, fosse oltraggiato con composizioni poetiche e che queste poi fossero eseguite in teatro fu meno conveniente che se il nostro Plauto o Nevio avessero detto male di Publio e Gneo Scipione o Cecilio di Marco Catone». E poco dopo: «Invece le nostre dodici tavole, nello stabilire le pochissime pene capitali, fra di esse hanno ritenuto di dover porre anche questa: “Per chi satireggia o compone un carme che porta disonore e danno all’altro”. Giustissimo. Dobbiamo sottoporre la nostra condotta ai giudizi dei magistrati e agli accertamenti della legge e non al capriccio dei poeti e non ascoltare un’accusa se non in base a una legge per cui si possa rispondere e difenderci in giudizio». Ho pensato di citare testualmente queste parole dal quarto libro Sullo Stato di Cicerone con qualche omissione o leggera variante allo scopo di una più facile intelligenza (Agostino, La città di Dio, libro II, § 9)

Parimenti i Romani, sebbene fossero già costretti da una nociva superstizione ad adorare dèi che, come capivano, s’erano fatti dedicare drammi indecorosi, tuttavia memori della propria dignità e decoro, non onorarono gli attori di tali drammi come i Greci. In Cicerone il citato Scipione dice: «Poiché consideravano indecorosi l’arte e lo spettacolo teatrale, vollero che gli addetti ad essi fossero privi dei diritti civili e allontanati dalla tribù con nota infamante del censore» (Agostino, La città di Dio, libro II, § 13)

Questi [i poeti] combinano stupri ed adulteri, rielaborano svariate maniere d’inganno, presentano furti, rapine, incendi, che avvengono o avvennero, anzi pongono dinanzi agli occhi della folla ignara esempi di vizi che possono esser rappresentati. Che incendi del cielo in fiamme o inondazioni del mare o voragine della terra fecero stragi tanto grandi di popoli, quanto costoro che ne fanno dei costumi? Il comico [Terenzio], che più di tutti piace, nell’Eunuco rappresenta la passione del giovane accesa nel vedere il quadro che raffigura in quale modo il dio, che scuote i templi del cielo col tuono, inviando l’oro in forma di pioggia, abbia sedotto Danae, rinchiusa nella torre e circondata dai guardiani. Simili figurazioni vede, ammira ed elogia il popolo in ogni quadro. Ché rari spettatori osservano quelli che sono incitamenti alla virtù: «Ciò che in sé non ha ragione né misura alcuna, con la ragione tu guidarlo non puoi. Nell’amore sono insiti tutti questi errori: offese, gelosie, litigi, tregue, guerra, e di nuovo pace: se tu pretendessi di compiere queste cose incerte con salda ragione, non faresti nulla di più che se ti adoperassi per impazzire ragionevolmente. E poiché ora tu, adirato, fra te stesso mediti: ’io quella…, lei che quello…, ella che a me…, lei che non…, lascia almeno…, preferirei morire: s’accorgerà che uomo io sia’; queste parole , per Ercole, dissiperà con una falsa lacrimuccia, che sfregandosi per gli occhi, a stento, avrà miseramente con fatica spremuta, e per di più ti accuserà, e spontaneamente ti infliggerai il castigo» [Terenzio, Eunuco, vv. 57-70].

È evidente il modo che il servo adopera per respingere gli oltraggi delle meretrici; ma qualunque cosa dicano in questo senso, è accolta come se uno schiavo richiamasse l’amante pazzo. Altrove tuttavia lo stesso Cicerone li raccomanda assai dicendo: «rende disprezzabili i poeti ed i diversi scrittori di scienze e storia colui che non teme di esser disprezzato. Infatti e praticano l’esercizio della virtù e offrono materia per filosofare; segnalano infatti, non insegnano i vizi, e sono graditi o per l’utilità o per il diletto. Così poi passano attraverso le linee di separazione dei costumi per far posto alla virtù. Infatti attraverso combattimenti, attraverso incendi, attraverso varie burrasche dell’oceano, attraverso tanti moti, sedizioni, insidie di popoli, Ulisse oltrepassò Scilla e Cariddi per tornare nella sua patria almeno da vecchio In varie peripezie perdette i compagni d’esilio, ma a perdere costoro furono gli assalti della fortuna o la debolezza della carne o il piacere dei sensi. Tuttavia è piacevole il racconto di tutti questi. Infatti o la sorte dell’amico prevista, per quanto sia amara, giova alla prudenza: e quanto più intimo fu il vincolo col caduto, tanto più la caduta trattiene ognuno; appunto perché spesso si progredisce più cogli esempi che con i precetti. I malanni si evitano infatti più facilmente quanto più accuratamente siano stati in antecedenza conosciuti. A stento ed in un certo senso da solo scampò Ulisse, ma per la soddisfazione della filosofia ed i piaceri per così dire patrii, scampano in meno» (Giovanni di Salisbury, L’uomo di governo, libro VII, § 9)

Cicerone definisce la commedia imitazione della vita, specchio del cosmo, immagine della verità (Donato, Sulla commedia, estratto 22)

In questa coerenza rientra il fatto che essi ritennero degni di non piccolo onore da parte della città anche gli attori drammatici di quelle stesse rappresentazioni, se pure, come è ricordato anche in quel libro de Lo Stato, l’ateniese Eschine, grandissimo oratore, dopo aver rappresentato da giovanotto delle tragedie, partecipò alla vita pubblica, ed Aristodemo, pur essendo attore tragico spesso fu mandato dagli Ateniesi in missione presso Filippo per capitali questioni di pace e di guerra (Agostino, La città di Dio, libro II, § 11)

[Cito le parafrasi e i frammenti del libro IV del Sullo Stato contenute tratte da Leonardo Ferrero, Nevio Zorzetti (a cura di), Cicerone: Opere politiche e filosofiche. Volume primo: Lo Stato, Le Leggi, I doveri, Torino, UTET, 2009. Da qui sono tratte anche le traduzione dei passi. L’unica eccezione è costituita dalla resa italiana degli estratti dalle Lettere e da La città di Dio di Agostino, che provengono dal sito http://www.augustinus.it/] Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da più di 10 anni anni.
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