Scende giù per Toledo la Napoli di Arturo Cirillo

Scende giù per Toledo, monologo sulla Napoli popolare di Arturo Cirillo tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Patroni Griffi. In scena al festival Colline Torinesi. Recensione

foto Meri Cannaviello
foto Meri Cannaviello

Rosalinda Sprint è una donna. O, insomma, lo è diventata. Fa la prostituta a Napoli nella casa di appuntamenti di Marlene Dietrich, ma forse, in realtà, Marlenditrish. Perché tra scrittura e pronuncia il popolo ha sempre scelto la seconda. E il popolo è quello che le passa di fianco e attorno, il popolo che Scende giù per Toledo e trova lei, che ha messo i sogni nel cassetto sbagliato e non se li ritrova più, Rosalinda che si innamora perdutamente e infatti perde, di sé, il corpo e la mente, straziati entrambi ma saziati mai. Chi passa nella sua storia non lo sa, ma è davvero in transito, perché il corpo di Rosalinda è come un nascondiglio, un angolo in cui ognuno ripara, tranne lei, mercificata e offesa, secondo bestiali consuetudini che solo una dignità profonda è capace di ingoiare.

foto Meri Cannaviello
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Scende giù per Toledo l’ha scritto Giuseppe Patroni Griffi, in forma di romanzo, nel 1975. Ma farne teatro deve essere stato un passaggio immediato, a tal punto la storia ha rimandi e occasioni che sanno trasformarsi in una forma d’arte di carattere popolare, ma con l’intensità di una psicologia sempre lì sul confine tra svelarsi o rimandare a un’altra storia, un’altra vita, forse. Arturo Cirillo – in scena al Teatro Gobetti di Torino per il Festival Colline Torinesi – è uno degli eredi di una certa tradizione napoletana, quella che fa della drammaturgia testuale un veicolo immaginifico primario; ne trae un monologo in abito femminile che conserva del romanzesco le relazioni e l’intreccio, ma si arricchisce con il teatro di quella qualità espressiva che la vocalità dialettale di Cirillo erge a fulcro di narrazione.

C’è una casa, in scena. Un paravento, un letto e le luci di rosso lanterna. La stanza del basso popolare in cui Rosalinda vive e quello in cui opera potrebbero essere lo stesso luogo. Non se ne avverte differenza. Ma quella stanza diventa anche la strada, il vicolo, lo scalino. E tutto sembra uguale. Una forza di questo spettacolo allora sembra risiedere in tale omogenizzazione di luoghi, la gabbia in cui Rosalinda esprime e allo stesso tempo reprime il disagio di una vita che sperava – e ancora spera – diversa. Cirillo sta dentro il corpo della protagonista come una farfalla in un prato di fiori, si muove con libertà e quella delicatezza sgraziata capace di caricare il personaggio di ironia tragica, con cui rispondere ai tanti urti dell’esistenza.

foto Meri Cannaviello
foto Meri Cannaviello

Il racconto si dipana attraverso un passaggio continuo tra prima e terza persona, tra il monologo dal vivo e la voce off che sembra indagare il corpo in scena e sviluppa un testo carnoso e vibrante, che non si priva di gravi caduti; le parole che escono dalla bocca, a volte, come pezzi staccati. Il più grande di tutti i pezzi, è il corpo di Rosalinda. Livido e pure mai domo. Che si lancia a cercare fortuna anche se la fortuna non le appartiene. «Possibile che mai niente è come uno se l’è immaginato?», già, Rosalinda Sprint, come darti torto, come negare che certi destini non si affrancano da direzioni già calpestate se non quando tutto è perduto. Tutto. Tranne quell’ultimo confine di dignità che a tutto il peso dei gravi, quelli che spingono a conficcarci verso il centro della Terra, sa ancora orgogliosamente sopravvivere.

Simone Nebbia

Teatro Gobetti, Torino – giugno 2016

SCENDE GIÙ PER TOLEDO
di Giuseppe Patroni Griffi
regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali Francesco De Melis
luci Mauro Marasà
produzione Marche Teatro, Tieffe Teatro Milano

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1 COMMENT

  1. Arturo Cirillo per me resta uno dei grandi misteri teatrali. Artista nella media, mai un guizzo, eppure lavora tanto….forse troppo…

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