Notre Dame de Paris. Spettacolo in forma di opera

Notre Dame de Paris, il musical scritto da Riccardo Cocciante che ha raccolto quindici milioni di spettatori nel mondo con testo italiano di Pasquale Panella, è tornato in scena al Centrale del Tennis del Foro Italico di Roma. Recensione

notre dame de paris
Foto SalsanoPress

Quindici milioni. No, non si tratta di un’economia. Si tratta di persone. Quindici milioni uno a uno nelle sale di tutto il mondo (Francia, Corea del Sud, Belgio, Svizzera, Canada, Russia, Spagna, oltre che Italia, Regno Unito e USA) ad aver visto Notre Dame de Paris, musical scritto nel 1998 dal musicista Riccardo Cocciante e dallo scrittore canadese Luc Plamondon, ovviamente tratto dal capolavoro di Victor Hugo targato 1831 e ambientato nella Parigi del ‘400, quando la sottrazione al potere religioso era reato temporale, quando la libertà era un concetto ancora non molto nitido, quando lo spirito del tempo si definiva per un contrasto durevole tra autodeterminazione e diritto sovrano. Alla versione francese ha poi fatto seguito una in italiano, i cui testi sono stati affidati alla riscrittura – non traduzione – di Pasquale Panella, che torna in scena al Centrale del Tennis del Foro Italico di Roma con la regia di Gilles Maheu e il cast originale risalente al 2002.

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Foto NDPItalia

Quindici milioni. Ma a giudicare dalla serie continua di tutto esaurito in questa sala all’aperto strappata per un po’ alle fatiche sportive, l’impresa artistica non sembra conoscere invece esaurimento e sera dopo sera accoglie centinaia di appassionati che vengono, tornano, tornano ancora in compagnia di chi vogliono si ammali della loro stessa febbrile malattia. Perché Notre Dame de Paris ha bucato i connotati artistici, è diventato un appuntamento cui non si può mancare, un’esperienza oltre le scelte: va visto, va raccontato. È qui che l’arte lascia un po’ il campo al fanatismo, intendiamoci, buono e in ogni caso per una materia di livello alto che ha questo successo con pieno merito, ma là dove così grande è il consenso il rischio di disperdere la cura più minuziosa è più che visibile.

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Foto Franco Rodi

Al poeta Gringoire (Matteo Setti) spetta il compito di illustrare la vicenda, con alle spalle una scenografia che copre tutto il fondale, pietre di cattedrale da cui escono nicchie rettangolari per la scalata di chi ne abita il borgo attorno: sono gli zingari spagnoli della Corte dei Miracoli, capitanati da Clopin (Leonardo Di Minno) qui riuniti per festeggiare la Festa dei Folli. Proprio la cattedrale rivela il contesto storico e ospita il campanaro Quasimodo (Giò Di Tonno), deforme e infelice, assieme al prete Frollo (Vittorio Matteucci), sadico e represso agente della legge, che gestisce grazie all’ambivalente capitano Febo (Graziano Galatone). Ognuno di loro è innamorato di Esmeralda (Lola Ponce), la zingara regina del villaggio gitano, ma per ciascuno l’amore si sviluppa secondo il proprio limite; se per lo zingaro è fraterno e per il poeta non può farsi carnale, per Quasimodo si fa dedizione servile mentre per Frollo si tramuta in cattiveria per l’impossibile possesso. Febo invece è l’unico cui l’amore è ricambiato, nonostante abbia una promessa sposa in Fiordaliso (Tania Tuccinardi); ma sarà proprio questo incastro d’amore a trarla in trappola, perché sia assunta la sua bellezza quale colpa, fino alla morte.
Il possesso. Chi non può avere, fa un passo avanti e tenta di annientare. Esmeralda, oggetto di attenzioni, porterà al delirio; smetterà le attenzioni, finirà esclusivamente come oggetto. Eppure in ognuno c’è il seme di una suprema lotta tra passione e dovere, tra legge naturale e legge morale, quando questa non sia accolta dalla natura secondo principi che ad essa si riconducano ma pienamente umana, determinata da regolamenti costruiti. La follia, dunque, è di altri, non certo dei Folli.

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Foto Simone Di Luca

L’intero spazio è definito da Christian Rätz su tre diversi piani: il fondale-cattedrale, il borgo degli zingari, il proscenio diviso da un velo per i dialoghi più intimi e confidenziali. Nel mezzo una festa di acrobazie coreografata da Martino Müller che sostiene una ritmica variegata in cui Cocciante riesce a far coesistere con fluidità sonorità mediterranee, iberiche e balcaniche, assieme a elementi che vanno dalla tradizione dell’opera sinfonica al dramma. Se dunque la musica ha un primato assoluto, con interpreti davvero tutti di ottimo livello su cui spiccano Di Tonno e Matteucci – segnalazione particolare per il tono pieno di Setti e la qualità vocale modulabile di Tuccinardi – e se l’apparato scenico sceglie con parsimonia pochi elementi strutturali (fra tutti le campane-trapezio su cui gli acrobati figurano il dolore di Quasimodo), è forse il testo che risente maggiormente di una scrittura retorica e non certo aiutata da immagini liriche deboli, con un debito eccessivo alla sfera narrativa che sovrasta l’evocazione poetica. Panella, autore che da fine anni Settanta collabora con musicisti e cantautori (suoi gli ultimi cinque album di Lucio Battisti), non riesce a interpretare al meglio la caratura dell’opera musicale, fornendole un appoggio di servizio, che non resterà di certo nella storia e che ci fa dire una volta di più quanto poesia e scrittura di testi melodici non abbiano che una parentela accennata, non diretta. Come quei cugini che si vedono ai battesimi: hanno una fidanzata diversa, un figlio o due, non sapevi nemmeno vivessero da soli. Ma brindi, con loro, sotto un uragano di applausi.

Simone Nebbia

Centrale del Tennis, Foro Italico, Roma – Giugno 2016

NOTRE DAME DE PARIS
di Riccardo Cocciante
testo Luc Plamondon
testo italiano Pasquale Panella
con Giò Di Tonno, Lola Ponce, Vittorio Matteucci, Graziano Galatone, Tania Tuccinardi, Leonardo Di Minno, Matteo Setti
scene Christian Rätz
coreografie Martino Müller
regia Gilles Maheu

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3 COMMENTS

  1. ” è forse il testo che risente maggiormente di una scrittura retorica e non certo aiutata da immagini liriche deboli, con un debito eccessivo alla sfera narrativa che sovrasta l’evocazione poetica. Panella, autore che da fine anni Settanta collabora con musicisti e cantautori (suoi gli ultimi cinque album di Lucio Battisti), non riesce a interpretare al meglio la caratura dell’opera musicale, fornendole un appoggio di servizio, che non resterà di certo nella storia e che ci fa dire una volta di più quanto poesia e scrittura di testi melodici non abbiano che una parentela accennata, non diretta. Come quei cugini che si vedono ai battesimi: hanno una fidanzata diversa, un figlio o due, non sapevi nemmeno vivessero da soli. Ma brindi, con loro, sotto un uragano di applausi.”……………………o mio Dio povera critica come ti sei ridotta

    • Io invece condivido in pieno l’osservazione. Mi aspettavo molto di più dai testi per un’opera artistica di tale portata. Certamente alcuni passaggi sono interessanti, ma tanti altri sono banali, o altri addirittura incomprensibili secondo me.

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