N-Capace di Eleonora Danco. Periferia urbana. Umana

Eleonora Danco ha da poco presentato il suo film N-Capace. Un viaggio nella periferia di città e di paese, alla ricerca di un’umanità nascosta. Recensione

eleonora danco
Foto N-Capace

Più vado avanti e più mi sembra di capirli, i teatranti. Ma mi sbaglio poi, mi sbaglio sempre. Perché sono artisti della scena e io in scena non ci vado, stanno sempre un passo oltre in quel posto dove non entro per costituzione, perché non ho le scarpe adatte. E mi fregano sempre. A volte si nascondono ancora meglio, mi dribblano lo sguardo e se ne vanno dentro uno schermo. Si mettono a fare il cinema. Come un altro scherzo, lo schermo. Da cui ti guardano perché t’hanno fregato un’altra volta. E niente io Eleonora Danco l’avevo vista sempre così, agguerrita abbattuta, dolente insolente, sui palchi e per la strada, è una di quelle che non ha regalato un metro e se li è presi tutti, ci ha poggiato i piedi sopra senza curarsi se avesse scarpe o no, li ha piantati in mezzo e nessuno che la sapesse tirare via da lì. Non c’è mai stato verso. Ora si è messa a fare il cinema e ha fatto un piccolo capolavoro di poesia: N-Capace, visto al Monk di Roma con una introduzione del critico Mario Sesti, è delicato e intenso, quel cinema che attraversa Pasolini e Agosti, si disinteressa dei generi, della pulizia, anzi, sfida l’immagine a ricostruirne uno di genere, recupera di Cesare Zavattini una linea trasversale che riesce a tenere insieme il neorealismo in cui si è formato, scrivendo capolavori di Rossellini e De Sica, e il surrealismo cui è arrivato con La veritaaaà (1982).

Qui una clip estratta dal dvd firmato Lucky Red e distribuito da Mustang Entertainment

eleonora danco
Foto N-Capace

Il corpo. Non ci rinuncia al corpo chi sa fare il teatro, lo sa che anche al cinema tutto è corpo. Ma sa pure che un corpo non è per forza il proprio, deve anzi spesso essere traslato il concetto in una figura cui demandare la densità di senso. E allora c’è un letto, di bianco vestito, un letto esile di struttura ma a doppia piazza, che appare nei posti più impensabili: in mezzo alla strada, sulla spiaggia di Terracina a guardare il mare del Circeo, sulla banchina di una stazione dei treni, in ognuna delle immagini in cui appare quel letto ha i sostegni affondati come Eleonora Danco sul palcoscenico, rivela la sua presenza fuori contesto, è un elemento più autobiografico della stessa attrice che nel film invece connota un personaggio altrettanto intenso, armata di piccone che porta come una croce in giro per il centro e le periferie di Roma, cui raccordare il ruolo di intervistatrice dietro una macchina da presa che indagherà emozioni raccolte, taciute, dolori repressi, mai rimossi, sogni scomposti e desideri non più lontani di un lancio di sasso nel fiume.

eleonora danco
Foto N-Capace

C’è un’umanità sgretolata in mille frammenti di storie, le passate come le presenti, nell’esplorazione di Danco, c’è un rigurgito di vitalità soppresso ora dalle regole di epoche remote, ora da convenzioni più moderne ma non meno astringenti per la crescita dell’individuo nella comunità; desideri intimi e convenzioni morali si fronteggiano tra le parole di ognuno, rivelando di giovani di periferia, di bambini, di vecchi di paese o di campagna, di famigliari e persone ignote, le contraddizioni tra vivere liberi oppure assiepati dietro il paravento di una struttura sociale preordinata, di cui se si vuole entrare bisogna accettare regole indiscutibili, concepite dall’uomo, per l’uomo, ben lontane dall’uomo quando si fa categoria e smette proprio di essere corpo. E sono i temi a dettare il ritmo dell’indagine, dal sesso alla violenza, dall’amicizia al cibo, al lavoro, alla dipendenza.

eleonora danco
Foto N-Capace

Eleonora Danco attraversa ogni ambito dell’umano con una leggerezza pure molto profonda, come la sua camera passasse per caso, sospesa nelle panoramiche estatiche oppure traballante come in quelle immagini silenziose riprese da sopra le onde di un mare docile, tra le inferriate dei pensieri e dietro le pareti di convinzioni mai verificate. Quante cose si possono dire di sé? Quante si possono rivelare? Ma a un certo punto arriva Giacomo, 13 anni. «Giacomo, cosa hai provato quando hai dato un bacio?»; ci pensa un po’ su, si ricorda quella sensazione, la ripercorre con il corpo, nel corpo, poi risponde: «innovazione». Tutto, si può rivelare. Nel mezzo tra le parole dette e quelle tenute per sé.

Simone Nebbia

Monk, Roma – Giugno 2016

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