I materiali di Tarantino e Arcuri: maratona tra storia e divertimento

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Materiali per una tragedia tedesca di Antonio Tarantino messo in scena da Fabrizio Arcuri al Css di Udine. Recensione

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Materiali per una tragedia tedesca – foto Giovanni Chiarot

Raccontare storie di paesi e tempi lontani per riflettere sul proprio presente, lo faceva anche Shakespeare: così Antonio Tarantino, autore settantottenne che in Materiali per una tragedia tedesca sfoggia tutto il suo amore per il drammaturgo elisabettiano, nel 1997 guarda agli anni di piombo tedeschi per rilanciare un dibattito che oggi, dopo altri vent’anni, è ancora attuale.
Parliamo di un progetto mastodontico per complessità drammaturgica che ha trovato nella regia di Fabrizio Arcuri e nella scommessa produttiva del CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia piena realizzazione teatrale. Vincitore del premio Riccione nel 1997 il testo di Tarantino corre (nella nuova edizione Cue Press) per 148 pagine facendo apparire e scomparire 85 ruoli; un mare di teatro che nella versione realizzata dal Centro di Produzione friulano in collaborazione con l’Accademia degli Artefatti diventa un serial scenico di sei puntate e quasi dodici ore di spettacolo.

Spettacolo,  è questa parola la chiave di volta dell’intera operazione. Il gusto shakespeariano per l’intrattenimento nei Materiali tarantiniani viene declinato anche omaggiando il comico da avanspettacolo; Fabrizio Arcuri lavora in questo solco, scavandoci dentro e dando vita così a una grande festa del teatro: i commenti e i volti degli spettatori dopo decine di ore raccontano di una fecondità artistica in grado di parlare a pubblici diversi attraverso linguaggi e approcci differenti, ma vitali.

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Materiali per una tragedia tedesca – foto Giovanni Chiarot

Eppure questa vocazione spettacolare non tradisce il tema, anzi, come è accaduto per Istruzioni per non morire in pace di Claudio Longhi la scommessa riuscita è proprio nella fruizione, nel permettere allo spettatore di entrare in un magma di informazioni, fatti storici e ragionamenti che si intrecciano disegnando un grande affresco sociale e politico. Il cuore pulsante è la vicenda legata alla celebre banda Baader-Meinhof e alla sua costola, la Raf. Da qui scorrono via come grandi affluenti, tre macrostorie: il rapimento del presidente degli industriali tedeschi, Hans Martin Schleyer (Paolo Fagiolo, fa emergere con grazia e senza retorica le contraddizioni della figura storica e umana), la cui esecuzione ci riporta immediatamente a vicende simili come quella di Aldo Moro, il dirottamento di un aereo passeggeri tedesco avvenuto ad opera di un commando palestinese e la prigionia dei terroristi della Raf. Tutto accade in un mese e mezzo, tra settembre e ottobre del 1977: un anno prima, in carcere, era già morta la giornalista e rivoluzionaria Ulrike Meinhof, ma bombe e pallottole avevano cominciato a scoppiare nel ‘72 con una serie di attentati che mirava a far vacillare la fragile democrazia tedesca nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale e che del Nazismo ancora portava le colpe, ben in vista, nella biografia di chi deteneva il potere.

Tarantino e Arcuri di certo non dipingono eroi, neanche nei momenti in cui potrebbero calcare la mano sulle liriche come sulla costruzione dei personaggi, perché qui ogni maschera è anche il suo contrario: se non mancano stilettate alla retorica anticapitalista della Raf, la penna più affilata Tarantino la tiene in serbo per chi il potere lo gestisce. Il Cancelliere Schmidt e il suo governo sono una sarabanda caotica di disorganizzazione, cinismo e cattiveria pura: una corte di omuncoli senza pietà che letteralmente corre dietro al proprio leader. Gabriele Benedetti, che a differenza degli altri interpreti ricopre solo un ruolo principale (più qualche altra comparsata per prestare il volto a piccole voci), mette in campo una prestazione da gigante tratteggiando – nella poetica di Arcuri è proprio il tratteggio a essere un segno fondante – la figura viscida di un personaggio che non si comporta molto diversamente dai tragici shakespeariani, che come Riccardo III fa di tutto per mantenere il potere, unico suo nutrimento. Nei discorsi della politica, anche quando il riferimento è a situazioni reali, non c’è mai neppure l’ombra di umanità e comprensione, il terrorista è qualcuno da sconfiggere perché mette in crisi il naturale andamento delle cose e dunque la perpetuazione di un meccanismo di autonomia del comando.

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Materiali per una tragedia tedesca – foto Giovanni Chiarot

Ogni attore passa da un ruolo all’altro con una velocità che permette di vestire appena i panni senza perdersi mai tra le pieghe dell’introspezione – comunque già tagliata fuori dalla scrittura: è qui d’altronde che emerge l’aderenza del lavoro degli Artefatti e dei dodici attori al testo di Tarantino. «La psicologia non è mai il punto di partenza» spiega il regista, in questo contesto perciò le emozioni si manifestano sulla pelle del personaggio, prive di retorica, ma sostenute dall’azione e dalla logica drammaturgica. La tessitura testuale dell’autore piemontese nato a Bolzano naturalmente permette tali passaggi, dal comico più immediato, alla situazione sofisticata, fino a veri e propri strappi sulla realtà aperti a colpi di lirismo shakespeariano. Basti pensare al dialogo tra il cancelliere tedesco e Siad Barre (dittatore della Somalia, un impeccabile Valerio Amoruso), conversazione telefonica che diventa uno sketch da varietà. L’unica indicazione di Tarantino in questo caso è sintetica, ma precisa: “Due personaggi al telefono. Vestono abiti da attori dell’avanspettacolo”. Tra doppi sensi e altri giochi comici di bassa lega si snoda il dialogo tra capi di stato, ma altro non sono che due clown. In quello scambio Schmidt chiede di poter assaltare l’aereo, cosa che avverrà successivamente in una sorta di capannone abbandonato dove il pubblico viene disposto intorno all’azione espletando il compito di rappresentare proprio i passeggeri in ostaggio. Qui, in una delle sequenze più riuscite e coinvolgenti dell’intero progetto, anche grazie al lavoro di Matteo Angius su l’interpretazione di Mahmoud (leader degli attentatori), la scrittura di Tarantino si lascia andare spiazzando il pubblico; i quattro del commando notano alcuni fuochi in lontananza e poco prima dell’esplosione un cambio di registro da pelle d’oca fa mutare per un momento lingua allo spettacolo:

«Forse che io non vedo ciò che il mio occhio vede e la luce della mia anima discerne al fuoco della lotta, prima che il fuoco che mi arse di una sublime idea riarda in un’unica vampa i miei giovani anni? Se pongo innanzi al mio cammino la flebile lucerna di una meditata scelta, io scamperò l’olocausto e una minuscola bianca casa tra le mie amate pietre accudirò, e uno sposo e i figli. Ma poi che sarò io nel ricordo di me? Di me che fui condotta a ‘sì alto compito dal mio stesso libero volere, che nel dubbio, nell’ora buia e nel prossimo dolore a me si manifesta eguale a me e a me pari, nella sperata libertà della mia nazione? E allora: accecati occhio, e l’udito non oda che il canto dolce e lontano della mia gente.»

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Materiali per una tragedia tedesca – foto Giovanni Chiarot

La regia segue i passi della scrittura, alla varietà linguistica Arcuri risponde con una collocazione spaziale decentrata in diversi luoghi che ingloba anche spettatori/attori locali (una banda, ballerini di walzer, un gruppo di ginnastica artistica, gente comune) nella scenografia invece molto semplice e composta di pochi oggetti: le prime scene vengono giocate nel cortile di una scuola, poi il pubblico viene condotto tra i corridoi dell’edificio – in evidente stato di riorganizzazione dell’inventario – per arrivare in una piccola classe e approdare alla sala teatrale in una situazione frontale perfetta infatti per l’inizio dell’avanspettacolo. E la stessa platea è ogni volta riorganizzata per ribaltare la relazione con lo spettatore, fino all’epilogo in cui il pubblico si guarda negli occhi e l’azione arriva dai due lati costringendolo a rivolgersi verso l’alto (su un ballatoio il potere brinda alla propria vittoria) o sul palco, dietro a un velatino, prima che l’Internazionale venga intonata ancora, ma questa volta da chitarre e voci punk-rock.

Va da sé che un lavoro teatrale del genere nonostante la modalità “fuori formato” rappresenti un’opportunità primaria di conoscenza e riflessione: siamo iperconnessi, viaggiamo da un luogo all’altro dell’Europa eppure sappiamo poco o niente della storia recente degli altri paesi, anche quando questa ci riguarda da vicino. Certo, non sono tempi facili per il teatro italiano (ma quando lo sono mai stati veramente?), la riforma recente del Fus non semplifica la distribuzione di opere come questa ma il progetto voluto fortemente da Fabrizio Arcuri e dal Css non può fermarsi a quelle centinaia di spettatori: le storie che hanno creato il Vecchio Continente così come lo conosciamo devono poter circolare per essere un territorio comune di riflessione, scontro e costruzione.

Andrea Pocosgnich

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MTERIALI PER UNA TRAGEDIA TEDESCA
Un serial teatrale a puntate diretto da Fabrizio Arcuri e prodotto da CSS in collaborazione con Accademia degli Artefatti
testo Antonio Tarantino
regia Fabrizio Arcuri
interpreti Luca Altavilla, Valerio Amoruso, Matteo Angius, Giuseppe Attanasio, Gabriele Benedetti, Elena Callegari, Irene Canali, Paolo Fagiolo, Alessandro Maione, Giovanni Serratore, Aida Talliente, Alberto Torquati
scene/luci spazio scenico e costumi Luigina Tusini
assistente alla regia Matteo Angius
produzioneuna produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con Accademia degli Artefatti

si ringraziano per la partecipazione
Il salotto d’argento Udine: Cristina Ceccati, Carla Franzin, Vincenzo Latronico, Laura Nazzi, Vittorio Zilli; Orchestra di fiati dell’Associazione Culturale Musicale Euritmia di Povoletto: Direttore Franco Brusini; Scuola di Ballo El Farolito di Reana del Rojale; Majoretna Skupina Kras Doberdob; Artemide Ginnastica; Associazione Culturale G. Coceancigh – Ipplis, arrangiamento e armonizzazione del brano: Daniele Zanettovich; Il gruppo Iononso

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