Al mestiere dell’arte. Avere preferenza di no

Mestiere dell’arte. Sempre più difficile e nascosto. Ma proprio nascosti si lavora con costanza e dedizione. Come il GRA – Gruppo Resilienza Artistica, collettivo under35 fondato a Roma dentro lo spazio sociale Spin Time Labs, riunito ogni settimana per discutere di produzione teatrale, di spazi di creazione, di diritti d’autore e tanto altro. Per capirci, qualcosa.

《 – Hombre, ci sono delle bodegas aperte tutta la notte.
– Non capisci. Questo è un caffè piacevole, pulito. È illuminato bene. La luce è molto buona e, adesso, ci sono anche le ombre delle foglie》.

mestiere dell'arte
Immagine i.imgur.com

C’è un bar ridotto male, in uno dei racconti di Ernest Hemingway. E due baristi che stanno smontando, di notte, per chiudere e andarsene a casa. Uno ha una famiglia, l’altro tornerà nella propria solitudine. Ma c’è il vecchio, un vecchio quasi silente e insonne, dedito al bicchiere per ciò che contiene. Il cameriere con famiglia ha fretta, lo farà andare via scantonando per i vicoli del quartiere. L’altro, in disaccordo, ha capito che per certe cose ci vuole una cura che altrove quel vecchio non troverebbe, quel vecchio che potrebbe essere lui.

Ma andiamo con ordine, c’è da sempre questa vibrante pratica culturale di prendere le parole e trarle di contesto, assegnare a un senso unico il doppio alternato, andata e ritorno carnosa di una sensibile evoluzione, del linguaggio, di noi. Una, tra tante: resilienza. In origine apparentata alla tecnica per indicare la qualità di un metallo di resistere all’urto, o meglio, alle forze contrarie che lo appressano, passa da qualche tempo a segnalare il carattere umano, più spesso di una comunità, in grado di opporsi alla fragilità, suo contrario perimetrale. Eppure qualcosa non m’ha convinto mai di questo spostamento, meglio ancora se parliamo di connotati artistici, come nel caso del collettivo che prende il nome GRA – Gruppo Resilienza Artistica, fondato a Roma nei locali sociali di Spin Time Labs. Sono giovani artisti di teatro, riuniti ogni settimana in uno spazio di “rigenerazione urbana” con molte attività di integrazione sociale, per affrontare grandi temi del dibattito culturale, che riguardano produzione e autoproduzione, diritti d’autore, nuovi spazi di creazione, dignità professionale, formazione, con il fine di formulare un’idea più precisa nella confusione in cui stanno iniziando a lavorare. Stanno cioè cercando parole dal tempo precedente che sappiano dialogare con l’attuale e porre le basi per il non ancora; stanno cercando, di fianco a chi cerca da sempre. La loro attività conoscitiva suppone alla base questa “resilienza”, che nasconde tuttavia una sfumatura a mio avviso determinante: se essa si oppone alla fragilità, parlarne per l’esperienza artistica equivale a tradire proprio una delle sue caratteristiche principali, quella dichiarazione di difetto a confronto della realtà, quella fedeltà alla verità di sé stessi pur se deformata oltre ogni misura conforme.

mestiere dell'arte
Immagine Marco Ceccotti

Ma oltre il nome, ciò che si svolge in quei locali è ossigeno di montagna in un sotterraneo di periferia. In una città priva di luoghi, stanno loro stessi diventando luogo. Stanno tentando l’esperienza della mobilità interna nella stasi e nel silenzio, sola condizione per un atto di creazione; hanno scelto di vocarsi allo spreco vivificante, di nutrirsi d’altro e di loro stessi, di animare desideri scomposti con la precisa convinzione di derivare da una storia di rilevanza culturale, accettando di esserne parte. E non è cosa facile, in una città come Roma che ha perso e sta perdendo ognuno degli avamposti della cultura indipendente; che ha cioè perso i luoghi in cui farsi comunità. Questa è la vera forma di resistenza, mentre si cerca di interrogarsi sulla riforma dello spettacolo dal vivo, sulla propria condizione professionale, sul rapporto tra mercato e creatività, si sta compiendo lo sforzo di essere centro, di spingere oltre il limite imposto dalle politiche di settore la propria attitudine a varcare il tempo, disporlo secondo una forma ancora ignota. Il teatro, quindi il mondo, di domani.

A voi, resilienti resistenti renitenti alla schiavitù del giogo e a mille mappe senza tesoro, ho qualcosa da consegnare. Parole, le più sincere che conosca: noi corriamo, dietro vincoli e offerte di lavoro, cavilli e burocrazia, affannose sovrastrutture dell’arte, che di struttura sia mai che ne abbia una, scheletro di uomo in un corpo di mondo. Corriamo, perché la nostra vocazione ha necessità di un rapporto connettivo tra stasi e movimento, di un dominio cadenzato dell’eccesso sulla misura, corriamo per raggiungere un luogo o per fuggire da un altro? Correre, è fatica. Energia dispersa in attività che nulla con l’arte hanno a spartire, chiusi in stanzoni di coworking a disegnare progetti invece di casette e raggi di sole sui fogli dell’asilo, artisti che vogliamo fare? Diventare dei compilatori di schede, pescatori di algoritmi? Il sistema di reperimento fondi per il teatro pubblico ha scatenato una battaglia contro il teatro d’arte, l’abbiamo scoperto appena la riforma è divenuta azione, l’abbiamo gridato in un incontro non dimenticabile. Possiamo fare due cose: adeguarci a un potere che non ci riconosce compilando con gli occhiali per vederci da vicino parametri che non riguardano l’arte, oppure possiamo preferire di no, come Bartleby, lo scrivano di Melville, prendere le nostre cose e rimettere in sesto la coscienza del nostro proprio mestiere, trattare col potere tutto tranne che la resa, rivendicare ogni elemento che altera l’equilibrio perché un equilibrio si rinnovi, esibire a chi è lontano da noi quanto di comune esista tra la rappresentazione e il corpo, andare cioè a dire, mostrare, ovunque cosa siamo e cosa facciamo, soprattutto in quale modo e in quale luogo – Un posto pulito, illuminato bene – il teatro, la nostra morbosa dedizione al bicchiere per il vino, alla forma per ciò che c’è dentro, alla comunità per contenere la solitudine, può accadere.

Simone Nebbia

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