Valerio Binasco e il mondo da lontano di Ágota Kristóf

In conclusione della tournée, Valerio Binasco arriva al Teatro Piccolo Eliseo con John e Joe di Ágota Kristóf. Recensione

Foto Lamanna
Foto Lamanna

«[…] qualcuno guarda da lontano ciò che noi stiamo guardando da qui». Non è poi tanto chiaro come assunto, o meglio lo è ma probabilmente di primo acchito sembrerebbe una critica negativa, rivolta a qualcuno che si allontana dalle cose non riuscendo a metterle a fuoco, a osservarle da vicino. A parlare è invece Péter Esterházy, scrittore ungherese, che utilizzò quest’immagine in un articolo per descrivere la poetica di Ágota Kristóf. E allora tale assunto cambia improvvisamente di segno e si inizia a riflettere, a cercare di avvicinarsi nel modo più prossimo possibile a cosa potesse intendere lo scrittore con una simile analisi. Comprendere come porsi a distanza non implichi necessariamente un allontanamento. Sempre nell’intervista di Dóra Szekeres concessa a Einaudi, Kristóf  afferma «non è possibile riuscire a esprimere esattamente ciò che intendiamo. Scrivere per me voleva dire anche cancellare tantissimo»; tra i tanti motivi, questo è il più interessante per capire la scelta dell’autrice di scrivere in francese con la costante consapevolezza di essere, nei confronti della lingua adottata, sempre e comunque un’ «analfabeta». È la mancanza del resto che ci arricchisce. Da questa scelta poi avviene l’incontro con il teatro, con la facilità di sperimentazione della lingua che solo i dialoghi delle commedie possono permettere, così Kristóf ha iniziato a scrivere testi teatrali in francese, molto lentamente; le ci vorranno infatti all’incirca dodici anni prima di riuscire a “saper scrivere”. Scelta linguistica simile a quella del drammaturgo Samuel Beckett, “naturalizzato scrittore francese”. Lei ungherese, lui irlandese, entrambi si pongono a distanza dai loro oggetti del racconto attraverso una lingua che non gli appartiene alla nascita ma della quale si appropriano in età matura. Sarà questa la condizione indispensabile per guardare da lontano?

JHONJOE_15_PH_LAMANNALa scrittura di Kristóf per la pièce teatrale John e Joe incontra quella beckettiana nell’adattamento di Valerio Binasco con Nicola Pannelli e Sergio Romano prodotto da Fondazione Teatro Due di Parma, Narramondo Teatro e Popular Shakespeare Kompany. Sul finire di una lunga tournée iniziata a dicembre, lo spettacolo arriva al Teatro Piccolo Eliseo, la cui tenitura ormai giunta alla seconda settimana sta riscuotendo successo tra gli spettatori romani. Un fondale rosato, un tavolino e una sedia da café francesi, dalle linee morbide e sinuose, poi una rosa, rossa, ritta nella finezza del suo stelo. Due vagabondi senza un soldo si incontrano (casualmente?) durante una passeggiata e decidono di prendersi un caffé sedendosi ai lati del tavolo. Si sa, sin da subito, che l’uno non può esistere senza l’altro: si cercano, si rincorrono, come ci dimostra il gioco iniziale da dietro la tenda che ricorda molto le gag circensi dei pagliacci. Lavorando sulla scrittura asciutta e diretta dell’autrice ungherese, Binasco vi struttura una drammaturgia anch’essa molto semplice e essenziale che poggia sulla recitazione del «clown lunare, percorso iniziato con i fool shakespeariani, e poi continuato nelle maschere di Goldoni». Più che clown tuttavia, sembra di ritrovare nell’interpretazione dei due attori quell’attesa filosofica propria di Vladimiro e Estragone, le loro risate e battute assurde, al di sotto delle quali scorre la penna di Kristóf che osserva la realtà proprio con quello sguardo oggettivo e neutrale in grado di scrutare le cose per come sono veramente, senza confondere in esse la propria intimità. Quella giungerà dopo, sarà lo stesso spettatore a portarla nel gioco interpretativo; per cui quello che vedremo, sorretto dal lirismo clownesco della regia, diverrà metafora dell’amicizia, della miseria e della sopravvivenza. Un café che diventa il mondo in cui ci dimeniamo, il cameriere autoritario, la grappa che non riusciremo a pagare, un campanello che anticipa l’entrata della Corte innanzi alla quale saremo intimoriti; “oggetti” rispetto ai quali i due amici non si sentono all’altezza, dei quali hanno paura e allora temporeggiano nascondendosi dietro una sciarpa logora. Pannelli e Romano si contraddistinguono per una recitazione pura, che lascia respirare le parole del testo senza soffocarle di interpretazione, costruendo solo attorno ad esse una gestualità simile a quella del mimo. John e Joe sembrano proprio mimare la realtà senza riuscire ad afferrarla, senza stringere gli oggetti che li circondano,  ci passano accanto, sfiorandoli. Il tempo regola questa messinscena, le pause sono lunghe, le parole anch’esse, distese in un biascichio di eterno presente, fermo in una stessa posa, frontale è quella dei due attori, in uno stesso luogo, sempre il tavolino di un bar.

Non c’è incanto, non c’è stupore per l’equilibrismo di un acrobata in alto sul filo, in John e Joe c’è invece il riecheggiare del suono del mondo, la mostra dei suoi oggetti che finalmente si riescono a guardare. Da lontano.

Lucia Medri

Teatro Piccolo Eliseo – in scena fino a domenica 29 maggio

JOHN E JOE
di Agota Kristof
traduzione Pietro Faiella
con Nicola Pannelli e Sergio Romano
regia Valerio Binasco
assistente alla regia Aleph Viola
realizzazione scene Mario Fontanini
Produzione Fondazione Teatro Due
Narramondo Teatro, Popular Shakespeare Kompany

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Laureata al DAMS presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una tesi magistrale in Antropologia Sociale, sceglie di dedicarsi alla scrittura critica partecipando a workshop e seminari presso la Fondazione Romaeuropa. Dal 2013 è redattrice presso la testata online Teatro e Critica e approfondisce parallelamente la sua formazione editoriale in contesti quali agenzie letterarie e case editrici (Einaudi). Negli ultimi anni si specializza in web editing prendendo parte a master e stage dedicati al Social Media Management presso aziende operanti nel settore culturale (Fondazione Cinema per Roma). Nel 2018 riceve il Premio Garrone «al critico più sensibile nel leggere il teatro che muta».