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HomeArticoliPeter Brook: Mahābhārata, 30 anni dopo

Peter Brook: Mahābhārata, 30 anni dopo

Teatro in video 32° appuntamento. In occasione delle repliche italiane di Battlefield (a Roma è andato in scena al Teatro Argentina), vi presentiamo un frammento della sua opera più imponente, Mahābhārata (1985) al Festival di Avignone. A introduzione, con grande piacere ospitiamo un contributo esclusivo di Guido Di Palma, storico del teatro e docente associato alla Sapienza. Università di Roma.

Vidi il Mahābhārata di Peter Brook nel 1985, a Prato. Partecipai alla replica in cui si rappresentavano tutte e tre le parti insieme. Non ricordo più quante ore è durato, ma partecipai come a una festa. La stanchezza che avvertivo alla fine faceva magicamente parte di quel racconto che finiva. Mai ho sentito così intimamente il ritmo di uno spettacolo farsi esperienza personale. La mia stanchezza era la stanchezza del mondo che stava finendo spossato da una guerra crudele e implacabile. Gli eroi buoni e cattivi morivano insieme a una parte di me che li sentiva prossimi. Poi la fine dello spettacolo, la fine dell’illusione. Superata la stanchezza in una specie di illuminato torpore vidi tutti i personaggi ritornare in scena sorridenti.

Questa è l’ultima immagine che ricordo. Apro oggi il testo di Jean-Claude Carrière e leggo: «Tutti i personaggi riappaiono. Sono calmi e distesi. Dhritarashtra ha ritrovato la vista. Gandari ha levato la benda. Si lavano un istante nell’acqua di un fiume, poi si siedono intorno ai musicisti. Lo spettacolo termina. Circolano cibo e bevande. La notte cala dolcemente».
Si riaccendono i ricordi. Dhritarashtra, il re cieco dalla nascita, interpretato da Ryszard Cieslak, chiede a Krishna la vista per potere contemplare le trasfigurazioni del dio. Ho visto un volto spento accendersi nello splendore degli occhi che vedevano per la prima volta e poi spegnersi dolcemente e senza rammarico nell’accettazione del proprio destino. La mia memoria ha conservato quell’emozione e quando affiora il ricordo la ritrovo intatta. Che magie straordinarie può fare il teatro quando distilla la vita. Ripensando ora a quel momento in una, diciamo, “compostezza critica” mi sembra quasi che in quel piccolo episodio tutto il Mahābhārata possa essere contenuto. Credo che da allora sino ad oggi la riflessione sulla vita e la morte e la sua accettazione abbia avvolto l’opera di Brook in un gioioso, colorato, luminoso e delicato gioco teatrale, com’è giusto che sia. Si può forse fare il teatro senza il suo contrario?

Chiudo questo ricordo (forse un po’ troppo emozionato, perché corre sull’onda dell’impressione suscitata l’altra sera da Battlefield di Peter Brook al Teatro Argentina di Roma) con questi versi, in cui mi sono imbattuto tempo fa. Sono dedicati a Shiva e io credo di scorgervi una segreta parentela con il respiro del Mahābhārata di Brook e anche con la mia esperienza di spettatore:

Quando l’attore batte il tamburo
Tutti vengono a vedere lo spettacolo;
quando l’attore raccoglie gli oggetti di scena,
rimane da solo nella Sua felicità.

Guido Di Palma

Leggi altri  articoli e contenuti su Peter Brook

BATTLEFIELD
tratto dal Mahabharata e dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière
adattamento e regia Peter Brook e Marie-Hélène Estienne
con Carole Karemera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, e Sean O’Callaghan
musiche dal vivo Toshi Tsuchitori
costumi Oria Puppo
luci Philippe Vialatte

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