Encyclopédie de la parole. L’atto linguistico di Joris Lacoste

In visita a Porto, nell’ambito del festival FITEI 2016 abbiamo visto Encyclopédie de la parole – Suite n.2 del francese Joris Lacoste. Recensione

foto di Ian Douglas
foto di Ian Douglas

Si sente spesso dire: «Mi piace la lingua portoghese, è così musicale». Oppure: «Bello il tedesco, anche se un po’ troppo duro». O ancora: «Gli spagnoli parlano velocissimo, mentre i russi articolano sempre ogni singola sillaba». Luoghi comuni, certo, ma con un solido fondo di verità. È la prima volta, però, che ci capita di assistere a un intero progetto dedicato al rapporto tra le diverse lingue e alla loro musicalità. Ci ha pensato il regista francese Joris Lacoste, quando ha ideato il ciclo in quattro suite Encyclopédie de la parole, il cui secondo movimento lo abbiamo visto al Grand Auditorium MO – Rivoli di Porto, nell’ambito del festival FITEI 2016.

Se la Suite n.1 vedeva in scena un intero coro che, attraverso diversi esperimenti tra unisono e armonia tracciava l’evoluzione del parlato dai vagiti neonatali all’articolazione del discorso, dalla conversazione fino ai sistemi di traduzione e ai giochi linguistici, la seconda stanza riduce il gruppo a soli cinque performer, impegnati a eseguire una vera e propria sinfonia di parole.
Di fronte a una platea gremita, il palco, cinque microfoni, cinque sedie, una chitarra e un semplice sintetizzatore: la sala è attrezzata con un sistema audio avvolgente, che fa schizzare le voci da un angolo all’altro raggiungendo una definizione del suono davvero difficile da comparare. Sul fondale nero vengono proiettati i sottotitoli in portoghese. Ma questi ultimi non sono sempre necessari: lunghe tirate in inglese o in francese le ascoltiamo senza supporto alcuno, perché il sopravvento l’ha preso l’essenza musicale e ritmica dello spelling.

foto di Bea Borgers
foto di Bea Borgers

La costruzione drammaturgica si limita a ordinare in sequenza i movimenti di questa sinfonia: i materiali sono frammenti documentari tra i più disparati, dalle telecronache sportive di boxe o atletica ai discorsi dell’ex presidente Bush; dalle intercettazioni di conversazioni private a un’interminabile telefonata in cui un operatore di call center tenta di fronteggiare l’ira di una casalinga spagnola che non riesce a configurare il suo cellulare; fino alla relazione integrale del semestre agricolo russo. Se l’esecuzione mostra una maestria sopraffina nell’emissione vocale (che non fa perdere una sola sillaba), nel controllo del volume e delle dinamiche e un orecchio finissimo in grado di accordare cinque diverse tonalità di parlato in armonie complesse, la drammaturgia (pur ipertrofica e qua e là ammiccante) è davvero in grado di mostrare il grado di rilevanza che conversazioni private e discorsi pubblici hanno nel disegno di una memoria collettiva.

foto di Bea Borgers
foto di Bea Borgers

La riflessione teorica alla base di questa ricerca sembra richiamare gli studi fondamentali di John Langshaw Austin sugli atti linguistici e gli enunciati constativi e performativi (How To Do Things With Words, 162). Sintetizzando al limite il pensiero del linguista inglese, questi ultimi non descrivono una situazione ma compiono un’azione che ha una diretta ricaduta sul mondo. Non sono classificabili come veri né falsi, ma si reggono su condizioni di «sincerità e felicità». Tuttavia Austin, pur mutuando il termine «performativo» dall’ambito teatrale, scrive che la potenza di ogni enunciato performativo decade quando esso è pronunciato da un attore. A questa esclusione rimedieranno presto altri studi, nati in un periodo in cui cominciava a cadere la convenzione secondo cui l’attore è tramite di una realtà rappresentata: il filtro del personaggio cade e anche la linguistica sembra rivalutare la presenza del performer all’interno dello spettro degli enunciatori sinceri e felici. In questo caso il discorso teorico si complicherebbe se volessimo considerare anche le posizioni di Jacques Derrida, che in Firma, evento, contesto metteva in guardia su quegli enunciati che contengano una citazione, in grado quest’ultima di “disinnescare” l’atto linguistico così come Austin lo aveva organizzato.

Ma l’esperimento di Lacoste si permette di essere completamente trasversale: sebbene ogni enunciato dell’Encyclopédie de la parole sia una citazione conclamata, è la dimensione dell’esecuzione nel suo intero contesto drammaturgico a rivalutare l’efficacia performativa di questi enunciati. La cornice musicale – costruita su un registro che alterna ironia e sacralità – disegna un percorso di attenzione che fonda nel ritmo il principio ordinatore. Spingendosi oltre la natura sperimentale e la meraviglia della fruizione, siamo allora in grado di ricevere un corpus di meta-dati sullo stato della coscienza collettiva dell’Europa e del mondo contemporaneo, in cui il montaggio delle informazioni viene a volte distorto dai media o dai poteri forti, creando una Babele di segni da cui può liberarci solo un ascolto attento, una comunione con il ritmo globale. Siamo solo in un teatro, è vero, ma uscendo ci pare che le nostre orecchie percepiscano distintamente suoni ai quali prima non facevano caso. Potessero farlo anche le nostre coscienze.

Sergio Lo Gatto

Grand Auditorium MO. Rivoli, Porto – maggio 2016

ENCYCLOPEDIE DE LA PAROLE / SUITE N.2
concept Encyclopédie de la parole
composizione e messinscena Joris Lacoste
creazione musicale Pierre-Yves Macé
cast Vladimir Kudryavtsev, Emmanuelle Lafon, Nuno Lucas, Barbara Matijević, Olivier Normand
assistenza e collaborazione Elise Simonet
luci, video e regia generale Florian Leduc
regia del suono Stéphane Leclercq
costumi Ling Zhu
vocal coach Valérie Philippin et Vincent Leterme
traduzioni, gestione del progetto Marie Trincaretto
rilettura e correzioni Julie Etienne
assistente video Diane Blondeau
programmatore video Thomas Köppel
language coach Azhar Abbas, Amalia Alba Vergara, Mithkal Alzghair, Sabine Macher, Ayako Terauchi Besson
‘ Collecteurs invités : Constantin Alexandrakis, Mithkal Alzghair, Ryusei Asahina, Judith Blankenberg, Guiseppe Chico, David-Alexandre
Guéniot, Léo Gobin, Haeju Kim, Monika Kowolik, Federico Paino, Pauline Simon, Ayako Terauchi Besson, Helene Roolf, Anneke Lacoste, Max Turnheim, Nicolas Mélard, Tanja Jensen, Ling Zhu, Valérie Louys, Frédéric Danos, Vladimir Kudryavtsev, Nuno Lucas, Barbara Matijević, Olivier Normand
produzione Dominique Bouchot, Judith Martin et Marc Pérennès
amministrazione Dominique Bouchot, Marc Pérennès
contatti Ligne directe / Judith Martin
co-produzione T2G Théâtre de Gennevilliers, Festival d’Automne à Paris, Asian Culture Complex – Asian Arts Theater Gwangju, Kunstenfestivaldesarts, Théâtre Vidy-Lausanne, Steirischer Herbst Festival, Théâtre Agora-Seinendan, La Villette – résidences d’artistes 2015 Suite n°2 est co-produite par NXTSTP avec le soutien du Programme Culture de l’Union Européenne. Avec le soutien de l’Institut Français dans le cadre des dispositifs Théâtre Export et CIRCLES, et du Nouveau Théâtre de Montreuil. Spectacle accueilli en résidence à l’Usine, Scène conventionnée (Tournefeuille).

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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