Viaggio Ad occhi chiusi. Spettatori dalla tangenziale al tribunale

Ad occhi chiusi: lo spettacolo itinerante di Carlo Fineschi basato sul romanzo di Gianrico Carofiglio. Recensione

È un filmato implacabile, che sembra protrarsi all’infinito. Ha una determinazione senza scopo, una pervicacia che trascende il tema preso in esame. È un’esplorazione della mente del video familiare. È innocente, è senza scopo, è determinato, è reale.
[…] Continui a guardare non perché sai che succederà qualcosa – naturalmente sai che sta per succedere qualcosa ed è per questo che guardi, ma in realtà potresti continuare a guardare anche se ti capitasse di vedere il filmato per la prima volta senza saperne niente. Qui è all’opera una forza bruta. Continui a guardare perché gli elementi si combinano in modo da avvincerti – l’impressione generale di casualità, di esercizio amatoriale e fortuito, la sensazione di qualcosa di incombente. Non ti poni il problema se il nastro sia noioso o interessante. È rozzo, è ottuso, è implacabile. È la parte disturbata della tua mente, la pellicola che scorre nell’andirivieni del tuo cervello al di sotto di tutti i pensieri che sai di pensare.
[…] C’è qualcosa nella natura del nastro, nella grana dell’immagine, nei toni barbuglianti del bianco-e-nero, nella sua essenziale crudezza, che ti fa pensare che sia più reale, più aderente alla vita di tutto ciò che ti circonda. Le cose che ti circondano sono meno immediate, sembrano provate e ritoccate davanti allo specchio, abbellite dai cosmetici. Il nastro è iperreale, o forse sarebbe più appropriato dire subreale. È ciò che rimane sul fondo scrostato di tutti gli strati che hai aggiunto. E questo è un altro dei motivi per cui continui a guardare. Il nastro è di un realismo folgorante. 
Don DeLillo UNDERWORLD, 2000,
Traduzione di Delfina Vezzoli
Giulio Einaudi editore, Torino

foto Daniele Barillà
foto Daniele Barillà

È sold out tutte le sere nonostante il prezzo del biglietto non proprio tra i più bassi, 23 euro. Ad occhi chiusi viene descritto come un’opera di teatro fuori dal teatro, esperienza interattiva e itinerante, ma se fosse solo questo non ci sarebbe nulla di strano: da sempre il teatro non è mai stato solo il proprio edificio e ormai le sperimentazioni itineranti, l’utilizzo delle abitazioni e di qualsiasi altro luogo che non sia quello storicamente deputato non sono più una novità. Certo neanche la ricerca spasmodica di realismo lo è ma questi due elementi uniti insieme rendono l’operazione quantomeno rara, se non fosse per le difficoltà di preparazione e organizzazione.
Il progetto ideato e diretto da Carlo Fineschi è un viaggio folle nel romanzo omonimo di Gianrico Carofiglio (Sellerio, 2004), in cui il pubblico viene preso e spostato in diverse location. Lo spettatore ha la possibilità di assistere a una storia di violenza domestica da diversi punti di vista: il presunto assassino, la vittima e l’avvocato della vittima.
Tutto comincia davanti a un bar, su una strada ad alto scorrimento di Roma nord, (l’indirizzo viene inviato via sms). Lì si attende la guida, qualche minuto per avere impartite facili istruzioni, pagare il bigliettio e poi si parte, prima tappa un appartamento in un condominio nelle vicinanze. Almeno questa è stata l’esperienza di chi ha vissuto la questione dal punto di vista della vittima. Si assiste alla maturazione di un amore, ai primi sintomi di disagio, al dialogo che si trasforma in un esercizio logico e razionale di manipolazione. La gelosia non è quel mostro dagli occhi verdi di cui parlava Shakespeare, è l’esercizio del potere.
Le prime scene avvengono tra la il salone e il corridoio, in quest’ultimo spazio gli scoppi di violenza più evidenti. Lei viene sopraffatta, poi costretta in camera, sentiamo le urla. Il messaggio è chiaro: siamo in una casa qualunque, potrebbe accadere anche a voi.

Foto Ad Occhi Chiusi 4
foto Daniele Barillà

Ma la fabula non coincide con l’intreccio, la drammaturgia è puntellata di ellissi, il tempo deve scorrere, e il teatro, scalzato apparentemente via, deve tornare con i suoi “trucchi”: le musiche cominciano a percorrere la loro traiettoria ossessiva, esaltano l’inquietudine, le luci si fanno acide. Nel pubblico scatta quel meccanismo di empatia che porta molte spettatrici ad immedesimarsi – alla fine una di loro dirà “è qualcosa che accade lì davanti a te, vorresti intervenire, per aiutare, ma non puoi, non lo fai”. Ma non sei intervenuta perché eri immobilizzata dalla paura o perché una parte di te era ancora conscia della struttura finzionale? Un’altra prima della partenza ha affermato “non capita spesso di fare qualcosa di cui non si sa nulla”. C’è un pubblico alla ricerca della paura, della crisi, dell’esperienza non addomesticata.
Nella casa c’è il tempo di incontrare anche un altro gruppo di spettatori, sono gli invitati di un veloce aperitivo prima che la violenza scoppi ancora, lontano dai nostri occhi, al chiuso della camera. Ci dividono in altri piccoli gruppi e saliamo in macchina, musica a palla, la colonna sonora in loop. Il nostro pilota parte sgommando ma si tranquillizza fortunatamente dopo qualche decina di metri. È un poliziotto, con noi ha pochissimi scambi, nella realtà d’altronde non te ne vai in questura con la macchina piena di “spettatori”. Parla con l’auricolare al telefono, capiamo che la vittima ha sporto denuncia, probabilmente anche grazie alla suora che era entrata per un attimo in casa. Cerchiamo di ricollocare i pezzi mancanti.

o foto Daniele Barillà foto Daniele Barillà
foto Daniele Barillà

Ci spostiamo in una zona di Roma che non è la Bari di Carofiglio, ma che presta bene la propria conformazione sociale a una storia del genere. Entriamo in una specie di convitto, qui la giustizia farà il suo corso: l’incontro con l’avvocato, il processo e la tragedia finale. Ed è qui che lo spettacolo mostra il suo lato migliore, d’altronde va da sé che la fase processuale, il dibattimento, sia profondamente intriso di teatralità. L’avvocato della difesa tira fuori le unghie, si atteggia da istrione, la tattica è quella di far passare la donna per “soggetto mentalmente instabile” sfruttando il suo passato, un momento della vita in cui fu depressa. Entriamo e usciamo dall’aula del processo almeno due volte, prima delle ultime fasi in una piccola cappella la protagonista cerca le forze necessarie, attorno a lei sui muri piccoli quadri con bassorilievi delle tappe della Passione di Cristo. Non c’è tempo per la sentenza, la violenza torna di nuovo ad essere protagonista, ma ancora una volta la viviamo come se fossimo ad occhi chiusi, dietro la porta di una stanza dal cui vetro infranto possiamo cogliere solo alcuni momenti, l’isteria dell’assassino e un monologo finale dell’agente di polizia che racconta l’accaduto; il teatro ritorna nella sua forma primigenia, come accadrebbe con il messaggero della tragedia greca.

Il lavoro probabilmente deve ancora trovare quell’equilibrio necessario soprattutto nella recitazione che a tratti risente della necessità, cinematografica, di impostare un parlato quotidiano dove però i dialoghi sussurrati non sempre vengono colti da gruppi di decine di persone che contemporaneamente devono spostarsi attorno e dentro l’azione scenica. Rimane la forza di un progetto che ha una grande presa sul pubblico e spinge i singoli spettatori a interrogarsi sulla vicenda e su quali potrebbero essere le reazioni dei singoli di fronte a contesti simili.

Andrea Pocosgnich

Visto a Roma, aprile 2016

Ad occhi chiusi
Tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio
Regia Carlo Fineschi
Con
Adelmo Togliani – Avv. Guido Guerrieri
Sara Allegrucci – Martina Fumai
Matteo Bolognese – Gianluca Scianatico
Chiara Ricci – Suor Claudia
Camillo Ventola – Avv. Dellisanti
Valeria Mafera – Pm Mantovani
Edoardo Ciufoletti – Dr. Merisi
Matteo Milani – Ispettore Tancredi
Rosalba Battaglia – Margherita
Chiara Della Rossa – Silvana
Alice Iacono – Anna
Carlo Petruccetti – La Voce/ Cassano
Salvatore Costa – Loiacono
Roberto Allegrucci / Giulio Ricci – Giudice Caldarola
Disegno luci Luca Barbati
Allestimenti audio – luci Easy Light
Scenografia e costumi L’albatro
Musiche E.S.A.N.
Foto di scena Daniele Barillà
Foto simbolo di Ad occhi chiusi Elena Spadaro
Produzione L’albatro


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