Claudio Morici. Ci sarà una volta

Claudio Morici indaga dal futuro i canoni del nostro tempo con L’ultima volta che mi sono suicidato al Nuovo Cinema Palazzo. Recensione

Claudio Morici
Foto Claudio Martinez

Claudio Morici è uno scrittore. Ma non è esatto. Perché è anche un performer. Ma non è esatto. A suo modo è un critico sistematico. Ma anche questo non è abbastanza. È forse un poeta o un cabarettista? Non è dato saperlo. No, non lo è. Nella sua biografia è scritto che a un certo punto è stato copywriter e ha fondato una factory di web cartoon. Ma questo, forse, non lo distingue ai più. Si è anche laureato in psicologia. Insomma Claudio Morici è su quel confine che dirime l’intellettuale dall’artista, la sua attività ne va a sfumare i contorni e ne disegna un ritratto che frettolosamente definiremmo eclettico, ma più a fondo si rivela per quella qualità liquida di cui si permea così bene il mondo contemporaneo, permettendo agli artisti di rispondere a stimoli dell’immediato, proprio nel paradossale sforzo di compitare e comporre ciò che resisterà al tempo. Nel punto di rottura, dunque, tra la deperibilità e la persistenza dell’arte. Là dove l’eclettismo non è più una forma possibile di esperienza culturale ma la sola che quest’epoca riconosca come duratura, la sola che permetta sopravvivenza. A sé e, non di meno, alla propria opera.

La sua irriverenza verso le forme articola sulla scena delle opere in forma di reading che hanno la forza elettrica del frammento, individuano azioni e retropensieri del nostro vivere attuale e ne impongono una discussione con l’ironia giusta per non mostrare la struttura, ossia quella qualità d’analisi sistemica molto presente ma dispersa tra i densi filari del racconto.
Questo è ciò che emerge dal suo ultimo testo, presentato al Nuovo Cinema Palazzo – Sala Vittorio Arrigoni, con centinaia di persone presenti. L’ultima volta che mi sono suicidato è un viaggio in un futuro che pure molto somiglia a questo presente: siamo nel 2089, un vecchio inizia a raccontare del suo mondo, della distanza dai giovani così lontani dai valori su cui lui ha fondato la propria esistenza; eppure quel vecchio che sarà, oggi non è che un ragazzino o poco più, uno di quei “nativi digitali” che sanno usare computer e social network come un tempo il foglio con la penna e che non avrà altri valori che questi da difendere.

Claudio Morici
Foto Nuovo Cinema Palazzo

«I giovani di oggi, nel 2089… non chattano più. Queste so’ mani che hanno chattato… I calli c’ho, guarda! Questi hanno le manette da principini, lisce lisce, ma vaff…! Queste so’ mani che hanno chattato!!!». Così l’esordio del vecchio, sconsolato dal non trovare più i parametri del proprio mondo, come oggi accade a chi ha vissuto altre generazioni, altre rivoluzioni, che ora vuole indietro. Con questi occhi guarderà gli sviluppi dell’amore in quel tempo e i progressi tecnologici come la Telepatia di cui tanto abusa il nipote Robertino, che guarda il soffitto per leggere nel pensiero di Susanna e, sublimando lo stalking, le lascia innumerevoli messaggi accorati nella segreteria telepatica, o come il Teletrasporto che permette di andare ovunque da fermi, perdendo così il senso dello spostamento, della trasformazione che del viaggio è motore principale. Ma è un destino necessario rimpiangere il passato? Avere nostalgia? O è soltanto il modo di certificare il proprio lascito al divenire con cui mal s’accorda la finitezza dell’uomo? Finitudine, in realtà, ossia il sentimento malcelato e inquieto che fa scoprire di essere in un tempo che non ci riguarda, che scorre mentre noi ci interrompiamo. Ma se fosse diverso? Se non si morisse più? Il vecchio non muore, non si muore più nel 2089: «Sta cazzo de ricerca medica, a un certo punto, ha cominciato a macina’», dice. E senza tendere al trascendente, come si potrà vivere l’immanente? Gli uomini di quel futuro, ipotetico ma non poi così tanto, non hanno spirito, vivono ancorati alle possibilità della tecnica e non amano, non desiderano. Quei suoi occhi strabuzzati sulla depravazione dei costumi, quella voce in cui convivono i suoni cavernosi del nonno e quelli dispettosi del nipote (con qualche debito a certi personaggi di Ascanio Celestini), esprimono un giudizio sull’umanità nessuno escluso e sviluppano così i tratti più poetici lasciando che siano innervati nel complesso del carattere ironico.

Ai miei tempi. È attorno a questa frase, concetto, che il testo si arrampica lungo la difficoltà degli uomini di raggiungere l’accordo con la propria sorte. Questo andirivieni di sentimenti ed esperienze assoda come l’uomo non sia che una frattura nella continuità, quel nodo in cui sono strette due distinte funi di orientamento: evoluzione – inarrestabile processo di perenne mutazione – e involuzione – ondulatorio percorso in cui frange il tentativo dell’uomo stesso di misurare tale finitezza all’infinito. E nulla più del racconto puro intercetta quel tentativo di sutura, quel desiderio inappagato di esistenza proprio nell’apprendere di non esistere se non come accidente, come se raccontare, dai molti futuri già incarnati nei molti passati, non sia che l’ultimo gesto di resistenza in cui compiere l’impossibile estremo atto di eternare, in un frammento, il divenire.

Simone Nebbia

Qui i Racconti da camera

Nuovo Cinema Palazzo, Roma – Marzo 2016

L’ULTIMA VOLTA CHE MI SONO SUICIDATO
scritto diretto e interpretato da Claudio Morici

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