Lo stadio senza calcio. L’ultrà di Nanni Balestrini

Nanni Balestrini ha scritto I furiosi, in scena fino al 28 febbraio per mano di Fabrizio Parenti al Teatro India di Roma. Recensione

Foto Achille Le Pera - I furiosi
Foto Achille Le Pera – I furiosi

Allora facciamo un patto, lettore. Tu non ti fermi al titolo e io vado avanti. Tu mi prometti di leggere fino alla fine e io in cambio prometto a te di non deluderti, che potrai seguire il filo del ragionamento, che anche se starò parlando di calcio e a te fa incazzare perché non lo segui e ti dà fastidio il mondo milionario, ti bolle il sangue al pensiero di tutto l’interesse che ci gira intorno e però la pallavolo invece no; oppure peggio ancora ti ha tradito, lo seguivi come un cane fedele e ti ha bastonato a colpi di partite truccate, scommesse e doping; anche in questo caso qui il calcio non sarà che un mezzo, un fattore sociale di dibattito che la nostra civiltà contemporanea – a torto o ragione – non può in ogni caso aggirare. Con me ci verranno I furiosi, personaggi tratti da un libro di Nanni Balestrini (Bompiani, 1994) e finiti dentro uno spettacolo di Fabrizio Parenti, che al Teatro India di Roma gli dà vita insieme ad attori ispiratissimi come Giampiero Judica, Alessandro Riceci e Josafat Vagni. Va bene, allora? Ci stai?

C’è un fatto di cronaca, prima. Era il 1992 e le Brigate Rossonere, ultras del Milan, seguivano la propria squadra in trasferta a Cagliari. La rivalità si accende come una miccia espansa, fuochi spontanei dentro e fuori lo stadio, fino alla svolta che diventerà ennesimo e duraturo casus belli: per una distrazione cagliaritana i tifosi milanisti entrano in possesso di uno striscione dei Furiosi, appunto, gruppo organizzato di sostenitori della squadra sarda. La guerra, combattuta lungo il corso degli anni e fatta di strategie, violenze, ripicche e insieme buffe, grottesche miserie, focalizza un punto di necessario dibattimento: cosa manca nell’esistenza di ragazzi che la collettività tiene ai margini perché uno striscione, un vessillo, diventi importante al punto di difenderlo fino alla morte? Quale difetto cova una società in cui si manifesti – per efferatezza qui, o per sottrazione altrove, secondo i casi – una distanza paradossale tra essere vivi e sentirsi vivi?

Foto Achille Le Pera - I furiosi
Foto Achille Le Pera – I furiosi

Questo il nodo che stringe – e la stringe alla gola – la vicenda narrata dal libro di Nanni Balestrini, trattata in scena con una prosa dialogica capace di tenere insieme l’epica e l’ironia, lo scherzo che si fa serio e la spavalderia che batte in ritirata; Fabrizio Parenti ha vestito i quattro narratori che si rimpallano i frammenti di testo con abiti da condottieri tragici, in una ambientazione spoglia con solo una scarna struttura in ferro che sembra un’impalcatura da tribuna e che, assieme alle proiezioni larghe per tutto il fondale scenico, costituisce lo scenario naturale del racconto, pur diviso tra strade, bar, circoli bocciofili, binari di treni, pullman diroccati, ospedali e navi traghetto. Ma non si tratta di calcio, non più, non si avverte quasi l’eco di un’azione di gioco sul campo, nel loro racconto, ognuno di questi tifosi è di quelli che stanno di spalle e quasi non la vedono la partita, coesi dall’esperienza comune di uno spostamento sovrumano, quello che cerca di condurre l’emarginazione al centro del mondo che la ignora, attraverso ogni mezzo. Quindi quel “ratto dello striscione” è un topos tragico pari alla giostra del corpo scempiato di Ettore su e giù per le Porte Scee, poco fuori Troia; la loro efferatezza, pur governata da un codice d’onore rigorosissimo, è mossa da una guerra invisibile contro la parte di sé che non riesce a imporsi in una dimensione collettiva, è violenza per la violenza, non ha un fine, non ha una fine.

Foto Achille Le Pera - I furiosi
Foto Achille Le Pera – I furiosi

Ma l’indagine, qui, si allarga (te l’avevo promesso, lettore).
In ogni ultrà di calcio – non in ogni tifoso – risiede una voce bambinesca in corpo adulto, l’incoscienza che si materializza in cinismo, la cattiveria immotivata in cui risuonano insieme destrezza e cecità. Questo progetto lo propone come figura paradigmatica, esemplare, di quella inarrestabile dilatazione che fa della superbia un fulcro civile e della ferocia una possibile memoria dell’umanità. Se lo spettacolo non si discute per la sua resa scenica, ha una gran dote di ritmo e gode di una recitazione eccellente al servizio di un testo ridotto con qualità di esattezza, l’efficacia di tale esempio non possiede tuttavia l’immediatezza nitida di un’analisi e lascia un dubbio su due precisi campi: da un lato la caratura universale è ricercata attraverso il classico, ossia in un mondo che era tutti i mondi, qui al contrario quella emarginazione costituisce un ghetto sempre più astringente e quindi sempre meno esemplare; dall’altro lato diviene impossibile eliminare la parte emozionale, costantemente in bilico tra sdegno ed esaltazione, che coglie lo spettatore, vi si mescola una certa nostalgia per quella umanità perduta, popolare, che si fa storia nostra a prescindere, in maniera inevitabilmente acritica, servile al passato per la sua inoppugnabilità. Ma anche – e proprio – per questo, caro lettore, sappiamo una volta ancora (come nel recente Fuckin’ idiot) quanto il calcio e la contiguità di certi comportamenti umani siano imprescindibili allo studio sull’evoluzione di questa società, allo stesso modo in cui si consideri l’ombra a necessario complemento della luce: ciò che accade dentro e fuori gli stadi ci riguarda, ha la caratura di un esperimento umano tra i migliori perché capace di estremizzare l’aberrazione della violenza oltre i limiti del pensabile. Avresti voglia di perdere questa occasione, tu lettore opinionista equilibrista, solo perché non ti piace il calcio? Ai giornalisti sottopagati che muoiono in guerre lontane, forse, la guerra, piace?

Simone Nebbia

Teatro India, Roma – fino al 28 febbraio 2016

I FURIOSI
tratto dal romanzo di Nanni Balestrini I furiosi
adattamento Federico Flamminio
regia Fabrizio Parenti
con Giampiero Judica (Marabù), Fabrizio Parenti (Occhione),
Alessandro Riceci (Nibbio), Josafat Vagni (Picchio)
La voce del prologo è di Nanni Balestrini
scene e costumi Massimo Bellando Randone
video Francesca Del Guercio
assistente alla regia Carla Chiarelli
Produzione Teatro di roma

Orari spettacolo:
13 e 16 febbraio ore 21
dal 17 al 20 febbraio ore 19
dal 23 al 27 febbraio ore 21
4, 21 e 28 febbraio ore 17
lunedì riposo
Durata spettacolo: 80 minuti

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