Teatrosofia #30. Giovare e dilettare. La vocazione “sinfonica” di Orazio

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Entriamo nei meandri della filosofia eclettica di Orazio.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

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Paul Klee, Polyphony, 1932
Paul Klee, Polyphony, 1932

Orazio ebbe modo di qualificarsi come «un porcello del gregge di Epicuro», ma anche di richiamare con apprezzamento nei suoi versi le idee o la condotta di diversi altri filosofi. A partire da questo contrasto, gli studiosi continuano tutt’ora a discutere, senza riuscire a venirne a capo, se la qualificazione implichi la piena adesione del poeta all’Epicureismo, se egli abbracciò il movimento filosofico solo per un limitato periodo della sua vita per poi passare ad un altro, oppure se fu un intellettuale “eclettico”, che attingeva volentieri a molti orientamenti nello stesso tempo. Almeno per ciò che riguarda la riflessione sull’attore e sul teatro, pare che la terza ipotesi sia quella maggiormente suffragata dai testi. Orazio si ispirò consapevolmente a più orientamenti filosofici, mantenendo però una costante indipendenza intellettuale da tutti loro.

L’esposizione più articolata delle sue idee estetiche è conservata nella sua Arte poetica. Il compito del poeta posto nel trattato in versi è quello di ammaestrare l’uditore e insieme di dilettarlo (vv. 333-344), che corrisponde esattamente all’ideale delineato da Lucrezio nel Sulla natura delle cose. Ma mentre quest’ultimo identifica la sapienza da insegnare nella conoscenza dell’universo che libera da paure o turbamenti e attribuisce la causa del piacere all’ascolto dei versi, Orazio individua l’una in vari insegnamenti morali (la lode della frugalità, l’importanza di essere pii, ecc.), impartiti in particolare dal coro (come emerge anche da un estratto di libro II delle sue Epistole), e l’altro nella riproduzione “vera” dei personaggi drammatici sulla scena, che prende a modello sia la vita che le abitudini degli uomini concreti (vv. 309-318). Quando infatti il poeta raccomanda che «le cose immaginate allo scopo di dilettare siano verosimili» (v. 348), forse il poeta sta dichiarando che una rappresentazione non verosimile non diletta, dunque che è la verosimiglianza la ragione principale del godimento. A conferma di ciò, si può ricordare che, versi prima (vv. 99-113 e 153-178), Orazio sosteneva che l’uditore viene indotto a seguire con attenzione quanto avviene sulla scena e ad applaudire, quindi a partecipare alla rappresentazione con interesse e piacere, se e solo se l’attore recita fedelmente il carattere che impersona, ovvero se lo rispecchia alla perfezione emotivamente e persino anagraficamente. Se si intende ad esempio recitare bene la parte del vecchio adirato, l’attore deve essere appunto un vecchio che prova ira ed esprime il sentimento con adeguate parole, altrimenti l’uditore non sarà “catturato” e risponderà alla mala imitazione con grandi fischi o risa.

Il cuore di questo discorso era già stato in parte espresso dal Socrate dello Ione di Platone, che come si è visto forse esprime la posizione del Socrate storico e afferma che il rapsodo riesce a commuovere solo se è commosso, a impaurire solo se è impaurito. Mantenendo la debita cautela, si può supporre che una tale convergenza dipenda da un diretto riuso del dialogo platonico. Non a caso, la sapienza da cui Orazio fa dipendere il «bello scrivere» si alimenta soprattutto grazie ai «libri di filosofia socratica» (v. 310), che offrono la «materia» morale e forse anche estetica che il poeta provvederà poi a esprimere con la forma più giusta. Si può pertanto concludere, a livello molto ipotetico, che lo scopo dell’autore sia raggiungere l’ideale epicureo dell’ammaestramento unito a piacere con strategie e metodologie enucleate non da Epicuro, bensì da Socrate.
I riferimenti filosofici di Orazio non finiscono però qui, seppure va detto che essi figurano in contesti molto meno impegnati a livello teorico. Un altro importante interlocutore è Democrito. Orazio da un lato lo critica nell’Arte poetica, rimproverandogli di aver ammesso che la fonte della creazione del poeta sia l’ingegno privo di arte tecnica (i.e., una forma di follia e disequilibrio) più che l’ingegno unito ad arte tecnica, ma dall’altro lo cita con rispetto e partecipazione, quando attacca il cattivo gusto dei suoi contemporanei nel libro II delle Epistole. Egli sostiene che Democrito non potrebbe che ridere di questi poveri cialtroni, che vanno a teatro solo per passatempo e non anche per ammaestramento, per guardare un bell’apparato e non anche per ascoltare, per applaudire estasiati l’attore che indossa una lussuosa veste e non per sentirlo recitare.

Il secondo interlocutore filosofico che Orazio apprezza e cominceremo a conoscere dal prossimo appuntamento della rubrica è lo Stoicismo. Nel libro II delle Satire egli narra di come Damasippo – antiquario caduto in miseria per azzardate operazioni finanziarie e ritenuto perciò pazzo – fu trattenuto dallo stoico Stertinio dal suicidarsi, che gli mostrò come l’umanità intera è affetta da pazzia, ma non per questo deve rinunciare a vivere. La sua strategia persuasiva ricorre, tra le varie cose, al paragone esplicativo tra lo stolto che agisce da pazzo che non teme nemmeno i pericoli più lampanti e l’attore Fufio. Come il secondo non ascoltò i suoi colleghi attori mentre recitava la parte di Iliona nella tragedia omonima di Pacuvio, perché si addormentò sul palcoscenico per aver ecceduto con il vino la sera prima, così il primo non sente gli avvertimenti delle persone care, in quanto la sua mente è del tutto obnubilata dal suo disordine mentale. Il paragone tra lo stolto e l’attore potrebbe anche risalire ad Orazio, che in un’altra satira equipara il personaggio del parassita al mimo, ma potrebbe anche essere genuinamente stoica. Vedremo in seguito che gli Stoici più antichi equiparavano in effetti il saggio al buon attore, mentre possiamo già dire che l’idea che lo stolto è un folle infelice che deve continuare a vivere è confermata come stoica da una testimonianza di Cicerone.

In Orazio convive insomma una moltitudine di orientamenti disparati e divergenti, che tuttavia si integrano più che elidersi a vicenda, dando vita a una filosofia eclettica originale e nuova. Se volessimo provare a esplicare il tutto con un’immagine, potremmo paragonare il poeta-filosofo latino alla sinfonia. L’anima di una sinfonia non è né il violino, né la tromba, né la percussione, né il flauto, ma l’armonia di questi strumenti che suonano insieme. Allo stesso modo, l’ispirazione di Orazio non è né epicurea, né socratica, né democritea, né stoica, bensì è un concentrato elegante e ritmico di tali orientamenti rivali. La vocazione teatrale e filosofica del personaggio è dunque prima di tutto una vocazione sinfonica.

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Fra le speranze e le ansie, fra i timori e gli sdegni, tu fa’ conto che ogni giorno che spunta sia l’ultimo per te: sopravverrà gradita l’ora che non si attende. Se vuoi farti buon sangue, vieni a visitarmi, e mi troverai grasso e netto, con la pelle ben tirata, come un porcello del gregge di Epicuro (Orazio, Epistole, libro I, componimento 4, vv. 12-16)

Il fine dei poeti è di giovare, o di dilettare, o di dire a un tempo cose piacevoli e utili alla vita. Nell’impartir precetti sii breve; che la mente del discepolo li afferri sùbito e li ritenga tenacemente: tutto ciò ch’è superfluo trabocca dall’intelletto ricolmo. Le cose immaginate allo scopo di dilettare siano verosimili; né il dramma esiga che si presti fede a qualsiasi panzana; né dal ventre della strega, che l’ha divorato, estragga il bambino vivo e verde. Le centurie degli anziani deridono i drammi, che non contengono ammaestramenti; i cavalieri boriosi disprezzano le composizioni serie. Raccoglierà tutti i suffragi chi saprà contemperare con l’utile il dilettevole, offrendo spasso al lettore e insieme istruendolo (Orazio, Arte poetica, vv. 333-344)

Ma come ai bimbetti, quelli che li curano, l’amaro assenzio / avendo intenzione di dare, prima sopra gli orli stendono, / dintorno ai bicchieri, il dolce liquido biondo del miele, / perché venga l’età imprudente dei bimbetti ingannata / fino alle labbra, e frattanto fino in fondo si bevan l’amaro / sciroppo di assenzio e venendo imbrogliati non riportino un danno, / ma anzi in tal modo ristorati stiano bene, / così ora io, poiché questo sistema per lo più assai rigido / sembra essere a quelli che non l’han conosciuto, e indietro / si trae il volgo da esso, ho voluto per te, con le soavi parole / del canto delle Pieridi, esporre il nostro sistema / e quasi stendervi sopra il miele dolce delle Muse, / per veder se potessi in tal modo ritenere il tuo animo / con i nostri versi, finché tu colga tutta / l’intera natura, di quale figura ornata risulti (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro I, vv. 935-950)

Adempia parti di attore il coro e rivendichi le veci di personaggio; ma non intuoni negli intermezzi un canto, che non sia collegato e strettamente connesso con l’azione. Esso prenda le parti dei buoni e li consigli amichevolmente; raffreni gli uomini adirati e assuma le difese degl’innocenti; lodi le vivande d’una mensa frugale e i benefizi della giustizia e le leggi e la pace dalle aperte porte; esso custodisca i segreti affidatigli, preghi gli dèi, e domandi loro che la fortuna risollevi gli sventurati e abbandoni gli orgogliosi (Orazio, Arte poetica, vv. 193-201)

Il poeta dà forma al tenere e balbettante labbro del pargolo, e dalla prima età ne storna l’orecchio dai discorsi osceni; sùbito dopo, con amorevoli precetti ne plasma l’indole; ne corregge la rozzezza, l’invidia e l’ira; narra le lodevoli imprese; ammaestra con nobili esempi le novelle generazioni; dà conforto ai poveri e agli infermi. Da chi apprenderebbe le preghiere la vergine, insieme con gli innocenti fanciulli, se la Musa non donasse loro il poeta? Il coro propizia l’aiuto degli dèi e sente favorevoli i numi, quando in voce carezzevole, con l’inno artisticamente composto, implora le piogge dal cielo, allontana le malattie, respinge i tremendi pericoli, e impetra la pace e l’anno ricco di biade: col canto si placano gli dèi celesti, col canto gli dèi dell’Averno (Orazio, Epistole, libro II, componimento 1, vv. 126-138)

Inizio e fonte dello scriver bene è la sapienza. I libri della filosofia socratica potranno fornirti l’argomento; e alla materia, convenientemente predisposta, senza sforzo terrà dietro la forma. Chi apprese quali siano i doveri verso la patria, quali verso gli amici; di quale affetto si debba circondare il padre e il fratello e l’ospite; quale sia l’ufficio del senatore e quale del magistrato; quali le attribuzioni del generale inviato alla guerra; quegli saprà certamente assegnare a ciascun personaggio gli atti che gli s’addicono. A chi studia ritrarre dal vero consiglierò di rispecchiare la vita e l’abitudine degli uomini; e da quelle ricavare i termini appropriati (Orazio, Arte poetica, vv. 309-318)

Non basta che le composizioni poetiche siano belle: devono anche esser commoventi e tali da trascinare, dove vogliono, l’attenzione degli uditori. Come a chi ride risponde col riso, così a chi piange si conforma il volto degli uomini. Se tu vuoi che io mi addolori, bisogna che prima ti rammarichi tu stesso: solo allora mi commuoveranno le tue disavventure: ma se tu, Telefo o Peleo, reciterai male la tua parte, io sonnecchierò, o mi metterò a ridere. Alla persona afflitta s’addicono parole meste; all’adirato, minacciose; giocose a chi scherza; sostenute all’uomo severo. La natura infatti prima atteggia dentro l’animo, secondo le diverse contingenze; e ci rallegra, o ci muove alo sdegno, o ci prostra e ci tormenta con profonda angoscia; poi esprime i varii sentimenti con fedele linguaggio. Se i detti saranno discordanti dalle vicende dell’attore, nobili e plebei scateneranno le risa sguaiate (Orazio, Arte poetica, vv. 99-113)

Ascolta ora quali siano le esigenze del popolo e le mie. Se vuoi che lo spettatore ti applaudisca e si trattenga per tutta la rappresentazione, e resti a sedere fino a quando il cantore dica: “Applaudite”, a te conviene osservare le tendenze di ciascheduno dei personaggi e assegnare atti dicevoli all’indole e all’età di essi. Il fanciullo, che sa appena formar le parole e muovere sicuramente i primi passi, ama giocare con gli altri bambini, e si adira e si placa a capriccio, e muta i suoi gusti da un’ora all’altra. Il giovane imberbe, libero alfine dal precettore, si diletta dei cavalli e dei cani e degli esercizi sull’erboso Campo di Marte; facile a cadere nel vizio, sgarbato con chi l’ammonisce, lento a procacciarsi le cose utili, prodigo del denaro, generoso negl’impeti, pieno di desidèri e pronto ad abbandonare le cose desiderate. Con diversa inclinazione, l’età e la mente dell’uomo adulto cerca le ricchezze e le amicizie, appetisce gli onori, e si guarda dal fare quello che poi stenti a modificare. Cento molestie sopraggiungono al vecchio, o perché tende ad acquistar beni e, da taccagno, risparmia quelli che ha radunati e ha timore di usarne, o perché tratta tutti gli affari freddo e sospettoso, rinviandoli al giorno dopo; lento a crearsi illusioni, accidioso e cupido del bene avvenire, diffidente, brontolone, lodatore del tempo passato, quand’era fanciullo, ammonitore e censitore dei giovani. Così gli anni al loro giungere arrecano molti beni, e molti portano via al loro partire. Che non si assegnino dunque al giovane parti da vecchio, né da uomo maturo al fanciullo; ma a ciascuno si serbi il contegno adatto e proprio dell’età (Orazio, Arte poetica, vv. 153-178)

Poiché Democrito ritiene più importante l’ingegno che la meschina arte, ed esclude dall’Elicona le persone equilibrate, gran parte dei poeti non cura di tagliarsi le unghie né la barba, e cerca i luoghi reconditi ed evita i bagni (Orazio, Arte poetica, vv. 295-298)

Spesso avvilisce anche il poeta e lo spaventa, per ardito che sia, il fatto che gli spettatori, maggiori di numero, ma inferiori per merito e per condizione, ignoranti sciocchi e pronti a venire a pugni, se i cavalieri la pensano diversamente, nel bel mezzo d’una recita domandano o gli orsi o i pugili: perché è tale la passione della genterella. Vero è che, anche fra i nobili, il gusto è passato tutto dagli orecchi agli occhi, i quali vagano qua e là per mero passatempo. Il sipario resta abbassato per quattro ore o più, mentre sul palcoscenico s’incalzano torme di cavalieri e schiere di fanti; quindi si traggono, con le braccia avvinte al tergo, sovrani sventurati; corrono bighe e cocchi e carri a quattro ruote e navi; e si trasportano in preda arche d’avorio, e in preda tutta Corinto. Se fosse ancor vivo, avrebbe ben da ridere Democrito, sia che attragga gli sguardi della moltitudine una pantera, che abbia la figura mescolata con quella d’un cammello, sia che l’attragga un elefante, bianco di pelle; ma più attentamente degli stessi spettacoli osserverebbe il pubblico, come quello che offre assai maggiore interesse; concludendo infine che gli scrittori raccontano la loro favola a un asinello sordo. Infatti qual voce fu mai capace di dominar lo strepito, che producono i nostri teatri? Tu crederesti di udir muggire al vento i boschi del Gargano o il mare Tirreno: tale è il frastuono, con cui si assiste all’opera, e agli artifizi della scena, e alla ricchezza delle vesti straniere, di cui ammantato, appena l’attore comparisce in iscena, scoppiano d’ogni parte gli applausi. “Ha detto qualcosa finora?”. “Neanche una sillaba”. “E allora, che applaudiscono?”. “Il vestito il quale, con le tinte di Taranto, riproduce il colore delle viole”. Acciocché tuttavia tu non ritenga che io faccia malignamente le lodi di un genere, dal quale io stesso rifuggo, mentre altri lo trattano a dovere, dichiaro che, a parer mio, sa camminare sopra una corda tesa il poeta, il quale con le sue fantasie mi agita il petto, e l’irrita, lo calma, lo riempie di vane paure, come un mago, e mi trasporta con l’immaginazione ora in Tebe, ora in Atene (Orazio, Epistole, libro II, componimento 1, vv. 182-213)

Eh! caro mio, non farti illusioni: tu pure farnetichi, e gli uomini comuni quasi tutti; se qualcosa di vero prèdica Stertinio, dal quale io [Damasippo] ricopiai, fedele discepolo, questi precetti meravigliosi nel tempo che, dandomi conforto, mi ordinò di far crescere questa barba filosofale e tornarmene rasserenato dal ponte Fabrizio. Perché, volendo io, dopo il mio tracollo, avvolto il capo, precipitarmi nel fiume, mi apparve alla destra, dicendo: «Guàrdati dal far cosa indegna di te! Un malinteso pudore ti conturba, che fra tanti matti ti fai scrupolo di passar per matto. Innanzi tutto, vediamo che cos’è la pazzia: se allignerà in te solamente, non aggiungerò parola, perché tu muoia da forte. Ma chiunque nella sua cecità sia trascinato dalla crassa ignoranza e inesperienza del vero, la scuola di Crisippo e i seguaci definiscono pazzo. Questa definizione comprende intere popolazioni e potenti monarchi, fatta eccezion del sapiente. Ora apprendi come gli uomini, che a te han dato il nome di pazzo, dànno nelle girandole non meno di te. Come in una foresta, dove qua e là sparpagliati i viandanti smarriscono il retto sentiero, e quello va a sinistra, mentre questo va a destra, e tutti e due sbagliano, ma un identico errore li conduce in diversa direzione: tu ritieniti pazzo a questo modo, che chi ti schernisce, per niente più assennato di te, si tira dietro appiccata la propria coda. V’è una classe di sciocchi, che teme di cose, che non fanno assolutamente paura, come chi in aperta campagna si lagni che lo minaccino fuochi, rupi o corsi d’acqua. Un’altra classe di persone, contraria a questa, ma niente più saggia, è di chi si precipita in mezzo agli incendi e in mezzo ai fiumi: lo chiamerà l’amica, la veneranda madre, la sorella coi parenti, il padre, la moglie: “Qui c’è una larga fossa; qui un’altissima rupe: sta’ attento”. Non darà ascolto più di Fufio [l’attore], quella sera che, avendo alzato il gomito, mentre rappresentava Iliona addormentata, fu preso da un sonno così duro, che non sentì, pur essendo mille e duecento i Cazieni che gridavano: “Aiuto, o mamma!”» (Orazio, Satire, libro II, componimento 3, vv. 31-62)

La virtù è nel mezzo dei due vizi, e lontana dall’uno e dall’altro. Il parassita, chinandosi più del giusto, e occupando l’infimo divano, teme così il cenno del signore, così ne trasmette gli ordini e ne raccoglie le parole che gli cadono di bocca, che tu lo crederesti uno scolaro, il quale reciti la lezione al burbero maestro, ovvero un mimo addetto a svolgere le seconde parti. Il rustico il più delle volte fa questioni di lana caprina, e le sostiene armato di cavilli: “Non volete dunque credermi a prima giunta? e ch’io non gridi ben alto quel che mi garba? una seconda vita in prezzo del silenzio non vale per me tanto”. E di che si disputa? Se abbia più metodo Castore o Docile: se per Brindisi sia più comoda la via Minucia o la via Appia (Orazio, Satire, libro I, componimento 18, vv. 9-20)

Siccome tutti i doveri traggono origine da questi principi, non è avventato sostenere, che a tali principi vada ricondotto ogni nostro pensiero, ivi compresa anche la decisione di vivere o di morire. L’uomo in cui prevalgono i tratti che sono conformi a natura ha il dovere di restare in natura; invece quello in cui prevalgono gli aspetti che sono o minacciano di essere contrari a natura, ha il dovere di lasciare questa vita. Da ciò si deduce che può essere dovere del sapiente andarsene dalla vita pur essendo beato, e viceversa dovere dello stolto restare in vita pur essendo infelice. Infatti, quel bene e quel male… sono conseguenze: ciò che cade inizialmente sotto il giudizio e la scelta del saggio è il concetto di naturalità, cioè se una cosa sia conforme o contraria a natura: è questo l’oggetto, per così dire, la materia specifica della saggezza. Pertanto, il criterio per decidere se vivere o morire deve essere affidato a quei principi di cui abbiamo detto. Infatti, chi possiede la virtù non è tenuto in vita dalla sua virtù, né chi è privo di virtù deve solo per questo desiderare la morte. E spesso è dovere del saggio lasciare questa vita pur nel pieno della sua felicità, se può farlo nella maniera dovuta. Questo loro pensano: che l’opportunità consista nel vivere felicemente e cioè nel vivere in consonanza con la natura; e pertanto la saggezza può persino intimare al saggio di lasciarla, se questo è utile. Ora, siccome i vizi non hanno il potere di indurre a darsi volontariamente la morte, è evidente che è dovere degli stolti restarsene in vita, anche se in sommo grado infelici, se per la maggior parte di sé si trovano nella condizione che noi definiamo in accordo con la natura. E dato che lo stolto, che viva o che muoia, resta sempre infelice allo stesso modo, né un eventuale prolungamento della vita gliela renderebbe più odiosa, non è immotivata la loro affermazione che chi ha la prospettiva di fruire ancora di molti beni naturali deve restare in vita (Cicerone, Sui confini dei beni e dei mali, libro III, § 18.60-61 = Frammenti degli stoici antichi, libro III, fr. 763)

[La traduzione in prosa dei versi di Orazio è tratta da Tito Colamarino, Domenico Bo (a cura di), Quinto Orazio Flacco. Le opere, Torino, UTET, 1969. Di Lucrezio, cito sempre Enrico Flores (a cura di), Titus Lucretius Carus. De rerum natura, 3 voll., Napoli, Bibliopolis, 2002-2009. Infine, la testimonianza di Cicerone si trova in Hans von Arnim (a cura di), Stoici antichi. Tutti i frammenti, introduzione, traduzione e note di Roberto Radice, Milano, Bompiani, 2006]

Enrico Piergiacomi

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