Teatro in video. David Bowie e il Baal di Brecht

Teatro in video 28° appuntamento. David Bowie protagonista di una edizione televisiva di Baal di Bertolt Brecht.

L’estetica porcellanata da figura romantica, l’estrema disciplina dell’ambiguità, il disturbo del genio, la razionalità dell’icona pop, la vocazione naturale alla provocazione, l’immondo fascino del rock eppure in qualche modo nulla di tutto questo e chissà quanto altro ancora. All’ambasciatore terreno dell’uomo delle stelle Ziggy Stardust, all’esoterico Duca Bianco, a Jareth re dei Goblin, a David Bowie sarebbe facile tributare omaggi, elogi, ricordi il cui pericolo di malinconia o peggio di encomio postumo ora più che mai rischierebbe di puzzare di naftalina, fallendo già in poche righe quanto tutta un’esistenza è servita a fallire: un passaggio dozzinale, modesto. Dei suoi anni in Germania (dove si trasferisce dal 1976 al 1979 circa), della collaborazione con Brian Eno, resta traccia su disco per la cosiddetta “trilogia berlinese” (Loe, Heroes, Lodger), ma forse a ben guardare anche in Baal, EP all’interno del quale sono contenute le registrazioni delle canzoni che lo hanno visto protagonista di un’edizione televisiva dell’omonima pièce di Bertolt Brecht andata in onda per la BBC nel febbraio del 1982. Cardine delle teoriche teatrali contemporanee, guru del teatro politico, autore di – solo per citarne alcuni – Vita di Galileo, L’opera da tre soldi (con Kurt Weill), La resistibile ascesa di Arturo Ui  e L’anima buona del Sezuan, il regista tedesco è il sacerdote del famoso verfremdungseffekt (effetto di straniamento). Prima opera del drammaturgo per molti aspetti diversissima dalle altre e non per questo di minor “rottura” a suo tempo, il testo del 1919 deriva dal Der Einsame di Hanns Johst, di cui costituisce volontariamente un contrappunto. Tra fascinazioni nietzschiane e di decadentismo francese, il protagonista, poeta e critico teatrale in un rapporto quasi metonimico, si abbandona nichilisticamente alla distruzione e all’autodistruzione, in un percorso di soddisfazione degli istinti e di ricongiungimento alla propria natura primaria.
Lo sguardo spezzato, duplice, interrotto per caso e per fortuna tra un’iride ceruleo e l’altro bruno, come due emisferi della crisi intesa nel suo senso etimologico (dal greco krino cioè “separare, discernere”), nella perenne diafania di una crisalide sull’orlo della mutazione: dal palco alla scena, dal misticismo alla dissacrazione, tra la vita e la sua rappresentazione, dagli apogei ai limiti della distruzione, fra esaltazione, paranoia e normalizzazione sino alla rivelazione umana della fine. Quindi molto più vicino a un poeta di quanto si potesse credere.
Per raccontare un’epoca attraverso il tempo, ogni tempo in fondo ha bisogno del suo eroe, poi ci pensano l’arte e la storia a servirsi di loro, a unirli e farli simili.

Marianna Masselli

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