Il Fus e la Commissione Prosa. Intervista a Lucio Argano

Il Fus con l’applicazione del DM 1 luglio 2014 ha modificato l’accesso ai contributi ministeriali per lo spettacolo dal vivo determinando numerosi cambiamenti nella mappa del teatro finanziato dallo Stato. Nel numero 1/2016 di Hystrio è presente un importante e corposo dossier sull’argomento, curato da Claudia Cannella e Diego Vincenti, riportiamo qui l’intervista di Andrea Pocosgnich al presidente della Commissione Consultiva Teatro, Lucio Argano, intitolata, nella versione cartacea, “Dentro la fortezza: cosa è successo,cosa succede e cosa (forse) succederà?”

fus teatro decreto cultura grid bnCominciamo dai Teatri Nazionali. Come siete arrivati a decretarne sette?
Si è arrivati a questo numero perché i progetti lo giustificavano. Non c’era un numero prefissato anche se prima delle assegnazioni molti
sostenevano che dovessero essere di meno. Il tema è che il Decreto non fornisce indicazioni precise su cosa debba essere un Teatro Nazionale. Quindi la Commissione, a cui è stato chiesto di riconoscere in primis questi soggetti, si è dovuta dotare di linee guida per cercare di leggere i progetti e connotare così la qualità di Teatri Nazionali, altrimenti sarebbe bastato avere i numeri richiesti dall’articolo del DM. La griglia è stata pubblicata sul sito del Ministero prima della valutazione. Così è stato anche per i Tric. Questa griglia aveva dei sotto-criteri che erano sostanzialmente la traduzione degli obiettivi operativi dell’allegato B del Decreto. Sulla base di queste linee guida abbiamo esaminato i progetti: c’erano dieci candidature, sette rientravano, secondo noi, in questi criteri e per questo le abbiamo varate. Sicuramente qualche progetto escluso aveva delle potenzialità, come Palermo ad esempio, che però non sono state sufficienti a convincerci per il riconoscimento. Palermo sta lavorando intensamente e con grande serietà per raggiungere, il prossimo triennio, questo traguardo.

Quali erano questi elementi di potenzialità?
A questo non posso rispondere, è tutto nei verbali.

Sembra chiaro che sia mancato un retroterra culturale e teorico che potesse chiarire ruolo e sostanza di questi nuovi soggetti chiamati Teatri Nazionali. Cosa ne pensa?
C’è un problema a monte. Non è colpa del Decreto. Manca una legge organica sul teatro e da sempre. Il Decreto è un provvedimento amministrativo e regolamenta i meccanismi di concessione dei finanziamenti, ma non ha il compito di fare politica culturale. Se ci fosse stata una legge, questa avrebbe disegnato il sistema dando delle indicazioni più chiare. “Teatro Nazionale” è un sostantivo più un aggettivo, ma bisognava capire cosa significasse. In Francia, ad esempio, è chiaro in modo nitido cosa sia un Teatro Nazionale perché appartiene alla storia teatrale e culturale di quel Paese. Qui invece è stata fatta una scelta per indicare una categoria di teatri che avessero determinate caratteristiche, ma più di natura strutturale e amministrativa, e la Commissione ha dovuto interpretare i progetti e capire quali rientrassero nelle linee guida. Ci sono progetti per i quali era un po’ scritto nella loro storia che fossero più vicini a quelle linee, come il Piccolo ad esempio, altri rappresentano dei tentativi progettuali interessanti e nuovi che non abbiamo voluto escludere rispetto all’idea di Teatro Nazionale che perseguivamo. Su questi ultimi naturalmente c’è un’attenzione e un’osservazione maggiore per capire se effettivamente rispetteranno quello che hanno dichiarato di voler fare nel progetto. Quindi vedremo al primo consuntivo.

Avete subito qualche tipo di pressione nello svolgimento del vostro lavoro?
Abbiamo lavorato molto tranquillamente: la Commissione non si è fatta né sollecitare né condizionare. Certo, quando sono state rese pubbliche le decisioni, ci sono state delle proteste. La città di Genova, per esempio, è rimasta molto delusa data l’importanza del suo Teatro Stabile, quindi l’opinione pubblica e altre forze cittadine hanno chiesto il perché di una decisione negativa in merito al mancato riconoscimento a Teatro Nazionale, quando la risposta era nel progetto. Però, ripeto, non abbiamo avuto sollecitazioni, condizionamenti o pressioni. Con il Decreto la Commissione assume anche una maggiore autonomia; dunque nessuno ci ha detto quello che dovevamo fare e abbiamo agito in coscienza e sulla base degli strumenti dati dal Decreto.

Non pensa che la drastica limitazione delle tournée e delle coproduzioni rischi di creare degli squilibri tra i diversi territori?
Su questo argomento il Ministero sta facendo le proprie riflessioni. Tutta una serie di elementi che sono saltati agli occhi li abbiamo messi in evidenza nel nostro documento del 4 dicembre 2015. Confidiamo che alcuni miglioramenti in tal senso possano essere già adottati dal Ministero, sentita anche la Conferenza Unificata delle Regioni e delle Città per il biennio 2016-2017. Vediamo cosa sarà possibile prima dell’apertura alle nuove domande senza alterare le regole del gioco.

Alcune realtà storiche sono state penalizzate. Come ha inciso la storicità nella creazione di un profilo qualitativo dei soggetti?
La storicità non è un elemento portante del Decreto, che ha una tabella di altri indicatori con i quali noi abbiamo attribuito i punteggi. È evidente che si è tenuto conto della rilevanza artistica, che per un soggetto può derivare anche dalla storicità. Noi lo abbiamo scritto chiaramente nel documento del 4 dicembre 2015: il Fus non è un diritto acquisito, grazie al quale una volta che ce l’hai te lo tieni in eterno. Il Fus è denaro dei cittadini, della collettività, e va agganciato ai progetti e alla loro qualità. Qualcuno ha pensato, essendo un soggetto storico, di averne diritto pur avendo magari un progetto debole, la Commissione non è stata di questo avviso.
Ma questa era anche un’indicazione molto chiara sia del Decreto che dell’Amministrazione. Ed era lo scopo per cui è stata emanata una nuova disposizione di legge. Rompere la cristallizzazione e le rendite di posizione. La storicità può rientrare quando si valuta l’indicatore relativo alla direzione artistica. Poi c’era anche da considerare la tenuta, la stabilità del soggetto dal punto di vista organizzativo. Ma dal punto di vista del consolidamento del contributo rispetto al passato no. L’unico elemento dove ha giocato un criterio storico è relativo alla salvaguardia del 70% del contributo dell’anno precedente per i soggetti riconosciuti ammissibili.

Quali sono stati gli errori o i limiti ricorrenti nei progetti presentati?
Tendenzialmente abbiamo notato una certa debolezza dei progetti: nel senso che, salvo alcune realtà, forse più abituate a stendere i progetti in un certo modo, forse perché con una maggiore consuetudine con i bandi delle amministrazioni e i progetti europei, la gran parte dei soggetti ha affrontato il Decreto con una certa immaturità dal punto di vista progettuale; questo senza togliere nulla alle proposte artistiche o al valore dei soggetti stessi.

Tra le modifiche da voi suggerite nella relazione, quali sono, secondo lei, quelle da attuare con più urgenza?
È un discorso lungo, bisognerebbe fare un ragionamento su ogni meccanismo. Comunque a noi è sembrato che forse il peso della qualità, che vale un terzo, fosse una quotazione bassa rispetto al peso della base quantitativa e della qualità indicizzata. Noi incidiamo sostanzialmente per un terzo e di questo terzo, poi, i punti sono ripartiti su varie voci. Quindi probabilmente nel lavoro di analisi che sarà fatto sull’efficacia del Decreto sul triennio è possibile che qualche elemento sarà rivisto. Un nostro suggerimento in prospettiva è quello di equilibrare i punteggi aumentando il peso della qualità artistica e riducendo quella indicizzata. E mi sembra sia una riflessione condivisa anche da alcune categorie. Poi bisognerebbe vedere come ottimizzare gli indicatori e le attribuzioni dei punteggi.

Le Commissioni svolgono un lavoro totalmente gratuito. Non trova che sia sbagliato, soprattutto in una fase così complessa, nella quale veniva applicato un nuovo regolamento?
In passato c’era un gettone di presenza, se non sbaglio, di circa 30 euro lordi a seduta. Poi questa indennità è stata cancellata. È chiaro che, quando ognuno di noi si è candidato a commissario, lo ha fatto con un certo spirito di servizio e senza immaginare che sarebbe stato così oneroso e problematico, però allo stesso tempo le dico che io personalmente avrei qualche difficoltà a essere pagato per questo lavoro. Penso che sia anche doveroso ogni tanto fare qualcosa in una direzione più collettiva. Certo, abbiamo subito molte polemiche, attacchi e a volte insulti, molto ingenerosi se si pensa all’impegno, al lavoro, alla fatica e appunto al fatto che ciò è avvenuto gratuitamente. È evidente che è stata una vicenda più complicata di quello che si immaginava e quindi necessariamente ha portato alle incomprensioni che conosciamo. Però la Commissione non si è mai domandata se sarebbe stato diverso con la gratifica di qualche decina di euro la fatica. Quindi va bene così.

Andrea Pocosgnich

Articolo apparso su Hystrio 1/2016. Per gentile concessione.

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Scarica il documento con la Relazione finale della Commissione Teatro per il 2015

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