Gli Angeli impietosi di Filippo Gili

Angeli, scritto e diretto da Filippo Gili debutta al Teatro Argot Studio. Recensione

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

Già a partire dall’anno scorso, il Teatro Argot Studio iniziava a spiccare quel fatidico volo in occasione dei suoi trent’anni, anniversario festeggiato con un fitto cartellone di eventi significativi comprendente non solo spettacoli teatrali e sviluppato su due linee: da un lato l’inserimento di testi inediti di drammaturgia contemporanea e dall’altro la rilettura di grandi opere classiche. La forte spinta produttiva – frutto inoltre del lavoro sinergico con il Teatro dell’Orologio e Carrozzerie not – volta a sostenere gli sforzi creativi, sta delineando una nuova natura dello spazio di Trastevere, capace di scommettere e di rischiare in questo progetto triennale 2015-2017: una svolta finalizzata proprio a smuovere una situazione di stallo, investendo con tutte le energie nella follia di un salto. Necessario.

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

Anche Angeli, il progetto di Uffici Teatrali scritto e diretto da Filippo Gili, rientra nel novero Argot Produzioni. Programmato in queste due settimane, il debutto assoluto ha visto alla prima di martedì scorso la presenza di un numeroso gruppo di colleghi vicini al regista e agli attori Pier Giorgio Bellocchio e Arcangelo Iannace. Nei panni di autore, Gili ha all’attivo in questi primi mesi dell’anno un altro debutto, forse il più atteso, ovvero quello relativo a L’ora accanto (inserito nella rassegna Dominio Pubblico 2016), ultimo capitolo della Trilogia di mezzanotte diretta da Francesco Frangipane. Secondo debutto quindi, programmato la prossima settimana al Teatro dell’Orologio e inserito in un percorso monografico.
Ci sono gli amici, i colleghi, i genitori (notiamo un divertito Bellocchio senior) e il pubblico, il quale non può fare a meno di accorgersi dell’aria di complicità che riempie la sala.
Siamo a casa di Angelo Colautti (Iannace). Disordine e solitudine: un cartone di pizza con resti della sera prima, bottiglie di birra, buste di plastica, scarpe accanto ai due divani bianchi posti l’uno di fronte all’altro, un angolo bar, qualche quadro, qualche foto di tempi andati. Oggetti scenici che riempiono uno spazio d’azione questa volta prolungato nel foyer, dove i due attori vanno e vengono durante lo spettacolo, uscendo, solo visivamente, di scena.
Insomma, un salotto abbandonato di uno scapolo di quarant’anni. Angelo sembra non avere nessuna compagna, allontanatosi dalla famiglia è rimasto solo, non chiama gli zii, non parla con le sorelle (con le quali in fondo non ha mai avuto un bel rapporto). Indossate un paio di sneakers ai piedi, pantaloni, gilet e una maglietta di Homer Simpson che mangia un donut, il nostro uomo insoddisfatto è pronto per uscire. Ed ecco invece che quella sua fetta di vita, fredda come la fetta di pizza avanzata e ora da buttare, sta per essere scossa.

Foto di Manuela Giusto
Foto di Manuela Giusto

Elegante, col faccino pulito, una casta maglietta bianca a collo alto, due bretelle e pantaloni neri: un angelo, vero, si palesa a casa di Angelo. Dopo lo stupore e l’incredulità iniziale, retta da una spassosa serie di battute inanellate l’una all’altra con precisione ritmica e energica intensità, l’angelo sta per inondare il povero, ora non più, Colautti di un’immensa fortuna. Peccato che questo dipendente dell’aldilà, raccomandato dal famoso Gabriele, pare si sia dimenticato cosa lo (s)fortunato dovrà fare per guadagnarsi lo straordinario premio.
Disperazione e panico; la narrazione dapprima in caduta libera rapida e concitata si arresta, assumendo i registri e i tempi dell’assurdo col suo agire che non procede da nessuna parte. Bloccata nel paradosso di uno scherzo, tragico per il nostro Colautti che tra ingenuità, tenerezza e strenua convinzione di ottenere ciò che gli è stato promesso, tenterà, davvero, l’impossibile. La postura di Iannace è perfetta nella forma assunta e appartiene a colui che, sebbene timoroso delle scelte divine, tende a ingraziarsele e ad afferrarle: baricentro basso tutto spostato sulle gambe che piegate fungono da contrappunto alle braccia, aperte coi palmi rivolti verso l’esterno come a parare lo stupore, pauroso, per l’insolito incontro.

Una ingegnosa boutade, direbbero i francesi, dalla penna impetuosa che, solo nella parte dedicata agli sforzi di Angelo per far tornare la memoria al degenerato vicario di Dio, rallenta impantanandosi in una sequenza forse superflua al racconto. Alto e slanciato in tutta la sua fierezza, Bellocchio sorprende e sbaraglia gli spettatori per la sua candida aplomb, col volto pulito, aggraziato ma rigato poi da scatti isterici di ira, rivelandosi verso il finale un angelo sì, ma perfidamente irreprensibile. Una prova mirabile da parte di entrambi i protagonisti, per molteplicità di toni e sfumature caratteriali tratteggiate da un’empatica naturalezza. Io se fossi Dio diceva qualcuno, ebbene probabilmente si sarebbe divertito a scombussolare le vite altrui, dando loro la speranza di un cambiamento, un premio alla fatica quotidiana, per poi dimostrare come, sin dalla notte dei tempi, gli dei continuano a prendersi gioco degli umani ridendo delle loro misere disgrazie.

Lucia Medri

ANGELI
di Filippo Gili
con Pier Giorgio Bellocchio, Arcangelo Iannace
regia Filippo Gili
aiuto regia Silvia Picciaia
produzione Argot Produzioni
un progetto di Uffici Teatrali

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