Teatrosofia #28. Lucrezio, la maschera e la paura della morte

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Ultimo appuntamento dedicato a Lucrezio e alla paura della morte.

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

 

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TeatrosofiaUno degli obiettivi principali della filosofia epicurea è eliminare la paura che gli essere umani provano verso la morte, alimentata, tra le varie cose, dalla falsa credenza della possibilità di una vita nell’oltretomba, dove ciascuno riceverà la giusta ricompensa per le azioni compiute, oppure vagherà lungo lo Stige senza più sensazione e intelletto. Il libro III del De rerum natura di Lucrezio è tutto teso a questo compito, che raggiunge dimostrando la mortalità dell’anima e l’infondatezza delle nostre apprensioni. Una vita molto breve ma condotta degnamente ci offre lo stesso piacere di una lunga esistenza, sicché la morte non va temuta perché non compromette nulla a chi sa vivere con piacere intenso perfino un singolo minuto.

La riflessione lucreziana si apre con un articolato proemio, che nei vv. 31-58 prende di mira alcuni avversari dell’Epicureismo, che sono incongruenti rispetto a quanto proclamano. Costoro dicono che è meglio morire, piuttosto che vivere male e trascinarsi nella malattia. Inoltre, dichiarano di sapere che l’anima è mortale – essendo solo sangue che si essicca con la morte o vento che si disperde con l’ultimo respiro – pertanto implicitamente riconoscono che non ci sarà un giudizio delle anime o un Ade in cui vagare dopo la propria dipartita. Tuttavia, nell’attimo in cui questi individui subiscono qualche male imprevisto (ad esempio, un esilio), essi non solo non lasciano la vita che è divenuta per loro odiosa, ma addirittura pregano i morti e gli dèi dell’oltretomba, chiedendo loro qualche anno in più alla loro esistenza tormentata e rivelando di temere la morte più di ogni altro. Il loro comportamento è paragonato da Lucrezio a una cattiva recita che non dura a lungo. Per usare le parole del poeta: «strappata è la maschera, resta la realtà».

Due sono le interpretazioni possibili di questo celebre verso. La prima va a detrimento di Lucrezio stesso. Il poeta forse intende dire che i suoi avversari avevano finora “finto” di essere sprezzatori della morte, e il male dell’esilio da cui vengono colti rivela finalmente i loro autentici terrori. Se tale è la posizione di Lucrezio, occorre concludere che egli confonda il concetto di “ipocrisia” con quello di “recitazione” (distinzione già posta nel primo appuntamento di questa rubrica), quindi che il suo paragone sia fondato su un imbarazzante equivoco.

Ma secondo un’altra lettura il poeta intende i suoi avversari come attori che abbandonano il loro ruolo proprio nel momento in cui sarebbe arrivato il momento di rappresentare la morte del loro personaggio, per paura di fallire o perché si scoprono inadeguati a recitare quest’ultima difficile scena. Il paragone con la maschera servirebbe così, al contrario, per mostrare che il loro inganno risiede nel promettere falsamente agli altri che interpreteranno degnamente il ruolo della persona che lascia serenamente la vita, pur di non vivere male. Indirettamente, questo argomento direbbe che il saggio epicureo sa invece scegliere la morte e interpretare fino in fondo la parte del coraggioso. Un simile comportamento di fronte alla morte in termini di recita sarà ripreso, circa un secolo dopo Lucrezio, dall’imperatore Ottaviano Augusto, che secondo Svetonio vide la sua vita come una messa in scena, in cui l’atto finale e conclusivo è appunto il morire.

La lettera del testo sembra dare più credito alla prima interpretazione. Lucrezio parla di «voci veraci» coperte dalla maschera e che erompono con toni alti quando l’inganno viene abbandonato. A questa notazione, andrebbe poi aggiunto che nessun testo epicureo paragona mai il saggio al buon attore. Quando gli Epicurei ricorrono a metafore teatrali, lo fanno o in termini molto generici (è il caso della testimonianza di Seneca, secondo cui Epicuro paragonava il gruppo di ricerca epicureo a un teatro con pochissimi spettatori), oppure usando la metafora del bravo spettatore. Il saggio è considerato, sempre da Epicuro, come colui che non si lascia ingannare dal “coro” dei beni di fortuna e li vede per quello che sono, ossia come oggetti transitori che sono solo principio di bene o di male e su cui non bisogna fare eccessivo affidamento. Inoltre, stando alla testimonianza di Cicerone, egli è un uomo che lascia con serenità la vita che sta per finire, esattamente come uno spettatore abbandona senza ansie lo spettacolo che sta per concludersi.

Forse però la seconda interpretazione può essere mantenuta con un piccolo correttivo. Lucrezio potrebbe anche dire che il saggio è un attore che recita bene la parte del bravo spettatore, che lascia il teatro a sipario chiuso. Mentre lo stolto avversario dell’Epicureismo è uno che la rappresenta male, o non fino in fondo; colui che decide, di fronte al termine dello spettacolo, di imprecare contro gli artisti e di mordere con rabbia le tele del sipario, affinché gli diano altre cose da vedere e ascoltare, gli allestiscano senza sosta scene su scene.

Lo spettacolo è bello se è intenso e dura poco, direbbe un coraggioso Epicureo. E vi è teatro quando un uomo accetta questa finitezza, decidendo di goderla bene fino in fondo e senza indugi, ridendo di fronte alla morte, paragonandola, per riprendere la parole di Diogene di Enoanda, a una seconda maschera scenica: una che rappresenta un mostro dai denti aguzzi, ma che non può mordere nessuno. Unendo le due immagini insieme, potremmo concludere che il saggio è un attore tutto particolare. Infatti, è una maschera che strappa alla morte la sua maschera tragica.

 

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E poiché ho spiegato quali siano i primordi di tutte / le cose, e quanto differenti nella varietà delle forme / spontaneamente si muovano veloci sotto la spinta di un eterno moto / e in che modo possano tutte le cose da questi essere create, / proprio secondo questi principi la natura dell’animo e dell’anima / sembra che si debba ora chiarire nei miei versi, / e quel famoso timor dell’Acheronte vada buttato via in tutta fretta / che fin dalle estreme fondamenta turba la vita umana, / ogni cosa avvolgendo del nigror della morte, né alcuno / lascia che sia limpido e puro piacere. / Giacché il fatto che spesso gli uomini dicono doversi temere / i morbi e una vita nell’infamia piuttosto che il Tartaro di morte, / e che essi sanno che la natura dell’animo è di sangue / o anche di vento, se a caso così vogliono che sia, / e per nulla hanno bisogno dei nostri ragionamenti, / di qui puoi comprendere che tutto è vantato per amor / di lode più che per il fatto che la cosa in sé si approvi. / Gli stessi, profughi dalla patria e mandati in esilio lontano / dalla vista degli uomini, bruttati da turpi colpe, / afflitti da ogni sventura infine pur vivono, / e dovunque tuttavia infelici son giunti ai lor morti fan sacrificio, / e ammazzano neri animali e agli dèi Mani / offron sacrifici e nelle asperità della vita con molta / maggior cura alla religione rivolgono gli animi. / Per cui conviene di più un uomo osservare negli incerti / pericoli e nelle avversità conoscere qual sia; / infatti voci veraci allora infin dal profondo del petto / vengono emesse e strappata è la maschera, rimane la realtà (Lucrezio, Sulla natura delle cose, libro III, vv. 31-58)

 

Il suo [di Cesare Augusto] giorno, dopo aver chiesto ripetutamente se fuori vi fosse già agitazione per causa sua, preso uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggerli un po’ [col belletto] le guance cadenti, e, fatti quindi entrare gli amici, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita, e soggiunse anche la consueta formula finale: «Or, se tutto vi piacque in questo scherzo, / Date un applauso, fate, orsù, gran chiasso!» (Svetonio, Vita dei dodici Cesari, libro II, § 99)

 

…e [il saggio] non crede che essa [la fortuna] dia agli uomini beni e mali che determinino vita felice, ma solo che da lei provenga il coro dei principi di grandi beni e mali (Epicuro, Epistola a Meneceo, § 134)

 

Come, infatti, il timore della morte turba ogni condizione di serenità nella vita, e come è una cosa misera soccombere ai dolori e sopportarli con animo avvilito e malfermo – e per questa debolezza d’animo molti portano alla completa rovina i genitori, molti gli amici, alcuni la patria e moltissimi, poi, se stessi –, così un animo robusto ed eccellente è libero da ogni preoccupazione e angoscia, poiché disprezza la morte – poiché chi è morto si trova nella medesima condizione in cui si trovava prima di essere nato –, mentre, di fronte ai dolori, è preparato in modo tale da ricordare che i più gravi trovano fine con la morte, mentre quelli piccoli hanno frequenti pause, e di quelli di media entità siamo noi padroni di sopportarli, se sono sopportabili, o altrimenti di uscire dalla vita serenamente, come da un teatro, qualora non ci piaccia (Torquato in Cicerone, Sui confini dei beni e dei mali, libro I, § 15.49 = Epicuro, fr. 397 Usener)

 

Epicuro, scrivendo a uno dei suoi compagni di studi, ha detto egregiamente ciò che segue: «Queste cose, io non le dico a molta gente, bensì a te: siamo, infatti, un teatro abbastanza grande l’uno per l’altro». Queste parole, mio Lucilio, vanno riposte e conservate nell’animo, perché tu possa disprezzare il piacere che proviene dall’assenso dei più (Seneca, Epistole a Lucilio, lettera 7, § 11 = Epicuro, fr. 208 Usener)

 

La vita diventa piacevole, quando è assente la paura della morte. (…) Bisogna ridere della morte, essendo come una maschera che spaventa i bambini piccoli: infatti, essi credono che ha il potere di mordere, ma non morde (Diogene di Enoanda, nuovo frammento 130, edizione Hammerstaedt-Smith)

 

[Cito Lucrezio sempre da Enrico Flores (a cura di), Titus Lucretius Carus. De rerum natura, 3 voll., Napoli, Bibliopolis, 2002-2009. Il passo di Svetonio è tradotto da Lanciotti, Settimio (a cura di), Svetonio. Vite dei Cesari: volume primo, Milano, Rizzoli, 1998. Desumo la traduzione del paragrafo dell’Epistola a Meneceo di Epicuro, modificandola leggermente, da Arrighetti, Graziano (a cura di), Epicuro. Opere, nuova edizione riveduta e ampliata, Torino, Einaudi, 1973. I passi di Cicerone e di Seneca sono presi dalla raccolta di Hermann Usener dei frammenti epicurei: uso la resa italiana di invece tratto e tradotto da Ilaria Ramelli (a cura di), Epicurea. Testi di Epicuro e testimonianze epicuree nella raccolta di Hermann Usener, presentazione di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2007. Infine, moltissimi dei nuovi frammenti di Diogene di Enoanda sono riuniti e tradotti da Hammerstaedt, Jürgen, Smith, Martin Ferguson (a cura di), The Epicurean Inscription of Diogenes of Oinoanda. Ten years of new discoveries and research, Bonn, Habelt, 2014. La traduzione italiana del «nuovo frammento 130» è mia]

Enrico Piergiacomi

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Enrico Piergiacomi
Enrico Piergiacomi è cultore di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Trento e ricercatore presso il Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Studioso di filosofia antica, della sua ricezione nel pensiero della prima età moderna e di teatro, è specialista del pensiero teologico e delle sue ricadute morali. Supervisiona il "Laboratorio Teatrale" dell’Università degli Studi di Trento e cura la rubrica "Teatrosofia" (https://www.teatroecritica.net/tag/teatrosofia/) con "Teatro e Critica". Dal 2016, frequenta il Libero Gruppo di Studio d’Arti Sceniche, coordinato da Claudio Morganti. È co-autore con la prof.ssa Sandra Pietrini di "Büchner, artista politico" (Università degli Studi di Trento, Trento 2015), autore di una "Storia delle antiche teologie atomiste" (Sapienza Università Editrice, Roma 2017), traduttore ed editor degli scritti epicurei del professor Phillip Mitsis dell'Università di New York-Abu Dhabi ("La libertà, il piacere, la morte. Studi sull'Epicureismo e la sua influenza", Roma, Carocci, 2018: "La teoria etica di Epicuro. I piaceri dell'invulnerabilità", Roma, L'Erma di Bretschneider, 2019). Dal 4 gennaio al 4 febbraio 2021, è borsista in residenza presso la Fondazione Bogliasco di Genova. Un suo profilo completo è consultabile sul portale: https://unitn.academia.edu/EnricoPiergiacomi

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