Teatrosofia #1. La parola “attore”

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro.

In questa nuova rubrica, curata dal nostro redattore Enrico Piergiacomi – dottorando di ricerca in filosofia antica all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno.

attore greco
da caprionline.it

1. La parola “attore”

Nella storia del pensiero, questa forte somiglianza tra l’arte dell’attore e la filosofia viene ora posta, ora combattuta e negata. Nell’«apologo in tre atti» L’uomo, la bestia e la virtù di Luigi Pirandello, il personaggio di Paolino presenta agli scolari Giglio e Belli una definizione di “attore”, a partire dalla constatazione che i Greci antichi lo designavano con la parola υποκριτές (upokrités). Egli sostiene che un «commediante» è un ipocrita buono o un «ipocrita per dovere», ossia un uomo che per professione finge di essere una persona diversa sulla scena, distinguendosi così dall’«ipocrita cattivo», che invece dissimula i propri veri pensieri e desideri per ragioni non nobili, ad esempio per conformarsi alle convenzioni sociali o per raggiungere il proprio tornaconto. Secondo Paolino, dunque, il lavoro dell’attore consiste nel perpetrare verso lo spettatore un inganno che non è sì moralmente deprecabile come quello del profittatore, ma che nondimeno si muove sempre sul piano della menzogna. La sua definizione risulta però essere semplicistica a uno sguardo più attento. Paolino dimentica che, nell’accezione più letterale, la parola upokrités significa solo «colui che risponde» sulla scena a uno che gli parla e che lo interroga. Essa non ha dunque alcun legame con la menzogna, è anzi implicitamente imparentata con la verità. Nessuno fornisce infatti una risposta in senso proprio se non quando presta ascolto e interesse sincero verso la questione o la domanda che gli è stata rivolta. Potremmo dire che la parola upokrités non è altro che un sinonimo di un altro strano e antico termine greco: φιλοσοφος (philósophos), ossia uomo amante dell’autentica sapienza. L’attore e il filosofo sarebbero così accomunati dal fatto di andare in cerca, in modi certo assai diversi, di una verità che giovi al benessere degli uomini.

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PAOLINO: Commediante, in greco, si dice: upocrités — E perché upocrités? (A Belli) A lei: che cosa fanno i commedianti?
BELLI: Mah… rècitano, mi pare.
PAOLINO: Le pare? Non ne è sicuro? E perché rècitano, si chiamano ipocriti? Le pare giusto chiamare ipocrita uno che recita per professione? Se recita, fa il suo dovere! Non può chiamarlo ipocrita! — Chi chiama così lei, invece, cioè con questo nome che i greci davano ai commedianti?
GIGLIO: (come se tutt’a un tratto gli si facesse lume) Ah, uno che finge, signor professore!
PAOLINO: Ecco. Uno che finge, come un commediante appunto, che finge una parte, poniamo di re, mentre è un povero straccione; o un’altra parte qualsiasi. Che c’è di male in questo? Niente. Dovere! professione! — Quand’è il male, invece? Quando non si è più così ipocriti per dovere, per professione sulla scena; ma per gusto, per tornaconto, per malvagità, per abitudine, nella vita — o anche per civiltà — sicuro! perché civile, esser civile, vuol dire proprio questo: — dentro, neri come corvi; fuori, bianchi come colombi; in corpo fiele; in bocca miele. O quando si entra qua e si dice: — Buon giorno, signor professore, invece di: — Vada al diavolo, signor professore!
GIGLIO: (balzando) Ma come! scusi! per questo?
BELLI: (c. s.) Dovremmo dirle: — «Vada al diavolo»?
PAOLINO: L’avrei più caro, l’avrei più caro, v’assicuro! — O almeno, santo Dio, non dirmi nulla, ecco!
GIGLIO: Già! E lei allora direbbe: — Che maleducati!
PAOLINO: Giustissimo! Perché la civiltà vuole che si auguri il buon giorno a uno che volentieri si manderebbe al diavolo; ed essere bene educati vuol dire appunto esser commedianti. — Quod erat demonstrandum

[da L. Pirandello. L’innesto, La patente, L’uomo, la bestia e la virtù, Mondadori, Milano 1992]

Enrico Piergiacomi
Twitter @Democriteo

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3 COMMENTS

  1. La spiegazione di Paolino è fuori fuoco. Il conflitto non sta tra menzogna buona e menzogna cattiva, ma (come limpidamente osserva il curatore) tra menzogna e verità. Infatti tra attore e spettatore vi è un patto (una convenzione) : lo spettatore sa che l’attore mentirà e, a sua volta; l’attore sa che lo spettatore sa. Entrambi possono dire “io so che tu sai che io so che tu sai”. E’ in questa dimensione che si va a cercare verità. Altra cosa è chi mente (per qualsiasi motivo, cattivo o buono che sia) al cospetto di uno spettatore che “non sa” (come p. es. un politico, che mente per interesse o un medico, che mente per pietà).
    L’antico significato della parola “upokrités” si attanaglia in maniera talmente perfetta alla scena, da risultarmi piùcchecontemporaneo; direi quasi fantascientifico.
    Molto bella questa rubrica.
    Grazie
    Claudio Morganti

  2. Caro Claudio,

    Paolino pone questa distinzione anche per ragioni di interesse, per cui anche lui mente come un politico. Come sai, egli assumerà in seguito proprio la parte dello “ipocrita per dovere”, perché cercherà di far andare il Capitano a letto con la moglie e di nascondere così il fatto di averla messa incinta. L’intento è spregevole, ma Paolino “giustifica” questo suo inganno e la tresca che ha avuto con la donna, dicendo che l’uno ha l’intento di ristabilire i doveri del rapporto coniugale (tra cui la relazione sessuale quotidiana), l’altra era stata compiuta per ottemperare proprio a questi doveri a cui il Capitano è venuto meno. Questa considerazione prova – per inciso – come le distinzioni false anche di natura intellettuale siano molto pericolose per la vita pratica.
    E’ verissimo quello che dici: esiste una convenzione che attore e spettatore stipulano insieme. Senza di essa, non si potrebbe né produrre il gioco scenico, né tentare di evocare le forze del teatro, che sfuggono se l’attore e lo spettatore non sono vigili-presenti. Forse sarei invece più cauto nel dire che il medico si muove nell’ambito della menzogna. Anche lui dovrebbe assumere il principio della trasparenza, e dunque rivelare persino nei casi più gravi il male di cui soffre il paziente, per affrontarlo responsabilmente. Un medico “pietoso” è un medico cattivo, così come cattivo è l’attore che insegue la menzogna o per vanità (“recito per mostrare quanto sono bello”), o anche lui per interesse (“recito per acquisire consensi e potere”). Cercherò di approfondire in parte la questione, quando riferirò che alcuni medici ippocratici di formazione filosofica usarono la metafora dell’attore appunto per costruire una loro deontologia professionale.
    Infine, sono contento di ricevere da te la conferma della modernità del significato originario della parola “attore”. I Greci sono nostri contemporanei, sia quando rispecchiano qualcosa di vivo della nostra mentalità attuale, sia quando non la rispecchia. In quest’ultimo caso, infatti, essi forniscono un “bacino di alternative” teoriche forti da opporre ai nostri pregiudizi di qualunque natura (teologici, etici, epistemologici, ecc.).
    Grazie a te per il commento. Un caro saluto,

    Enrico.

  3. Purtroppo, molto spesso, nel caso dei medici, la deontologia è self-made.
    Credimi, le “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione” non sono niente se paragonate a certe affermazioni “professionali” che le mie orecchie hanno udito!
    Attendo, come puoi ben immaginare, di conoscere la metafora dei medici ippocratici!
    Grazie ancora.
    CM

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