Dust – La vita che vorrei. L’estetica dal corto allo psicodramma

Dust – La vita che vorrei, cortometraggio diretto da Gabriele Falsetta e presentato all’ultimo Torino Film Festival, restituisce il percorso teatrale di otto ospiti dell’Istituto Cottolengo. La recensione.

 

Foto Ufficio Stampa
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Il termine cottolengo è entrato nel linguaggio comune, usato spesso ironicamente quale iperbole ironica ad indicare uno stato di disagio o di malessere. Proviene in realtà dal nome di un prelato –  Giuseppe Benedetto Cottolengo – che nel 1828 inaugurò a Torino la Piccola Casa della Divina Provvidenza (Istituto Cottolengo), all’interno del quale oggi come allora trovano ricovero pazienti affetti da handicap fisici e mentali. Otto di questi, una donna e sette uomini, sono protagonisti di Dust, la vita che vorrei. Il documentario, presentato all’interno di Spazio Torino nel corso della trentatreesima edizione del Torino Film Festival, è una coproduzione italo-tedesca che vede accanto all’impegno della Kess Film la direzione di Gabriele Falsetta. In circa venti minuti, il cortometraggio dà conto, o sarebbe meglio dire riproduce in una forma collegata ed autonoma nello stesso momento, il percorso di un progetto teatrale condotto dalla formatrice e regista Barbara Altissimo nato nel 2011 su iniziativa dello Stabile di Torino e da cui deriva la trilogia Polvere.

«Soy el tigre./Te acecho entre las hojas/anchas como lingotes/de mineral mojado.//El río blanco crece/bajo la niebla. Llegas.//Desnuda te sumerges./Espero.//Entonces en un salto/de fuego, sangre, dientes,/de un zarpazo derribo/tu pecho, tus caderas.//Bebo tu sangre, rompo/tus miembros uno a uno. […]» («Sono la tigre./Ti aspetto in agguato tra le foglie/larghe come lingotti/di minerale bagnato.//Il fiume bianco si gonfia/sotto la nebbia. Arrivi.//Nuda, ti immergi./Aspetto.//Poi in un balzo/di fuoco, sangue, denti,/con un colpo d’artiglio abbatto/il tuo petto, i tuoi fianchi.//Bevo il tuo sangue, spezzo//le tue membra una ad una. […]»):  il suono assoluto, la musica inconfondibile delle parole e delle visioni di Pablo Neruda mentre sui versi enunciati da una voce femminile i corpi avanzano incessanti e lenti, negati i volti da maschere animali. È questo l’incipit di una dimensione disegnata progressivamente tra la realtà del passato, la proiezione futuribile delle vite mai vissute e la loro congiunzione nell’eterna atemporalità del presente narrativo e rappresentativo. La polvere (dust appunto) è allora quella che si annida tra le varie stratificazioni del sé dei protagonisti, la lanugine che ne ottunde la conciliazione unitaria, quella della verità di un’esistenza trascorsa per la maggior parte in nosocomio e quella che si proietta oltre le sue mura, le travalica, letteralmente sur-reale, traslata dalle possibilità del teatro e resa concreta, tangibile, “accaduta” nel mondo attraverso la creazione. Entrare in contatto con i diversi regni del proprio universo interiore, dialogare con e non di essi costruendo connessioni virtuose, avvicinarsi all’euritmia intra e inter-personale attraverso l’azione e la co-azione nel contesto del gruppo: pensare a Jacob Levi Moreno e al suo psicodramma diventa così abbastanza immediato.

Foto Ufficio Stampa
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La logica di montaggio alterna il campo lungo a quello medio o totale, il primo piano al mezzo busto tendendo a preferire la camera fissa con sfasature utili al ritmo. A susseguirsi sono una serie di racconti attorno a cui sembrano svilupparsi altrettanti nuclei filmico-performativi: la morte dei genitori e il sogno di diventare allenatore di calcio, la passione per più donne, l’assenza dell’amore materno, la fidanzata andata in moglie al fratello ed altri ancora diventano sequenze, gesti, parole dette o cantate e immagini in un sistema di conversione propizio soprattutto perché privilegia la metafora a danno della didascalia, sufficientemente elusivo da risultare lirico senza rinunciare a una linearità di fondo. Charlot, un marinaio, una sposa, una cortigiana convivono uguali e diversi cinti di stoffe dai toni smunti, cangianti vestaglie di seta, cuffie e cuori di fiori nelle sfumature di rosso. Iconografica quasi la costruzione di alcune inquadrature in cui le architetture (delle mura, un cortile periferico con al centro lo scheletro di una porta da calcio, la trionfante scalinata di Filippo Juvarra nel Palazzo Madama di Torino) fanno da cornice e soggetto per suggestioni come squarci d’incubi, di sogni, di trasgressioni e affreschi del quotidiano. La scelta cade sul rifiuto di pietismo o eccessivo affondo sull’esasperazione emotiva che tuttavia lascia affiorare una sorta di sensazione d’insieme, mistura di delicatezza, ipnosi, angoscia onirica e malinconia sbiadita. L’impasse in cui ci si trova spesso riguardo agli elementi di lettura, valutazione e restituzione di questo genere di esperienze si neutralizza nel caso specifico nella conclamata, ferma dignità di una cifra decisamente estetica.

Marianna Masselli

Qui il link per vedere in streaming il film https://vimeo.com/ondemand/dustthewantedlife

DUST. LA VITA CHE VORREI
con Speranza, Remo, Giovanni, Antonio, Virginio, Paolo, Gilberto e Renato
regia Gabriele Falsetta
direzione artistica Barbara Altissimo
produzione Kess Film
soggetto Gabriele Falsetta, Barbara Altissimo
sceneggiatura Gabriele Falsetta, Barbara Altissimo
suono Ilaria Messina
produttore Giulio Baraldi
durata 20’

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