Gli Emigranti di Fares e il tempo di tornare

Al Teatro dell’Orologio intrappolati in Emigranti di Slawomir Mrozek con la regia di Giancarlo Fares. Recensione in taccuino critico

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Torno a teatro a vedere Emigranti di Giancarlo Fares una seconda volta, esattamente una settimana dopo aver assistito alla prima. Al mio ritorno la sala (una trentina di posti) è nuovamente piena, soprattutto di giovani attori, ma non solo, nonostante siano le 20:00 di un martedì di novembre. Scendo le scale del Teatro dell’Orologio, anfiteatro naturale per il testo del 1974 di Slawomir Mrozek, e mi infilo nel sottoscala nel quale l’autore ambienta la notte di capodanno di due emigranti polacchi in una città straniera. Altra situazione politica, altra Europa, stessa esigenza migratoria «si fugge da qualcosa o verso qualcosa?».

Eppure è proprio quel desiderio lontano, di uscire dallo spaesamento geografico e sociale per tornare in superficie, il bunker nel quale restano intrappolati i due emigranti del testo di Mrozek, quando il desiderio è cancrena e rimane tale, fermo sull’immagine illesa di un possibile che rinuncia a farsi attraversare dal presente.

Torno a vedere lo spettacolo nel tentativo di sciogliere il torpore nel quale mi aveva lasciato la prima messa in scena e per guardare di nuovo, da vicino, i due personaggi XX e AA. Il primo (Giancarlo Fares), ex contadino e portatore x di quel giogo che trasforma la massa incolta in bestia da soma nella rincorsa di un futuro più agiato, il secondo (Marco Blanchi), intellettuale in fuga dal suo paese che paventa l’impossibilità di trasformazione delle dinamiche del potere. Entrambi i personaggi vedranno frustrate le loro ambizioni di riscatto, in una schermaglia di incomunicabilità tragicomica che li avvicina e li allontana, tra loro, e mai alla città che si sente scorrere in superficie.

Prima della pausa di dieci minuti, oltre la possibilità di osservare in controluce un fenomeno attuale su un’altra situazione storica e l’interessante scelta di un testo polacco, ho la percezione di assistere a un teatro «esatto». Il ritmo degli scambi, serrati, sembra un motore ben calibrato ma lanciato senza quella soluzione di continuità che implica la vitalità del reale; le accelerazioni registiche gestiscono il potenziometro del volume arbitrariamente, la scenografia carica di ammennicoli è usata a tratti didascalicamente.

Marco Blanchi, impeccabile dal punto di vista tecnico, esaspera sì l’impostazione dell’intellettuale, evocando però egli stesso il movimento prima della sensazione mentre Giancarlo Fares gioca il suo ruolo comico, a tratti macchiettistico, facendo leva sulle risate del pubblico. A quella che dovrebbe essere una situazione per lo meno metaforicamente claustrofobica si sostituisce un sorriso di agio alternato a momenti di una drammaticità descritta e prevedibile che difficilmente emoziona. Nel bunker tutto è permesso, però i rumori che aleggiano fuori ci ricordano che è tempo di tornare al presente, di lasciare la sicurezza di un teatro «esatto» – pungente ed efficace in un altro periodo storico – per andare a vedere nel tempo in cui siamo stati lontani cosa ne è stato della nostra casa.

Luca Lòtano

visto al Teatro dell’Orologio, Roma – Ottobre/Novembre 2015
In scena fino all’8 novembre

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di Slawomir Mrozek
con
Marco Blanchi e Giancarlo Fares
regia Giancarlo Fares
scene Alessandro Calizza
costumi Gilda
foto di scena Federica di Benedetto
grafica Simone Calcagno
aiuto regia Vittoria Galli
produzione Compagnia MauriSturno

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