DNA a Romaeuropa. La danza che (r)esiste

Uno sguardo sulla rassegna DNA nell’ambito di Romaeuropa Festival 30. Su Annamaria Ajmone, Chiara Frigo, Aoife McAtamney e Jan Martens.

 

West End, Chiara Frigo. Foto Ufficio Stampa
West End, Chiara Frigo. Foto Ufficio Stampa

Da qualche anno l’affollatissima vetrina di Romaeuropa Festival, cui va riconosciuto un impegno trentennale in una programmazione di caratura europea, ha aperto un angolo riservato a quella coreografia contemporanea non ancora abitante dei grandi circuiti. Inizialmente, l’acronimo DNA – ideato da Anna Lea Antolini – stava per Danza Nazionale Autoriale, una sorta di vivace wunderkammer di talenti nostrani, alcuni dei quali sono ora lanciati su traiettorie europee. Negli anni il focus ha allargato la propria circonferenza, andando ad abbracciare realtà internazionali intercettate nel corso di attente spedizioni mirate in festival, rassegne e stagioni d’oltralpe.
Una rassegna ben curata e molto seguita, in grado quest’anno anche di ospitare una vetrina selezionata in collaborazione con il network europeo Aerowaves, di cui parleremo a parte.
A raccontare nove lavori in un unico articolo si rischia di attribuire a tutti lo stesso metro di sguardo, quando un programma eterogeneo intende proprio frammentarlo in una molteplicità di esperienze. Abbiamo dunque scelto di selezionarne quattro, per analizzare la persistenza di quella molteplicità, a scapito di altri rimasti invece ancora intrappolati in ingranaggi di pensiero artistico eccessivamente ermetici o invece imbrigliati in un’astuzia in fondo sterile.
Il “triple bill” di apertura ha messo una accanto all’altra tre coreografe: l’irlandese Aoife McAtamney e le italiane Annamaria Ajmone e Chiara Frigo. Etereo e volutamente naïf l’intervento della prima, che nel suo Softer Swells alternava all’uso di canto e pianoforte mischiati in una loop station una danza di commento tra floorwork e improvvisi guizzi verticali: l’oscillazione tra natura femminina e mascolina si ritrovava, con fare forse un po’ troppo simmetrico, nel movimento e nel melting pot di tradizioni messo in musica, dalla celtica al rap.

Tiny, Annamaria Ajmone. Foto Ufficio Stampa
Tiny, Annamaria Ajmone. Foto Ufficio Stampa

Il West End di Chiara Frigo si è avvalso invece della drammaturgia di Riccardo de Torrebruna per creare, attorno alla performer Amy Bell, un ambiente sonoro e spaziale fin troppo complesso, diviso tra l’immaginario tutto lustrini e tip tap di Broadway e una graffiante ricerca di identità. Nessuna sbavatura, tutto eseguito masticando avidamente il morso di un ritmo sincopato, dimostrando una sorprendente, pur se compiaciuta, capacità di tenere viva l’abbondanza dei segni proposti.
A far ponte tra le due, il debutto alla coreografia di Ajmone, vincitrice del contest Appunti Coreografici 2014. Con la delicata e straniante suite, Tiny, scrive sul proprio corpo un apologo muto sulla possibilità di riconoscersi in un habitat. Nello spazio appena illuminato d’ambra, dove crescono cardi già secchi, la danzatrice-insetto si muove senza mai abbandonare la tensione degli arti, mettendo una presenza scenica magnetica al servizio della descrizione ambientale. Nonostante una progressione drammaturgica ancora acerba, che si lascia andare a un finale consolatorio, la potenza di Ajmone è notevole, rara la sua capacità di interagire con il tessuto sonoro, quasi una traccia d’ossessione che monta tra le pareti della mente, spezzando le linee in una breve e solitaria sagra della primavera. Quest’ultimo lavoro, grazie forse alla sottrazione di certe pretese di provocazione che ormai sembrano essere obbligatorie sui palchi contemporanei, ha lasciato la promessa di una materia creativa aperta al cambiamento. È suggestivo il ritorno alla dimensione della ricerca sul corpo nei suoi gesti più umani, importante il passo indietro fin dove si genera l’urgenza dello sguardo, la comunione con un uditorio raccolto apposta per essere reso partecipe di una pulsione che si mette subito in crisi, rimanendo feconda.

A chiusura della rassegna, invece, Ode to the Attempt di Jan Martens ha escogitato un dispositivo semplice e accattivante per denudare del tutto o quasi la danza contemporanea, agli occhi di chi ancora pensa che essa vada emancipata da codici troppo severi. Il performer, in abiti casuali, redige in diretta una lista di “entrate” quasi clownesche con cui si prende gioco di certi luoghi comuni del linguaggio contemporaneo, dal momento sofferto fino al finale a effetto, in un dialogo con una relativa playlist che non abbandona quasi mai il tono della strizzata d’occhio, dello scherno, dello sberleffo ai “vecchi parrucconi”. È però dietro l’angolo il rischio che anche questa ironia diventi maniera, una nuova spinta verso la regola. Una regola diversa, più “caustica”, ma pur sempre una regola, che in quanto tale tende a farsi rassicurante. Quando invece avremmo un gran bisogno di essere stupiti dalla creazione di momenti trasversali, di piccoli misteri che parlano di noi, più che del linguaggio stesso che dà loro forma. Un fatto curioso ne è dimostrazione: aggiungendo a quella di chi scrive le impressioni di altri spettatori, il frammento rimasto più impresso è quello in cui si va oltre il riferimento a buon mercato al linguaggio dei social e all’immaginario urban. Ripiombando di colpo in un movimento improvvisato, puro e semplice, alla luce di un proiettore che disegna la parola Exit sul corpo di quello che a tutti gli effetti è tornato a essere un danzatore. Nulla più. Ma, e il punto è proprio qui, nulla di meno.

Sergio Lo Gatto

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